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Testimonianze 2015

CON ALFIO

Nel quinto anniversario della scomparsa, riproponiamo alcuni dei ricordi di Alfio Pannega pronunciati e scritti negli scorsi anni.
Sono cinque anni che Alfio e' morto, ma e' ancora vivo ovunque un essere umano si solleva a lottare contro l'ingiustizia.
Ovunque si resiste all'oppressione, li' e' Alfio Pannega.
Ovunque si reca soccorso all'indifeso, li' e' Alfio Pannega.
Su ogni barricata, ad ogni capezzale, dove la verita' e' in marcia, quando compi l'azione buona, li' e' Alfio Pannega.

PER ALFIO, NEL QUINTO ANNIVERSARIO DELLA MORTE

Ricorre il 30 aprile il quinto anniversario della morte di Alfio Pannega, che e' stato per me un amico saggio e generoso, un lucido e impavido compagno di lotte, un maestro di vita.
Era il piu' buono degli uomini, uno strenuo combattente per la causa della liberazione dell'umanita' e della difesa della natura, un esempio di come ogni persona e l'umanita' intera potrebbe e dovrebbe essere: libera, giusta, solidale.
Proprio perche' conosceva la fatica e il dolore, conosceva lo sfruttamento e l'oppressione, conosceva la violenza di tutti i poteri iniqui, aveva sempre combattuto contro il fascismo, contro lo sfruttamento, contro la corruzione, contro ogni menzogna e violenza, contro ogni offesa e umiliazione.
Sapeva lottare senza risentimento, senza meschinita', senza incertezze, con il coraggio di chi sa che gli oppressi hanno da perdere solo le loro catene, e con la tenerezza di chi sa che gli oppressi hanno solo la loro dignita', e che combattendo per la loro dignita' combattono per la dignita' di tutti gli esseri umani, per la liberazione di tutta l'umana famiglia, per la verita' dell'intero genere umano cosi' come s'incarna in ogni persona che viene al mondo e che e' pur destinata a perire in breve volger di tempo: che si faccia dunque il possibile perche' la vita di ogni creatura sia degna e felice, che l'intera umanita' si stringa in un unico abbraccio che tutte le persone sostenga, soccorra, conforti: pensava cio' che pensava Leopardi; pensava i forti, i giusti pensieri che solo puoi pensare se insieme sai agire con la tenerezza e con la fermezza dei forti e dei giusti.
Amava la vita di un amore gioioso: per lui tutto era grazia, tutto era gioia, tutto era belta' il mondo vivente: nutriva un amore creaturale per tutte le creature - le persone, gli animali, le piante -, che conosceva di una conoscenza sapiente e savia, empatica ed esatta; conosceva il cuore degli uomini e del mondo.
*
Era un poeta e un militante - comunista, libertario e nonviolento - del movimento delle oppresse e degli oppressi per la liberazione dell'umanita': la sua poesia e la sua militanza erano una medesima cosa, sapeva che tutta la civilta' umana ha questo solo fine: salvare le vite, soccorrere il fragile e l'indifeso, prendersi cura delle persone e del mondo.
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Scrisse Einstein di Gandhi che l'umanita' avvenire avrebbe stentato a credere che un simile uomo fosse davvero vissuto; e nel suo movimento oratorio questa frase coglie ed ostende profonda una verita'; ma e' vero anche - e' vero anche - che innumerevoli sono state e sono e saranno le persone buone, meravigliosamente buone, buone come il pane, cosi' buone che la loro esistenza e' gia' un miracolo (ma in verita' ogni nascita e' un miracolo, come scrisse una volta Hannah Arendt la cui parola e' infallibile); tra queste persone buone che hanno illuminato la mia vita vi e' stato - vi e' - Alfio Pannega. Che grande fortuna averlo conosciuto. Qui lo ricordo e lo ringrazio ancora.
La lotta per un'umanita' di persone libere ed eguali in diritti continua; continua la lotta per salvare le vite; nel ricordo, nella fedelta' alla testimonianza e al legato di Alfio Pannega la nonviolenza e' in cammino.

PAOLO ARENA: UN RICORDO DI ALFIO PANNEGA

Il ventuno settembre ricorre il novantesimo anniversario della nascita di Alfio Pannega, scomparso il 30 aprile del 2010.
Come molti miei coetanei lo conobbi frequentando il Centro Sociale Valle Faul, anche se come tutti i viterbesi conoscevo per interposta persona certi aneddoti ormai parte del folklore che certo non gli rendevano giustizia.
Per molti ragazzi che venivano da una Viterbo ben diversa da quella che conosceva lui, fu un incontro importante ed una sorpresa: Alfio non era quello delle battute e dei racconti per sentito dire, di aneddoti pittoreschi e memorie parassita di chi parla senza sapere; Alfio era una persona che ti dava ospitalita' ed amicizia prima di chiederti chi fossi.
Nel 1993 ci fu l'occupazione dell'ex-gazometro, dove Alfio abitava, in quella Valle Faul che egli amava e ricordava come il polmone verde di Viterbo, quella propaggine intramuraria della splendide terre del Bulicame che Alfio conosceva e chiamava casa. Trovo' del tutto naturale unirsi a quel gruppo di giovani che volevano prendersi un pezzo di citta' condannato all'abbandono ed all'incuria, o peggio a future speculazioni di affaristi senza scrupoli. La valle era sua e dei viterbesi che volevano viverla, goderne il verde e la splendida vista su quelle architetture che Alfio aveva osservato per anni, dal basso in alto perche' erano i palazzi dei potenti e lui in fondo, nel punto piu' basso di Viterbo quasi a rappresentare questa differenza.
Tra i giovani del Centro Alfio visse una rinascita e fu sottratto ad un imbarazzante oblio o peggio ad una reificazione monumentale, o peggio ad una elezione a simbolo negativo di una Viterbo che si voleva estinta: entri la Viterbo del cemento e delle vetrine, fuori la Viterbo agricola ed artigiana.
Ebbe cosi' piu' volte modo di raccontare la propria storia, storia che molti cittadini di Viterbo credevano di sapere banalizzandola, storia che non avevano mai voluto ascoltare preferendo liquidare quel signore che con la sua logora dignita' rappresentava un promemoria vivente del loro imbarazzante benessere: liquidarlo con un'elemosina o con un insulto.
Molte volte lo abbiamo ascoltato per ore attorno ad un tavolo raccontarci una Viterbo che per noi era inimmaginabile e raccontarci la sua storia inscindibile dalla citta' di cui e' stato uno dei piu' illustri abitanti. Studenti svogliati restavamo stupiti da quei versi danteschi che citava a memoria dopo decenni e che a noi non volevano entrare in testa o da quei versi suoi che sgorgavano in lui con naturalezza e con la sapienza del poeta popolare che era, quelle ottave in endecasillabi con le quali amava cantare la natura che lo aveva accolto, l'amicizia, la dolorosa bellezza della vita, il lavoro, la sua citta'.
Alfio e' nato il 21 settembre del 1925 da Caterina (il cui vero nome era Giovanna) altra figura molto nota della Viterbo che fu, dalla vita difficile, passata nel tritacarne dello stereotipo e dell'oltraggio, feticcio su cui spesso accanirsi per rinforzare la percezione della propria presunta civilizzazione. Quella Caterina immortalata in un celebre scatto degli anni sessanta del fotografo Mario Onofri, amico di Alfio, scomparso di recente: uno scatto di profondissima intensita' neorealista, pasoliniana verrebbe da dire.
In gioventu' fu allontanato dalla madre, visse in collegio, inizio' a sperimentare la durezza della vita ai margini di una societa' viterbese che iniziava il suo faticoso ingresso nella cosiddetta modernita'.
E' in quei pochi anni di scuola che nasce il suo amore per la grande letteratura, per Dante soprattutto, che rimarra' sempre nella sua memoria ben piu' di quelle preghiere che ascoltava sempre dalla bocca di persone ricche e ben nutrite e ben vestite e ben poco pie.
Sperimenta lunghi anni di lavoro durissimo ma sempre fiero, mai arrendendosi a cercare la strada facile, guadagnandosi ogni boccone di pane, ripagando con l'amicizia e con l'onesta' anche chi lo sfruttava o lo derideva.
Vive da sempre dei materiali di risulta della societa' del consumo e dello spreco che stava integrando anche Viterbo: artigiano, contadino, manovale, uomo di fatica di quella fatica che nessuno voleva fare; ricicla incessantemente gli scarti della Viterbo che commercia e costruisce: cartone, rame, tessuto, tesori per chi come lui sa vivere in maniera frugale e l'unico lusso che desidera per se e' la compagnia dei suoi amici animali, del cielo, dei versi suoi e di quei poeti che non lo abbandonano e lo sostengono nei momenti piu' difficili, come fecero con Primo Levi nel campo di sterminio.
Le mura di Viterbo il suo erbario, il duomo il panorama dalla sua finestra: le grotte della zona in cui ha vissuto a lungo sia con la madre che da solo.
Tra coloro che lo avvicinano qualcuno che gli da' un po' di lavoro - piu' per la carita' e per il relativo prestigio che per amicizia - ma qualcuno lo ascolta, qualcuno va oltre i racconti ascoltati a casa che ne fanno persino una specie di "uomo nero", come quegli zingari che per anni avrebbero dovuto rubare i bambini, come quei migranti che oggi vengono additati come nemico: abbiamo delocalizzato anche gli spauracchi. Alfio invece e' in questi anni che matura la cultura dell'accoglienza e della condivisione del pane: con gli animali, con gli uomini che hanno meno di lui e anche con quelli che hanno di piu'; "omnia sunt communia", lo sa bene chi ha vissuto a lungo sulla terra e della terra che non ci sono recinti, che tutto cio' che e' sulla terra e' di tutti quelli che la abitano, che ne hanno bisogno. Alfio spezzava il suo pane con te, era un compagno: se eri con lui quello che era suo era tuo alla faccia della civilizzazione, come in Moby Dick quando il selvaggio Quiqueg divide subito tutti i suoi averi con il civilizzato Ismaele che ci resta di stucco.
Anni lunghi e duri, in cui molti conoscono quell'Alfio non vero che era costretto a mostrarsi nella citta' bene, quando avrebbe potuto ricordare a molti dei bei cittadini che lo trattavano con condiscendenza da dove venivano le loro fortune, chi aveva sfornato il loro pane, ma che invece preferiva stemperare quella tensione con il comportamento giocoso e persino con la battuta triviale; come il paesano che si toglie il cappello davanti al signore e si finge un sempliciotto ma la sa lunga, ah se la sa lunga; in questo consisteva l'essere popolano di Alfio, essere uno del popolo che rivendica questa sua appartenenza dinnanzi ai signori ai quali non si sente assolutamente subalterno, inferiore; anche se la loro potenza militare potrebbe schiacciarlo lui non si piega, sa benissimo da che parte stare.
Ci raccontava queste storie a meta' degli anni Novanta, le raccontava a noi che ci avvicinavamo alla politica, che pensavamo di aver capito tutto del mondo, che al Centro sociale credevamo avremmo trovato un covo di rivoluzionari incalliti ed invece avevamo conosciuto un gruppo di persone che volevano star bene e fare da se' la propria vita, riunendosi attorno ad un decano presentatosi spontaneamente e con le idee ben piu' chiare di tutti noi.
Non un nonno putativo od un padre sostitutivo, ma un amico tra pari; in una societa' gerontofoba che trova mille stratagemmi per obliterare la senilita', Alfio era vecchio di una vecchiaia naturale, per quanto aumentata dalla fatica, dalla brutalita', dall'emarginazione; ma il rispetto Alfio se lo era guadagnato non come semplice fatto anagrafico, quasi che non possano esserci persone pessime ed anziane; Alfio il rispetto se lo guadagnava dandotene per primo e senza voler niente in cambio: ti dava da mangiare, da bere, le sue sigarette erano le tue e cosi' la sua casa. E parlava e raccontava, leggeva il giornale, ascoltava i notiziari, era ancora curioso di questo mondo che amava e di cui si sentiva, fin dove arrivavano le sue braccia e le sue gambe, responsabile; e chiedeva a te quello che facevi, come la pensavi, cosa desideravi; dopo averti detto come erano i suoi tempi voleva sapere tutto dei tuoi.
Come quelle culture che misurano la propria terra camminando, la terra di Alfio era fin dove lo portavano le sue gambe, ma la sua patria era il mondo intero come potevamo imparare ogni volta che al Centro sociale ci si confrontava con realta' molto diverse dalle nostre ma in fondo simili, tutti desiderosi come eravamo di stare tra di noi, di sostenerci, di imparare reciprocamente; ed in questo avevamo trovato in Alfio un amico ed un maestro, anche se a questa parola si sarebbe schermito con una parolaccia ed una risata delle sue.
Conoscevamo cosi' la sua lucidita' e la sua chiara visione del suo pezzo di mondo: in tutti quegli anni aveva imparato molto bene a distinguere il bene dal male, sapere quali fossero le ferite del mondo da guarire, le cose di cui prendersi cura, le cose fatte e quelle da fare e chi le aveva fatte.
Questa vita non lo aveva chiuso in se stesso, ma anzi lo spingeva ancora di piu' ad aprirsi all'altro: per quanto possibile saliva ancora in centro la mattina e girava per le strade che amava: molte persone lo conoscevano, soprattutto molti commercianti del centro; molti lo sostenevano, molti aspettavano la sua poesia natalizia, molti pensavano di conoscerlo, molti desideravano mostrarsi intimi col cittadino piu' illustre, salvo poi scoprire che egli non era affatto come si aspettavano: ogni occasione di incontro per Alfio era utile per dire parole buone, per invitare le persone a lottare per gli ultimi, per celebrare la vita coi versi o col vino e soprattutto per portare avanti una delle molte battaglie che Alfio conduceva non per se ma per gli altri.
Alfio che salvo' per molti anni la Valle di Faul dal degrado e dalla speculazione (e cosa penserebbe del mare di cemento che da qualche tempo cola nel fu polmone verde cittadino, e cosa direbbe del bisogno di ascensori che la citta' sembra sentire negli ultimi tempi, lui che partiva col suo carretto per interminabili fatiche).
Alfio che si e' sempre battuto perche' chi ha bisogno venga accolto, aprendo lui per primo le porte di casa sua a chi era scappato dal proprio paese, a chi cercava un piatto di minestra, una parola di conforto.
Alfio che fu tra i primi ad opporsi alla costruzione del mega-aeroporto nella valle del Bulicame, perche' avrebbe ucciso quella terra bellissima, vera risorsa per la citta', luogo unico che tutti ci invidiano. Non capiva cosa c'entrasse un mare di cemento e di asfalto in quelle terre fumanti piene di vita e di poesia.
Sin dall'inizio della vicenda volle essere tra i promotori di una campagna di informazione e di tutela di quelle terre che sempre ci aveva raccontato e sulle quali, col trasferimento del Centro sociale, aveva voluto andare a vivere di persona. Mi ricordo quell'orazione durante la manifestazione del 2008 al Bulicame, proprio davanti a quelle pozze fumanti: fu un punto di svolta in quella vicenda, fu il momento in cui buona parte della cittadinanza si ricordo' del bisogno di lentezza, di condivisione, di amore per la terra e non di velocita', profitto, devastazione.
Quando poi fu pubblicato il suo libro fu felicissimo e la citta' fu sorpresa e felice di ritrovare il suo abitante piu' illustre: quegli incontri, quella possibilita' di ascoltare le sue parole, quella riscoperta della possibilita' di ritornare ad incontrarci e parlarci, invece che sfrecciarci l'uno davanti all'altro con l'auto mentre andiamo in qualche cattedrale di cemento, fu un momento molto intenso che a lui dono' autentica gioia, quella gioia che si prova quando si da'; Alfio amava e rispettava i libri (alcuni dei quali custodiva gelosamente), era un promotore della cultura quella buona, quella che unisce, e vedere un libro col suo nome e le sue poesie fu motivo di felicita' perche' sentiva di aver lasciato qualcosa al mondo, alla comunita' di cui era parte. Per molti cittadini fu una sorpresa conoscerlo o riscoprirlo e conoscerne per la prima volta la profondita' e l'intelligenza ben oltre il personaggio a cui si e' voluto ridurlo per stemperarne una forza politica devastante.
E quella volta che gli amici artisti portarono in pellegrinaggio al duomo il suo ritratto, a dare un messaggio di pace e di amore per la terra. E le fotografie, le riprese video, i ritratti: Alfio si prestava ma non capiva perche' molti dei suoi amici ci tenessero cosi' tanto ad avere un suo ricordo, preferiva essere ascoltato ed ascoltare: un'occasione per stare insieme e' meglio di un santino.
Alfio che accetto' di farsi testimone di un'ultima battaglia per il diritto di tutti alla casa, lui che ormai non ne aveva piu' bisogno avendo scelto di vivere con i ragazzi del Centro sociale, con cui da tanti anni condivideva un'esperienza di accoglienza ed amicizia, di lotte - che chiamava famiglia. Si accorse bene ed accetto' di correre il rischio di essere sfruttato per fini politici da chi voleva farsi bello con la carita', purche' questo gli permettesse di essere d'aiuto a chi era meno fortunato e felice di lui. Si rendeva certo conto del fatto che il suo volto sui manifesti ("Emergenza casa") fosse parte delle solite faccende elettorali di cui da anni conosceva bene ogni intrallazzo, ma pensava potesse comunque essere utile a qualcuno. La capiva bene la politica Alfio, e delle amministrazioni viterbesi sapeva vita morte e miracoli, cosi' come delle strade: sapeva ogni metro di cemento da dove venisse e chi ce lo avesse messo e ti diceva quale meraviglia fosse stata abbattuta per mettercelo, quale campo di erbe buone, quale misterioso rudere, quale luogo dove la gente poteva incontrarsi. Non aveva mai fatto un mistero di essere stato comunista per molti anni ed iscritto al partito, quando sapeva che quella era la parte da cui stare perche' in qualche modo si sarebbe comunque presa cura dei piu' deboli, ma non si faceva certo illusioni: sentirlo raccontare con i suoi modi la politica era sempre una lezione, una di quelle fatte dalla strada e non dalle cattedre tirate a lustro.
Ma Alfio ci era gia' finito su un manifesto, quando anni fa una delle irriverenti provocazioni del Centro sociale sforno' un volantino che ai due candidati sindaco proponeva l'alternativa: "Essi serio, vota Alfio sindaco!" e c'era una sua foto sorridente con un mazzo di fiori. Una battuta, certo, ma era in lui che la Viterbo migliore avrebbe dovuto e potuto riconoscersi, in una persona attenta alla cura di tutti, uomini ed animali.
Alfio che ricevette infine un riconoscimento dalle istituzioni locali, una targa che lui rifiuto' durante un intenso incontro con molti cittadini e molti studenti giovani: non poteva appenderla in nessuna casa quella targa, disse ben conoscendo il potere che con una mano da' e con l'altra toglie; case, pane, lavoro e non premi, che quelli non si possono dar da mangiare ai figli. Fu un momento incredibile: nessuna paura per i signori, nessuna subalternita' ai dottori: solo la voglia di coinvolgere quella platea di ragazzi poco piu' giovani di quanto lo ero io quando lo conobbi.
Alfio non perdeva mai un'occasione per dire quello che pensava e per essere di incoraggiamento.
Questo l'Alfio che abbiamo conosciuto: lontano dal personaggio, dalla maschera, mai arreso, mai sconfitto, sempre con il desiderio e la forza di aiutare l'altro.
E ci incoraggia anche oggi quando pensiamo a lui, ci unisce, ci fa sentire meno soli e ci sostiene il suo esempio di onesta' e di impegno nella lotta in cui si batteva lui per primo: per la terra e per tutti gli uomini. E non occorre solo che la citta' lo ricordi (con iniziative pubbliche o con la dedica di una via) ma occorre che si prosegua la sua, la nostra battaglia.

 

ALFIO

Ricorre oggi il novantesimo anniversario della nascita di Alfio Pannega.

Ho conosciuto Alfio Pannega negli anni '70 del secolo scorso.
Ero all'epoca un giovane militante della sinistra rivoluzionaria, e lui era gia' un vecchio compagno antifascista, comunista, libertario.
A Viterbo era conosciutissimo ed amatissimo, ma pochi avevano con lui un rapporto di riflessione condivisa.
Mi capito' invece di ragionare con lui dei compiti dell'ora e delle piu' ardue questioni teoriche e pratiche del nostro movimento - il movimento delle oppresse e degli oppressi in lotta per la liberazione dell'umanita' -, e di cogliere quanto profonda fosse la sua sapienza, quanto acuta e complessa la sua riflessione, come nella sua vita di proletario e nella sua cultura di autodidatta avesse svolto ragionamenti essenziali, si fosse costruito un metodo, si ponesse gli stessi problemi che ci ponevamo noi giovani giunti al marxismo e al comunismo consiliare e antiautoritario attraverso la critica non solo del capitalismo e dell'imperialismo ma anche di ogni totalitarismo e delle vecchie e nuove ideologie e prassi dell'alienazione su cui avevano continuato a riflettere i pensatori della scuole di Francoforte, ed Ivan Illich, ed Ernst Bloch, ed Hannah Arendt, e Murray Bookchin, ed il femminismo che tutti ci interrogava e chiamava ad un approfondimento ed impegno ulteriore, piu' profondo, piu' decisivo.
In quel tempo nella sinistra storica gia' prevalevano burocrazie subalterne all'ideologia borghese ed alle macchine weberiane della ragione strumentale; ma anche nella sinistra di provenienza studentesca o intellettuale vi era una sottovalutazione - coperta da una mitizzazione non meno alienata e alienante - del sapere delle classi oppresse. Si leggeva certo Mariategui e Gramsci, De Martino e la migliore antropologia - e sociologia - fondata sull'osservazione partecipante e la ricerca sul campo, Nuto Revelli e le altre ricerche degli storici orali, i rendiconti delle esperienze operaie di Castellanza e non solo, e Basaglia naturalmente. Ma restava un atteggiamento in sostanza paternalistico, avanguardistico, dirigenziale.
Meno vanto di essere stato un funzionario di partito - un "rivoluzionario di professione" - che invece volle e seppe ascoltare. Sara' per questo che non ho fatto carriere. E ascoltandolo seppi quanto acuto, quanto profondo fosse Alfio Pannega.
Fu per anni un'amicizia di scarsi incontri e lunghe chiacchierate.
*
Poi nell'estate del '93 accadde una cosa che cambio' le nostre vite.
Un gruppo di ragazzi decise di occupare l'ex gazometro da decenni abbandonato, a ridosso delle mura cittadine di Viterbo nella Valle di Faul. E a ridosso dell'area del gazometro c'era la minuscola casa di Alfio.
Ero di molti anni piu' vecchio di quei giovani; partecipai all'occupazione pensando che la presenza di un pubblico amministratore (ero all'epoca consigliere provinciale) e giornalista (erano gli anni in cui redigevamo il settimanale "Sottovoce" che a Viterbo si batteva contro il regime della corruzione e la penetrazione mafiosa) sarebbe stata utile a impedire eventuali intenzioni di sgombero violento; cosi' fin dalla prima mattina fui uno degli occupanti, e mi trovai a condurre le trattative con le istituzioni - con esito positivo: il centro sociale esiste ancora (il che ovviamente non mi risparmio' di essere il primo dei condannati per l'occupazione).
Quella prima mattina avevamo iniziato a ripulire l'area dalle sterpaglie che Alfio usci' di casa e si uni' a noi. Fu un incontro gioioso per entrambi, e per tutti. Se il centro sociale esiste ancora, Alfio ne reca il merito maggiore.
Dal primo giorno iniziammo la formazione alla nonviolenza, e la nonviolenza ha caratterizzato il centro sociale di Viterbo per anni. Ma di questo diro' in un'altra occasione.
Per Alfio il centro sociale fu una rinascita: dopo anni di dura solitudine si ritrovo' una famiglia allargata di giovani e giovanissimi che in lui, attraverso lui, scoprirono un mondo: l'antifascismo negli anni della dittatura, la poverta' e l'oppressione perdurante sotto il regime democristiano corrotto e ladro, la storia della Viterbo popolare che resisteva, il marxismo pensato e vissuto dal proletariato come solidarieta' e come riscatto, come lotta e speranza di un'umanita' finalmente libera e riconciliata. E la storia e le storie "di lunga durata" della citta', del suo popolo, dei suoi monumenti e della sua natura. E la cultura grande dei classici che Alfio aveva appreso bambino in collegio e ancora riteneva a memoria e sapeva recitare col gesto ampio, la voce commossa, gli occhi in lacrime, da Dante a Carducci, in un percorso in cui cultura e lotta di liberazione erano tutt'uno.
E con Alfio e con il centro sociale abbiamo condotto nel corso degli anni Novanta e Duemila - Alfio e' deceduto nel 2010 - lotte nitide e decisive, promosso movimenti e manifestazioni indispensabili. Talora sconfitti e talora vittoriosi - come e' ovvio che accada -, ma quando vittoriosi (come nel caso della lotta che impedi' che un illegale e dissennato mega-aeroporto distruggesse per sempre l'area del Bullicame di dantesca memoria, uno dei piu' importanti beni naturalistici, culturali e terapeutici di Viterbo) con la gioia di avere salvato un bene comune e il bene di tutti; ed anche quando sconfitti con la coscienza comunque di aver fatto la cosa giusta.
*
Di Alfio mi ha sempre soprattutto commosso la generosita' e la concretezza, il primato della relazione di accoglienza e di aiuto, e la consapevolezza che la lotta da condurre e' insieme - come si usa ora dire - locale e globale, ovvero immediata e di prospettiva: attenta a recare aiuto subito a chi soffre dolore o patisce ingiustizia, ed insieme collocata coerentemente e dinamicamente in un orizzonte generale di lotta delle oppresse e degli oppressi per la liberazione dell'umanita' e la difesa del mondo vivente.
Dopo la sua morte ho temuto che con il trascorrere degli anni prendesse il sopravvento nella memoria comune della citta', ma anche nella memoria collettiva dei compagni aggrediti e non di rado colonizzati dalla societa' dello spettacolo, una immagine di lui stereotipata, pittoresca, folclorica, alienata e falsificata; e per quanto e' stato in mio potere ho cercato di contrastare questa deriva che ne sfigurava il volto, il pensiero, l'azione, il lascito. Talora ho vissuto come una bruciante ferita anche a me inferta certi tentativi infami di offenderne la memoria da parte dei poteri contro cui lui sempre combatte'. E sovente mi sembra che sempre piu' difficile si faccia tramandare ai giovani la sua testimonianza, la sua lotta, il suo - chiedo venia - messaggio. Chi e' giovane oggi fatica a capire la nostra lotta ed e' frequentemente in balia di retoriche immemori e demagoghi ripugnanti. Nel contesto attuale ricordare Alfio e' un atto di ecologia morale e politica, di resistenza al nichilismo, di resistenza al fascismo che torna.
Sono trascorsi cinque anni dalla sua morte, e ricorre ora il novantesimo suo genetliaco: vorrei che questa occasione fosse propizia a promuovere la costituzione di quell'"Archivio Alfio Pannega" che fin dal decesso con alcuni compagni riteniamo necessario creare, e creare presto, prima che documenti importanti (registrazioni, fotografie, manoscritti) si perdano e le memorie di chi lo ha conosciuto svaniscano ovvero si metamorfosino ed omologhino sotto l'incessante azione del tempo, quel lavoro dell'oblio che rielabora e semplifica ed infine travisa, e travolge, ed annienta. Alcuni segnali a mio avviso inquietanti si sono gia' dati. Occorrerebbe fare presto, e bene.
Credo anche, e credo che come me molte altre persone lo credano, che sarebbe cosa buona e giusta che anche le istituzioni - quelle culturali, quelle civiche - avviino un percorso sincero e adeguato di confronto con la sua figura, di riconoscimento del suo valore e della sua importanza. Ciascuno trovi la sua via per rendergli omaggio, per mettere a disposizione di tutti i doni che Alfio ha recato, a Viterbo, all'umanita'.




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