1. Alfio Pannega. Un ricordo approssimandosi il decennale della scomparsa
Il 30 aprile saranno dieci anni che Alfio Pannega e' morto.
E credo che sara' la prima volta, in conseguenza delle misure di contenimento dell'epidemia, che alcuni di noi suoi vecchi amici non ci incontreremo per ricordarlo insieme. Cosi' non resta che mettere per iscritto le cose che non potremo dirci intorno a un tavolo.
Era un uomo libero e un poeta; era un compagno: l'antica luminosa parola che designa la persona che condivide il suo pane con chi non ne ha.
Era un proletario, uno sfruttato, e un combattente per la liberazione dell'umanita' intera, un antifascista che sapeva come Primo Levi che la lotta contro la violenza e l'ingiustizia non finisce mai.
Viveva assai poveramente, ed era di una generosita' sconfinata.
S'indignava per ogni ingiustizia e non nutriva odio per nessuno.
Era un militante comunista libertario, un amico della nonviolenza. Sapeva come Gandhi che tra mezzi e fini vi e' lo stesso rapporto che c'e' tra il seme e la pianta, e che chi vuole lottare per la liberazione dell'umanita' deve essere perfettamente consapevole che questa lotta comincia aiutando chi ti e' vicino, chi incontri per strada, chi bussa alla tua porta. In ogni essere umano riconoscendo l'umanita' intera, riconoscimento che e' insieme riconoscenza.
Tutto comprendeva, e soprattutto il cuore delle persone e del mondo; era sapiente della sapienza appresa dal vivo contatto con la fatica e con la sofferenza, e dall'amore per Dante e per gli altri classici tre-cinquecenteschi della nostra letteratura che serbava viventi e integri nella memoria; sapeva fare tutto, con la meditata pazienza e la sicura lentezza di chi conosce per esperienza il lavoro artigiano, il lavoro operaio, il lavoro dei campi, i tempi della natura, la resistenza delle cose che invita alla fabrilita', di chi sa prendersi cura del mondo vivente ed ama che vivano gli animali e le piante cosi' come gli esseri umani, e il cielo e la terra. Trovarsi con lui seduti in cerchio intorno a un tavolo o in mezzo a un campo a condividere ragionamenti, a condividere il pane e il vino, era trovarsi alla scuola della gioia, e sentire con kantiana meraviglia il legame del cielo stellato e della legge morale.
Condivideva con tutte e tutti il bene e i beni. E la maggiore delle sue imprese io credo che sia aver educato all'amore per la verita', al rispetto per la vita, alla cura per gli esseri viventi - e per le parole che vivono anch'esse ed hanno quella potenza di cui diceva Gorgia agli ateniesi, e allora tu adoperati affinche' sempre le tue di bene siano apportatrici -, all'impegno morale e civile, alla nonviolenza vissuta e sentita vibrare in ogni intima fibra, tanti giovani che con lui hanno condiviso l'esperienza del centro sociale occupato autogestito "Valle Faul", e che sono stati la felicita' della sua vocazione di saggio pedagogo.
Delle lotte di cui fu protagonista ancora negli ultimi mesi della sua vita ricordo almeno quella per salvare la preziosa area del Bulicame da una devastazione insensata, e quella per rivendicare il diritto di ogni essere umano ad avere una casa.
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Sarebbe una buona cosa se le tante persone che lo hanno conosciuto - a Viterbo piu' o meno tutti, poiche' per tanti anni percorse le vie della citta' col suo carretto trainato a mano a raccogliere cartoni ed altri imballaggi che poi riciclava, e con tutti scambiava un motto di saluto, una parola scherzosa e fragrante - trovassero il modo di tramandare il loro ricordo di Alfio non solo negli aneddoti raccontati tra amici ma anche acconsentendo a una registrazione, a una trascrizione di essi che resti per coloro che verranno, come un monumento da edificare alla cultura popolare, alla storia generosa e resistente della citta'.
E sarebbe bene che le istituzioni democratiche della citta' promuovessero una tale iniziativa.
Noi vecchi amici abbiamo amaro il cruccio di non aver saputo, con le nostre limitate personali risorse, sin qui realizzarla se non per lampi e frammenti - e penso con gratitudine al libro curato dalla "Banda del racconto", alle fotografie dell'indimenticabile Mario Onofri e di altri amici, all'opera teatrale di Pietro Benedetti, ad altre testimonianze e iniziative ancora, a cominciare da chi tiene ancora in vita per quanto possibile l'esperienza che Alfio condivise e di cui fu quasi eroe eponimo negli ultimi vent'anni della sua esistenza.
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Sovente in questi giorni di epidemia mi sono detto che avrei voluto poter con Alfio ragionare insieme su quello che e' necessario dire, su quello che e' necessario fare, come era nostra abitudine. E ragionando insieme, in reciproca maieutica, cercar di vedere con chiarezza la sofferenza e l'ingiustizia, e insieme cercare il modo di contrastarle; cercare la via di ridurre la sofferenza, di soccorrere le vittime, di porre un argine al dolore del mondo, di agire per la comune liberazione. Ogni ragionamento di quei civil conversari era insieme un appello a insorgere contro la violenza, contro l'iniquita', contro ogni abuso e contro ogni patimento.
Cosi' mi accade di pensare che se Alfio fosse qui, oggi, insieme denunceremmo l'insipienza e l'irresponsabilita' dei governanti che con la loro inerzia, la loro intempestivita', la loro stolta sicumera, il loro sfrenato egoismo, non hanno agito per tempo ed adeguatamente per fermare il contagio: ed hanno cosi' effettualmente favorito una strage che poteva e doveva essere ridotta ai minimi termini.
Ancora oggi ogni giorno muoiono centinaia di persone, quando ormai da mesi potevano e dovevano essere state attuate le misure adeguate che avrebbero salvato migliaia di vite.
Ancora oggi non sono state messe a disposizione di tutte le persone le fondamentali protezioni atte a impedire il contagio e salvare la vita.
Ancora oggi non vengono effettuati tutti i necessari controlli per individuare e circoscrivere e contrastare il contagio.
Ancora oggi non vengono intraprese tutte le indispensabili azioni di contrasto del contagio.
Ancora oggi le persone piu' bisognose di aiuto non ricevono aiuti adeguati.
Ancora oggi chi piu' ha bisogno di aiuto subisce ostracismo e abbandono, quando non anche persecuzione.
Tutto cio' e' mostruoso, e tutte le menzogne della propaganda, tutte le astuzie della retorica, tutta la pressione di una macchina comunicativa orientata alla mistificazione, alla narcosi e all'occultamento dei crimini, non basta a nascondere un cosi' ciclopico, abissale orrore.
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Sarebbe insorto Alfio Pannega dinanzi a questo orrore, dinanzi a questo massacro.
Un massacro che non e' affatto mera conseguenza di una imprevedibile fatalita', inevitabile esito di un virus incontrollabile, scempio dovuto a un destino cinico e baro. No. La strage in corso e' dovuta soprattutto alla negligenza, alla stoltezza, all'ignavia, all'avidita' e alla ferocia dei potenti che avevano gli strumenti adeguati per contrastare efficacemente il contagio, ed invece hanno di fatto abbandonato nelle fauci del morbo le persone piu' fragili, le piu' sofferenti, le piu' impoverite, le piu' derubate.
La catastrofe della strage da Covid-19 e' anche e innanzitutto l'esito dell'ignoranza, del menefreghismo e quindi della violenza dei potenti.
Quale scandalosa immoralita', e quale irredimibile tradimento della stessa legge fondamentale del nostro ordinamento giuridico, la Costituzione della Repubblica italiana che afferma il dovere di rispettare e difendere la vita, la dignita' e i diritti di tutti gli esseri umani.
Verra' un giorno che i governanti felloni saranno giudicati per la catastrofe provocata dalla loro insipienza, dalla loro irresponsabilita'.
Cosi' come verra' un giorno in cui saranno giudicati i governanti razzisti che nel 2018-2019 hanno commesso abominevoli crimini contro l'umanita' ostacolando il soccorso di naufraghi innocenti e perseguitando proditoriamente le persone piu' inermi e piu' esposte.
Verra' quel giorno, ma gia' oggi occorre fare quanto possibile per fermare subito il contagio e per salvare le vite che e' possibile salvare.
Verra' quel giorno, ma gia' oggi occorre che le istituzioni democratiche garantiscano a tutte le persone i beni di prima necessita' e tutte le cure e le necessarie protezioni dal morbo.
Verra' quel giorno, ma gia' oggi occorre che i pubblici poteri tornino a rispettare la morale e il diritto, la legalita' che salva le vite, il legato dei martiri della Resistenza inciso nella Costituzione della repubblica.
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Ecco, ogni volta che penso ad Alfio penso ai nostri doveri attuali. La sua memoria resta viva una fiamma e un appello all'azione nonviolenta per denunciare, smascherare e contrastare la violenza dei potenti; un appello all'azione nonviolenta per soccorrere, accogliere e assistere ogni persona bisognosa di aiuto; un appello a condividere il bene e i beni; un appello a salvare le vite.
A dieci anni dalla morte Alfio Pannega vive nel ricordo e nell'azione che a tutte le sofferenze, a tutte le oppressioni, a tutte le ingiustizie, a tutte le violenze si oppone.
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In calce a queste righe ancora una volta allego una minima notizia biografica su Alfio, e una trascrizione delle parole dette al suo funerale.
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Allegato primo: Una minima notizia su Alfio Pannega
Alfio Pannega nacque a Viterbo il 21 settembre 1925, figlio della Caterina (ma il vero nome era Giovanna), epica figura di popolana di cui ancor oggi in citta' si narrano i motti e le vicende trasfigurate ormai in leggende omeriche, deceduta a ottantaquattro anni nel 1974. E dopo gli anni di studi in collegio, con la madre visse fino alla sua scomparsa, per molti anni abitando in una grotta nella Valle di Faul, un tratto di campagna entro la cinta muraria cittadina. A scuola da bambino aveva incontrato Dante e l'Ariosto, ma fu lavorando "in mezzo ai butteri della Tolfa" che si appassiono' vieppiu' di poesia e fiori' come poeta a braccio, arguto e solenne declamatore di impeccabili e sorprendenti ottave di endecasillabi. Una vita travagliata fu la sua, di duro lavoro fin dalla primissima giovinezza. La raccontava lui stesso nell'intervista che costituisce la prima parte del libro che raccoglie le sue poesie che i suoi amici e compagni sono riusciti a pubblicare pochi mesi prima dell'improvvisa scomparsa (Alfio Pannega, Allora ero giovane pure io, Davide Ghaleb Editore, Vetralla 2010): tra innumerevoli altri umili e indispensabili lavori manuali in campagna e in citta', per decine di anni ha anche raccolto gli imballi e gli scarti delle attivita' artigiane e commerciali, recuperando il recuperabile e riciclandolo: consapevole maestro di ecologia pratica, quando la parola ecologia ancora non si usava. Nel 1993 la nascita del centro sociale occupato autogestito nell'ex gazometro abbandonato: ne diventa immediatamente protagonista, e lo sara' fino alla fine della vita. Sapeva di essere un monumento vivente della Viterbo popolare, della Viterbo migliore, e il popolo di Viterbo lo amava visceralmente. E' deceduto il 30 aprile 2010, non risvegliandosi dal sonno dei giusti.
Molte fotografie di Alfio scattate da Mario Onofri, artista visivo profondo e generoso compagno di lotte che gli fu amico e che anche lui ci ha lasciato anni fa, sono disperse tra vari amici di entrambi, ed altre ancora restano inedite nell'immenso, prezioso archivio fotografico di Mario, che tuttora attende curatela e pubblicazione.
Negli ultimi anni il regista ed attore Pietro Benedetti, che gli fu amico, ha sovente con forte empatia rappresentato - sulle scene teatrali, ma soprattutto nelle scuole e nelle piazze, nei luoghi di aggregazione sociale e di impegno politico, di memoria resistente all'ingiuria del tempo e alla violenza dei potenti - un monologo dal titolo "Allora ero giovane pure io" dalle memorie di Alfio ricavato, personalmente interpretandone e facendone cosi' rivivere drammaturgicamente la figura.
La proposta di costituire un "Archivio Alfio Pannega" per raccogliere, preservare e mettere a disposizione della collettivita' le tracce della sua vita e delle sue lotte, e' restata fin qui disattesa.
Alcuni testi commemorativi sono stati piu' volte pubblicati sul notiziario telematico quotidiano "La nonviolenza e' in cammino", ad esempio negli "Archivi della nonviolenza in cammino" nn. 56, 57, 58, 60; cfr. anche il fascicolo monografico dei "Telegrammi della nonviolenza in cammino" n. 265 ed ancora i "Telegrammi della nonviolenza in cammino" nn. 907-909, 1172, 1260, 1261, 1272, 1401, 1622-1624, 1763, 1971, 2108-2113, 2115, 2329, 2331, 2334-2335, 2476-2477, 2479, 2694, 2833, 3049, 3051-3052, 3369-3373, 3448, 3453, 3515-3517, i fascicoli di "Coi piedi per terra" n. 546 e 548-552, e "Voci e volti della nonviolenza" nn. 687-691, 754-755, 881, il fascicolo di "Ogni vittima ha il volto di Abele" n. 170, i fascicoli di "Una persona, un voto" nn. 88-90, 206, 209, i fascicoli de "La domenica della nonviolenza" nn. 420 e 511, i fascicoli de "La nonviolenza contro il razzismo" nn. 202-206, 213, 437-438.
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Allegato secondo: Alcune parole per Alfio Pannega (2010)
[Ricostruite a memoria - e frettolosamente poi scritte - questo sono, se non le esatte parole, alcune delle cose dette il primo maggio 2010 al cimitero di Viterbo dinanzi al feretro di Alfio Pannega]
Questo uomo aveva la bonta' e l'ira dei profeti, di coloro che sanno dire la verita' in faccia alle persone e al mondo: con la virtu' della misericordia verso tutte le creature sofferenti, e con la virtu' dell'indignazione contro ogni ingiustizia.
Aveva la pazienza di Giobbe: fedele sempre al vero e al giusto, senza mai un cedimento al male, senza mai una meschinita', senza mai una vilta'.
Recava la verita' di Qohelet: sapeva che tutto e' vanita' di vanita' e fame di vento, e che proprio per questo e' dovere di ciascuno recare aiuto a tutti, giacche' e' meglio essere in due che uno solo, poiche' chi e' solo, se lungo il cammino della vita inciampa, allora cade e non si risolleva, ma se ha compagni essi lo sosterranno, reciprocamente si sosterranno.
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Era un poeta, educato alla lingua e alla musica e alla tempra di Dante del cui capolavoro sapeva declamare a memoria interi canti, e cresciuto alla scuola dei poeti a braccio, per i quali la poesia e il pane, il lavoro quotidiano e l'estro armonico, la cruda realta' e la sublime bellezza sono una stessa cosa.
Ed era un testimone, e non di una generica viterbesita', formula astratta e vuota, ma di quella Viterbo popolare, civile, resistente, antifascista, che fu anche quella di Achille Poleggi e di Sauro Sorbini.
Ed era un esempio della sublime e luminosa dignita' e generosita' dei poveri: tutto cio' che era suo era di tutti, tutti accoglieva ed aiutava; all'ora della consumazione in comune dei pasti prima accudiva gli animali, poi gli ospiti e solo alla fine mangiava anche lui.
Era un educatore alla solidarieta' con tutti i viventi: e le persone che hanno condiviso con lui un tratto di strada, un'ora del giorno, da lui hanno imparato questo dovere nativo, sorgivo, elementare: di essere con gli altri e per gli altri.
Ed e' stato un dono, un dono grande, per chi ha avuto la fortuna, la grande fortuna, di averlo piu' intimamente conosciuto.
E che quest'uomo sia vissuto tra noi resta un'alta ragione di orgoglio per questa citta', che oggi gli rende omaggio.
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Ma detto questo ancora non e' detto tutto, e forse non e' detto ancora l'essenziale.
Gia' anziano, sofferente dei malanni di una travagliata vita di vicissitudini e fatiche, e dimorante allora in umana solitudine in una zona abbandonata della citta', 17 anni fa Alfio ebbe una seconda nascita, una seconda vita, partecipando fin dal primo giorno all'occupazione dell'ex-gazometro e alla nascita quindi del centro sociale occupato autogestito "Valle Faul", e del centro sociale e' stato simbolo e anima, il cuore pulsante, e il centro sociale si e' riconosciuto in lui: in questi 17 anni lui e' stato il centro sociale e il centro sociale e' stato lui; e questi 17 anni da quell'estate del 1993 sono stati gli anni di un amore reciproco cosi' appassionato che ieri vedendo nella camera ardente, presso il centro sociale allestita, sgambettare e giocare ai piedi del feretro, o dalle braccia dei giovani genitori guardarlo e salutarlo, bambini di pochi anni e di non molti mesi, e insieme vedendo Giselle che venne al centro sociale bambina ed ora e' una meravigliosa giovane donna, tu vedevi che grande fioritura di vita e di bellezza Alfio ha saputo coltivare con l'esempio amorevole ed autorevole della sua dignita', della sua generosita'. E che grande eredita' lascia di umanita' fraterna e sororale, di persone sensibili e solidali, che alla scuola del suo esempio sono cresciute splendide.
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E ci sono questi ultimi anni, dalla fine del 2007 a oggi, caratterizzati soprattutto dalla sua lotta per il diritto alla casa: Alfio getto ' il suo cuore e la sua vita stessa nella lotta per il diritto di ogni essere umano ad avere un tetto, per il diritto sociale alla casa, per il diritto umano alla casa. Ed e' un dolore grande per noi che restiamo che sia deceduto senza che quel diritto almeno lui abbia potuto vederlo riconosciuto. Un dolore che non potremo dimenticare.
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E poi ci sono questi ultimi mesi, questi ultimi felici mesi, mesi che per Alfio sono stati forse i piu' gioiosi della sua vita da tanto tempo a questa parte.
La realizzazione del libro delle sue poesie, arricchito di un'ampia intervista ed impreziosito da tante stupende fotografie; un ringraziamento grande va a tutte le persone che hanno reso possibile questa pubblicazione, adempiendo quello che era da molti anni un suo profondo desiderio e una promessa solenne che i compagni del centro sociale a lui e a se stessi avevano fatto.
E con il libro, le sue presentazioni pubbliche con immensa e commossa partecipazione popolare, e la mostra fotografica sulla sua vita, e la lectio magistralis che tenne alla Sala Regia del Comune conclusa, dopo aver esortato ancora una volta i piu' giovani al sapere e alla generosita', con quel gesto sublime del rifiuto di un'onorificenza finche' non fosse stato riconosciuto un diritto, il diritto alla casa.
Con quel discorso e con quel gesto la grande cultura, la vera civilta', e l'autentica dignita' umana facevano irruzione nelle stanze del palazzo, divenivano ora di verita', sfida all'ipocrisia, alla menzogna e all'ingiustizia.
E poi ancora i manifesti col suo volto a segnalare l'emergenza casa, e la sottoscrizione pubblica promossa in suo nome cui lui magnanimamente acconsenti' ancora una volta mettendo tutto se stesso nella lotta per un diritto di tutti.
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Ma anche detto questo forse non e' ancora detto cio' che e' decisivo: per molti di noi, e mi perdonerete se qui il discorso si fa piu' intimo, Alfio e' stato un maestro e un compagno, di vita e di lotte. Un maestro e un compagno di vita: nella piena condivisione del pane, e di tutto. E un compagno di lotte, contro la guerra, contro razzismo, discriminazione, sfruttamento. Sempre dalla parte degli ultimi, degli umiliati e offesi, degli oppressi, dell'umanita in lotta per la liberazione.
E in lotta per l'ambiente casa comune, per la difesa qui a Viterbo del Bulicame, il Bulicame cantato da Dante e a un tiro di sasso dal centro sociale; e resta indimenticabile per chi lo visse quel suo meraviglioso discorso tenuto al Bulicame in quella notte in cui proprio dinanzi alle sorgenti e alle pozze di acqua sulfurea manifestammo in molti per salvare quel prezioso bene ambientale e culturale dalla devastazione cui lo avrebbe condannato la realizzazione di un mega-aeroporto nocivo, distruttivo e fuorilegge.
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Alfio Pannega non e' mai stato riducibile a un'immaginetta pittoresca di una Viterbo che fu coi suoi antichi mestieri e le sue vetuste tradizioni che vanno scomparendo, non e' mai stato un personaggio museale, da mummificare e archiviare; al contrario: fino all'ultimo dei suoi giorni Alfio e' stato un vitale, ardente, consapevolissimo militante del movimento degli oppressi in lotta per i diritti umani di tutti gli esseri umani; per la difesa della natura che conosceva intimamente, essere vivente per essere vivente, animale per animale, pianta per pianta; per la liberazione dell'umanita' dallo sfruttamento e dall'oppressione, per l'uscita da questa preistoria verso il regno della liberta'.
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Oggi e' il primo maggio, e per il movimento dei lavoratori e delle lavoratrici, per il movimento delle oppresse e degli oppressi, e' il giorno della memoria e dell'impegno per la liberazione dell'umanita' dalla violenza dello sfruttamento; e vedete come sono strane e imprevedibili le coincidenze della vita: accingendoci proprio in questo giorno a recare l'estremo saluto ad Alfio, l'indomito combattente antifascista e il lavoratore che conosceva per averli sperimentati tutti i piu' faticosi mestieri - di pastore e di contadino, di artigiano e di operaio -, per noi da oggi il primo maggio lo sara' due volte quell'appello alla lotta solidale contro l'ingiustizia: nel ricordo dei martiri di Chicago uccisi nell'Ottocento dalla violenza del potere perche' lottavano per i diritti dei lavoratori, e nel ricordo di Alfio: e' la stessa memoria, e' la stessa lotta.
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Molti anni fa, commemorando Duilio Mainella, Sauro Sorbini concluse la sua orazione funebre col canto della Marsigliese, simbolo della lotta dell'umanita' contro la tirannide; vorrei oggi almeno ricordare le parole del refrain di quel canto composto un secolo dopo a rivendicare le ragioni dell'umanita' e della lotta per la sua liberazione proprio mentre la reazione persecutrice dilagava con la caccia all'uomo e le fucilazioni dei comunardi parigini, quel canto che e' l'Internazionale, che da quasi un secolo e mezzo e' il canto di quanti si levano a contrastare ogni oppressione: "Su', lottiam, l'ideale / nostro fine sara' / l'internazionale / futura umanita'".
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Ed ora che, con quelle indimenticabili parole di Paolo nella seconda lettera a Timoteo, di Alfio Pannega possiamo dire che ha concluso la sua corsa dopo aver combattuto la buona battaglia senza perdere la tenerezza, ora che Alfio ha compiuto la sua vita che e' stata fino all'ultima ora la vita di un giusto, ora sta a noi che restiamo di essere fedeli a quello che ci ha donato, che ci ha insegnato, e testimoniarlo a nostra volta, con le parole ed ancor piu' con gli atti, continuando la sua lotta, continuando a mettere in pratica i suoi insegnamenti; e se posso rivolgermi in particolare a tutti gli amici piu' vicini, a tutti i compagni che hanno condiviso e che proseguiranno, che proseguiremo insieme, l'esperienza del centro sociale occupato autogestito "Valle Faul" di Viterbo, ogni volta che accadra' che qualcuno vi chieda, ci chieda, "Chi era Alfio Pannega?", ebbene, che noi tutti che lo abbiamo conosciuto e che lo abbiamo avuto nostro compagno si possa essere degni di rispondere, testimoniandolo con ogni nostra azione: "Io sono Alfio Pannega, Viterbo e' Alfio Pannega, l'umanita' e' Alfio Pannega".
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2. Tra 25 aprile e primo maggio
I. Mi guardo intorno e dico quel che vedo
Mi guardo intorno e dico quel che vedo.
Primo: chi governa il paese ancora non ha saputo mettere a disposizione di tutte le persone che vivono in Italia i dispositivi di protezione individuale (guanti, visiere e mascherine) indispensabili per fermare il contagio.
Da gennaio ad oggi.
Era la prima cosa da fare, finisce aprile e ancora chi governa non l'ha fatta. E decine di migliaia di persone sono morte.
Mi guardo intorno e dico quel che vedo.
Secondo: chi governa il paese ancora non ha saputo realizzare una massiva e reiterata campagna di tamponi per individuare e contrastare tempestivamente i focolai del virus.
Da gennaio ad oggi.
Era la prima cosa da fare, finisce aprile e ancora chi governa non l'ha fatta. E decine di migliaia di persone sono morte.
Mi guardo intorno e dico quel che vedo.
Terzo: chi governa il paese ancora non ha saputo garantire a tutte le persone povere e impoverite, oppresse e rapinate, un adeguato aiuto affinche' durante l'epidemia nessuno resti senza alloggio, senza cibo, senza gli altri beni di prima necessita'.
Da gennaio ad oggi.
Era la prima cosa da fare, finisce aprile e ancora chi governa non l'ha fatta. E decine di migliaia di persone sono morte.
Mi guardo intorno e dico quel che vedo.
Quarto: chi governa il paese ancora non ha saputo garantire un'adeguata assistenza sanitaria alle persone piu' fragili e piu' esposte, anzi: alcune scelte di Governo e Regioni hanno letteralmente mandato al macello persone sofferenti e operatori sanitari. Non era difficile capire che occorreva un'adeguata prevenzione, non era difficile capire che occorreva procedere con cautela, non era difficile capire che occorreva predisporre specifiche e adeguate risorse, strutture, procedure, protezioni.
Da gennaio ad oggi.
Era la prima cosa da fare, finisce aprile e ancora chi governa non l'ha fatta. E decine di migliaia di persone sono morte.
Mi guardo intorno e dico quel che vedo.
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II. La memoria della Resistenza, la lotta delle oppresse e degli oppressi
Il 25 aprile ricordando la liberazione d'Italia dal fascismo si ricordano le persone che del fascismo sono state vittima, si ricordano le persone che al fascismo si sono opposte, si ricordano le persone che il fascismo hanno sconfitto e salvato l'umanita' dall'ordine dei lager, della schiavitu' e dei genocidi.
Il 25 aprile ricordando la Resistenza che ha restituito liberta' e dignita' al nostro paese si ricorda altresi' e si riafferma la fedelta' alla Costituzione della Repubblica italiana, che della Resistenza e della Liberazione e' il frutto e il monumento piu' luminoso.
Il 25 aprile si dichiara una gratitudine e si rinnova un patto: a restare fedeli a quell'impegno di liberazione dell'umanita', di solidarieta' che ogni essere umano riconosce e raggiunge, a inverare il dovere di soccorrere, accogliere e assistere ogni persona che ha bisogno di aiuto, a condividere il bene e i beni, a rispettare e difendere i diritti umani di tutti gli esseri umani e l'intero mondo vivente unica casa comune dell'umanita' intera, quest'unico mondo vivente di cui tutte e tutti siamo parte e custodi.
Il primo maggio e' il giorno in cui le sfruttate e gli sfruttati rinnovano l'impegno a far cessare lo sfruttamento.
Il primo maggio e' il giorno in cui il movimento delle lavoratrici e dei lavoratori, che con la loro incessante fatica garantiscono la sopravvivenza dell'umanita', la prosecuzione della civilta', tutto il bene che e' possibile al mondo, dichiara di esser cosciente di se' e si fa consapevole artefice dell'impegno alla liberazione comune dell'umanita' intera.
Il primo maggio nel ricordo di tutte le vittime di ogni oppressione, di ogni ingiustizia, di ogni violenza, le oppresse e gli oppressi riaffermano la speranza e la volonta' che violenze, ingiustizie ed oppressioni cessino, e finalmente s'inveri l'umanita' dell'umanita', si realizzi per tutte e tutti giustizia e liberta', eguaglianza di diritti nella diversita', fraternita' e sororita'.
Tra il 25 aprile e il primo maggio il 30 aprile vi e' l'anniversario della scomparsa di Alfio Pannega, che di tutti quei valori e' stato testimone e portatore, il cui ricordo ancora ci scalda il cuore.
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III. Se giovasse ripetere le cose
Se giovasse ripetere le cose, qui nuovamente ripetere vorremmo cio' che da settimane andiam dicendo.
Che "qui e adesso chiediamo ad ogni persona di volonta' buona di premere nonviolentemente sul governo nazionale - e per quanto di loro competenza su quelli regionali - affinche' si adottino immediatamente tutte le iniziative indispensabili per contenere il contagio, per salvare vite umane, per aiutare ci ha piu' bisogno di aiuto; e tra queste iniziative innanzitutto le seguenti:
1. vuotare le carceri sovraffollate e mandare le persone attualmente li' ristrette nelle proprie abitazioni o in altri alloggi adeguati in cui sia possibile il cosiddetto "distanziamento sociale" necessario per evitare il rischio di contagio;
2. abrogare tutte le misure razziste contenute nei due "decreti sicurezza della razza", porre fine all'effettuale regime di "apartheid" di cui sono vittima tante persone innocenti, far cessare lo sfruttamento schiavistico e la riduzione coatta in condizioni di vita disumane di cui sono vittima nel nostro paese troppi esseri umani innocenti; riconoscendo finalmente a tutte le persone che vivono in Italia tutti i diritti sociali, civili e politici, a cominciare dal diritto di voto secondo il principio fondamentale della democrazia: "una persona, un voto";
3. aiutare con adeguate provvidenze tutti i poveri e gli impoveriti, garantendo immediatamente ad ogni persona alloggio, cibo e tutti gli altri beni necessari alla vita;
4. fornire protezioni sanitarie adeguate per tutte le persone: a cominciare dagli operatori e le operatrici della sanita', dell'assistenza, della pubblica sicurezza, di tutti i servizi pubblici necessari; a cominciare da tutti i lavoratori e tutte le lavoratrici che con il loro lavoro continuano a produrre e distribuire i beni essenziali alla vita: gli alimenti e gli altri generi di prima necessita';
5. chiudere e tener chiuse fino alla fine dell'epidemia tutte le attivita' orientate al profitto privato non immediatamente necessarie alla vita delle persone;
6. rispettare e far rispettare rigorosamente il principio di precauzione, facendo prevalere la salvezza delle vite umane su ogni altro interesse particolare;
7. rispettare e far rispettare scrupolosamente i principi fondamentali e i valori supremi della Costituzione repubblicana; rispettare e far rispettare scrupolosamente la legalita' che salva le vite;
8. cessare di ingannare la popolazione con una propaganda e una retorica scandalose che hanno come fine di occultare i disastrosi errori dai governanti fin qui commessi il cui esito sono state innumerevoli morti evitabili se si fossero adottati tempestivamente e adeguatamente gli interventi necessari;
9. comprendere e far comprendere che per tutelare il diritto alla vita e alla salute occorre anche un impegno a contrastare l'inquinamento globale che e' il primo produttore e veicolo di nocivita'; ed agire di conseguenza;
10. comprendere e far comprendere che per tutelare il diritto alla vita e alla salute occorre anche un impegno a contrastare le ingiustizie sociali che opprimono la stragrande maggioranza dell'umanita'; ed agire di conseguenza;
11. inverare l'appello del segretario generale dell'Onu alla cessazione di tutte le guerre, attraverso azioni concrete di disarmo, di smilitarizzazione, di aiuti umanitari, di conversione nonviolenta dell'economia, della politica e della societa': cessare immediatamente di produrre armi; cessare immediatamente di favoreggiare guerre, regimi e poteri criminali; soccorrere, accogliere ed assistere tutte le persone bisognose di aiuto".
Ogni essere umano ha diritto alla vita, alla dignita', alla solidarieta'.
Salvare le vite e' il primo dovere.
Solo facendo il bene si contrasta il male.
IV. Un colloquio corale in absentia
Scriviamo queste righe il 29 aprile, e sembrera' pestare l'acqua nel mortaio.
Ma a centinaia continuano a morire le persone.
E il primo passo per fare cio' che e' giusto e' dire cio' che e' vero.
Chi governa il paese e importanti regioni persevera in una irresponsabilita', una protervia e una stoltezza dagli esiti letali: fanno ogni giorno proclami roboanti e promesse sesquipedali, ma ancora non hanno garantito a tutte e tutti le protezioni indispensabili; ma ancora non hanno garantito a chi ne ha piu' bisogno i sussidi indispensabili per sopravvivere; ma ancora non hanno garantito gli esami massivi necessari per individuare e contrastare le fonti di contagio; ma ancora non hanno garantito nemmeno la correzione degli errori catastrofici commessi. E le persone continuano a morire a centinaia ogni giorno.
Si torni alla ragione, si torni alla legalita' che salva le vite. Di tutti i diritti il primo diritto e' quello alla vita, senza del quale nessun altro diritto sussiste. E di tutti i doveri il primo dovere e' salvare le vite: senza l'adempimento di questo dovere l'umanita' si estingue.
La sofferenza, il male, la violenza, la morte possono e devono essere contrastati: con la solidarieta', con la misericordia, con la nonviolenza.
Solo la nonviolenza puo' salvare l'umanita' dalla catastrofe.
Ebbe a scrivere una volta Wittgenstein che "il mondo del felice e' un altro mondo che quello dell'infelice" (Tractatus, 6.43), ed e' proposizione insieme vera e falsa: vi e' un solo mondo, ed e' compito degli esseri umani far si'che esso sempre meno sia il mondo dell'infelicita' e sempre piu' il mondo della felicita'. Prima condizione della felicita' e' cessare di fare il male, e' contrastare chi fa il male, e' fare il bene per quanto si puo'.
Alfio
Dieci anni fa, il 30 aprile 2010, ci lasciava Alfio Pannega, il migliore degli amici e dei compagni.
Con gratitudine che non si estingue lo ricordiamo ancora.
Oggi, domani e il giorno dopo ancora. Alcune parole in questo 30 aprile
Sono passati dieci anni senza Alfio Pannega. Ed oggi la citta' di Viterbo lo ricorda una volta ancora. Senza cerimonie, nel pubblico spazio per bocca forse di pochi, ma in un comune corale raccoglimento, con un sentimento misto di gratitudine e di nostalgia.
E domani, che e' il primo maggio, lo ricordera' ancora. Perche' il primo maggio, il giorno in cui si fa memoria della lotta dolorosa e necessaria di tutte le lavoratici e tutti i lavoratori per l'emancipazione dell'umanita', anche Alfio viene ricordato, perche' del movimento operaio e contadino, del movimento comunista e libertario Alfio fu sempre un militante nitido e intransigente nella lotta contro lo sfruttamento e l'oppressione, contro tutte le ingiustizie e le violenze, nell'impegno per recare aiuto ad ogni persona di aiuto bisognosa, nella condivisione del bene e dei beni, nell'azione politica per realizzare una societa' in cui da ciascuna persona sia dato secondo le sue capacita' ed a ciascuna persona sia dato secondo i suoi bisogni, nell'opera comune per la salvezza comune dell'umanita' e di quest'unico mondo vivente di cui siamo parte e custodi.
E non solo oggi e domani, ma il giorno dopo ancora, e ancora, e ancora: fino a quando l'uomo cessi di essere un nemico della donna e dell'uomo, ed ogni persona si comprenda come parte dell'unica umana famiglia, e si realizzi quel passaggio dal regno della necessita' al regno della liberta', si realizzi il sogno della pace, della giustizia, dell'universale uguaglianza di diritti nella preziosa diversita' di ogni singola esistenza, della fraternita' e della sororita' che ogni essere umano finalmente riconosca, raggiunga, sostenga e conforti.
Ricordare Alfio Pannega e' per quanti gli furono amici - e forse pressoche' ogni persona che a Viterbo e' vissuta nel tempo della sua vita almeno qualche volta si senti' tale e a modo suo forse lo fu - riascoltarne la voce, e sentirne quindi di nuovo la testimonianza e l'appello: l'appello alla lotta contro tutte le violenze, l'appello all'impegno per la pace, i diritti umani di tutti gli esseri umani, il rispetto per tutti gli esseri viventi, la salvaguardia della civilta' e della natura.
L'appello alla scelta esistenziale, intellettuale, morale, politica della nonviolenza, che e' l'antifascismo vivente, che e' la lotta concreta e coerente per salvare tutte le vite, per far cessare tutte le violenze.
*
Ed un ricordo ancora vorrei aggiungere: come in Alfio il rigore morale si accompagnasse sempre alla piu' profonda comprensione e misericordia; come in lui l'impegno civile, la lotta nonviolenta, l'incondizionata generosita' sempre si unissero a una sorgiva festosita', a un sentimento di amore per il mondo e la vita, a una gioia interiore che illuminava chiunque lo incontrasse.
Forse solo Saba, o Penna, o Caproni, seppero mettere in parole quella soavita', quella delicatezza, quella leggerezza e quella iridescenza di sentimenti che Alfio incarno'.
E forse solo nelle lapidi dettata da Piero Calamandrei per i caduti della Resistenza tu ritrovi la fermezza - dantesca e leopardiana - dell'antifascismo che Alfio testimonio' per l'intera sua vita.
Non siano un congedo le parole in ricordo di Alfio che oggi tante persone a Viterbo pronunceranno - e sia pure soltanto tra gli affetti domestici, e sia pure soltanto nel foro interiore -, ma un sentiero e una promessa; non uno sguardo crepuscolare al passato che vanisce, ma un impegno vivente e verace per il presente e per l'avvenire.
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In calce a queste righe allego ancora una volta una minima notizia su Alfio Pannega, e due testi che piu' volte insieme a lui e alle giovani e ai giovani che erano con noi leggemmo e ragionammo nelle tante serate di studio e di accostamento alla nonviolenza che nel centro sociale "Valle Faul" si svolsero nel corso degli anni; un breve saggio del grande poeta Franco Fortini e la "carta programmatica" del Movimento Nonviolento. Testi che confido appassioneranno chi li legge oggi come appassionavano Alfio in anni che sembrano ormai cosi' lontani e sono invece solo il nostro ieri.
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Allegato primo. Una minima notizia su Alfio Pannega
Alfio Pannega nacque a Viterbo il 21 settembre 1925, figlio della Caterina (ma il vero nome era Giovanna), epica figura di popolana di cui ancor oggi in citta' si narrano i motti e le vicende trasfigurate ormai in leggende omeriche, deceduta a ottantaquattro anni nel 1974. E dopo gli anni di studi in collegio, con la madre visse fino alla sua scomparsa, per molti anni abitando in una grotta nella Valle di Faul, un tratto di campagna entro la cinta muraria cittadina. A scuola da bambino aveva incontrato Dante e l'Ariosto, ma fu lavorando "in mezzo ai butteri della Tolfa" che si appassiono' vieppiu' di poesia e fiori' come poeta a braccio, arguto e solenne declamatore di impeccabili e sorprendenti ottave di endecasillabi. Una vita travagliata fu la sua, di duro lavoro fin dalla primissima giovinezza. La raccontava lui stesso nell'intervista che costituisce la prima parte del libro che raccoglie le sue poesie che i suoi amici e compagni sono riusciti a pubblicare pochi mesi prima dell'improvvisa scomparsa (Alfio Pannega, Allora ero giovane pure io, Davide Ghaleb Editore, Vetralla 2010): tra innumerevoli altri umili e indispensabili lavori manuali in campagna e in citta', per decine di anni ha anche raccolto gli imballi e gli scarti delle attivita' artigiane e commerciali, recuperando il recuperabile e riciclandolo: consapevole maestro di ecologia pratica, quando la parola ecologia ancora non si usava. Nel 1993 la nascita del centro sociale occupato autogestito nell'ex gazometro abbandonato: ne diventa immediatamente protagonista, e lo sara' fino alla fine della vita. Sapeva di essere un monumento vivente della Viterbo popolare, della Viterbo migliore, e il popolo di Viterbo lo amava visceralmente. E' deceduto il 30 aprile 2010, non risvegliandosi dal sonno dei giusti.
Molte fotografie di Alfio scattate da Mario Onofri, artista visivo profondo e generoso compagno di lotte che gli fu amico e che anche lui ci ha lasciato anni fa, sono disperse tra vari amici di entrambi, ed altre ancora restano inedite nell'immenso, prezioso archivio fotografico di Mario, che tuttora attende curatela e pubblicazione.
Negli ultimi anni il regista ed attore Pietro Benedetti, che gli fu amico, ha sovente con forte empatia rappresentato - sulle scene teatrali, ma soprattutto nelle scuole e nelle piazze, nei luoghi di aggregazione sociale e di impegno politico, di memoria resistente all'ingiuria del tempo e alla violenza dei potenti - un monologo dal titolo "Allora ero giovane pure io" dalle memorie di Alfio ricavato, personalmente interpretandone e facendone cosi' rivivere drammaturgicamente la figura.
La proposta di costituire un "Archivio Alfio Pannega" per raccogliere, preservare e mettere a disposizione della collettivita' le tracce della sua vita e delle sue lotte, e' restata fin qui disattesa.
Alcuni testi commemorativi sono stati piu' volte pubblicati sul notiziario telematico quotidiano "La nonviolenza e' in cammino", ad esempio negli "Archivi della nonviolenza in cammino" nn. 56, 57, 58, 60; cfr. anche il fascicolo monografico dei "Telegrammi della nonviolenza in cammino" n. 265 ed ancora i "Telegrammi della nonviolenza in cammino" nn. 907-909, 1172, 1260, 1261, 1272, 1401, 1622-1624, 1763, 1971, 2108-2113, 2115, 2329, 2331, 2334-2335, 2476-2477, 2479, 2694, 2833, 3049, 3051-3052, 3369-3373, 3448, 3453, 3515-3517, 3725, i fascicoli di "Coi piedi per terra" n. 546 e 548-552, e "Voci e volti della nonviolenza" nn. 687-691, 754-755, 881, il fascicolo di "Ogni vittima ha il volto di Abele" n. 170, i fascicoli di "Una persona, un voto" nn. 88-90, 206, 209, i fascicoli de "La domenica della nonviolenza" nn. 420 e 511, i fascicoli de "La nonviolenza contro il razzismo" nn. 202-206, 213, 437-438, 445-446.
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Allegato secondo. Franco Fortini: Comunismo
[Da Franco Fortini, Extrema ratio, Garzanti, Milano 1990, pp. 99-101; era stato pubblicato per la prima volta nell'inserto settimanale satirico "Cuore" del quotidiano "L'Unita'" del 16 gennaio 1989. Dopo la pubblicazione in Extrema ratio, questo testo e' stato ristampato anche nell'opuscolo Una voce: comunismo, Edizioni del Centro di ricerca per la pace, Viterbo 1990; in Non solo oggi, Editori Riuniti, Roma 1991; in Saggi ed epigrammi, Mondadori, Milano 2003]
"Termine con cui si designano dottrine che propugnano e descrivono una societa' basata su forme comunitarie di produzione ovvero di produzione e consumo, in alternativa a societa' basate su forme di proprieta' privata ovvero di distribuzione e di consumo diseguali. Possesso comune della terra e dei mezzi di produzione, lavoro per tutti, regolazione pianificatrice dei bisogni e delle funzioni (...) parte integrante di tali dottrine e' l'educazione comune, pubblica, di tutti gli individui" (Enciclopedia Garzanti).
Il combattimento per il comunismo e' gia' il comunismo. E' la possibilita' (quindi scelta e rischio, in nome di valori non dimostrabili) che il maggior numero di esseri umani - e, in prospettiva, la loro totalita' - pervenga a vivere in una contraddizione diversa da quella oggi dominante. Unico progresso, ma reale, e' e sara' il raggiungimento di un luogo piu' alto, visibile e veggente, dove sia possibile promuovere i poteri e la qualita' di ogni singola esistenza. Riconoscere e promuovere la lotta delle classi e' condizione perche' ogni singola vittoria tenda ad estinguere la forma presente di quello scontro e apra altro fronte, di altra lotta, rifiutando ogni favola di progresso lineare e senza conflitti.
Meno consapevole di se' quanto piu' lacerante e reale, il conflitto e' fra classi di individui dotati di diseguali gradi e facolta' di gestione della propria vita. Oppressori e sfruttatori (in Occidente, quasi tutti; differenziati solo dal grado di potere che ne deriviamo) con la non-liberta' di altri uomini si pagano l'illusione di poter scegliere e regolare la propria individuale esistenza. Quel che sta oltre la frontiera di tale loro "liberta'" non lo vivono essi come positivo confine della condizione umana, come limite da riconoscere e usare, ma come un nero Nulla divoratore. Per dimenticarlo o per rimuoverlo gli sacrificano quote sempre maggiori di liberta', cioe' di vita, altrui; e, indirettamente, di quella propria. Oppressi e sfruttati (e tutti, in qualche misura, lo siamo; differenziati solo dal grado di impotenza che ne deriviamo) vivono inguaribilita' e miseria di una vita incontrollabile, dissolta ora nella precarieta' e nella paura della morte ora nella insensatezza e non-liberta' della produzione e dei consumi. Ne' gli oppressi e sfruttati sono migliori, fintanto che ingannano se stessi con la speranza di trasformarsi, a loro volta, in oppressori e sfruttatori di altri uomini. Migliori cominciano ad esserlo invece da quando assumono la via della lotta per il comunismo; che comporta durezza e odio per tutto quel che, dentro e fuori degli individui, si oppone alla gestione sovraindividuale delle esistenze; ma anche flessibilita' e amore per tutto quel che la promuove e la fa fiorire.
Il comunismo in cammino (un altro non esiste) e' dunque un percorso che passa anche attraverso errori e violenze, tanto piu' avvertiti come intollerabili quanto piu' chiara si faccia la consapevolezza di che cosa gli altri siano, di che cosa noi si sia e di quanta parte di noi costituisca anche gli altri; e viceversa. Il comunismo in cammino comporta che uomini siano usati come mezzi per un fine che nulla garantisce invece che, come oggi avviene, per un fine che non e' mai la loro vita. Usati, ma sempre meno, come mezzi per un fine, un fine che sempre piu' dovra' coincidere con loro stessi. Ma chi dalla lotta sia costretto ad usare altri uomini come mezzi (e anche chi accetti volontariamente di venir usato cosi') mai potra' concedersi buona coscienza o scarico di responsabilita' sulle spalle della necessita' o della storia.
Chi quella lotta accetta si fa dunque, e nel medesimo tempo, amico e nemico degli uomini. Non solo amico di quelli in cui si riconosce e ai quali, come a se stesso, indirizza la propria azione; e non solo nemico di quanti riconosce, di quel fine, nemici. Ma anche nemico, sebbene in altro modo e misura, anche dei propri fratelli e compagni e di se stesso; perche' non dara' requie ne' a se' medesimo ne' a loro, per strappare essi e se stesso agli inganni della dimenticanza, delle apparenze e del sempreuguale.
Dovra' evitare l'errore di credere in un perfezionamento illimitato; ossia che l'uomo possa uscire dai propri limiti biologici e temporali. Questo errore, con le piu' varie manipolazioni, ha gia' prodotto, e puo' produrre, dei sottouomini o dei sovrauomini; egualmente negatori degli uomini in cui ci riconosciamo. Ereditato dall'Illuminismo e dallo scientismo, depositato dalla cultura faustiana della borghesia vittoriosa dell'Ottocento, quell'errore ottimistico fu presente anche in Marx e in Lenin e oggi trionfa nella maschera tecnocratica del capitale. Quando si parla di un al di la' dell'uomo, e' dunque necessario intendere un al di la' dell'uomo presente, non un al di la' della specie. Comunismo e' rifiutare anche ogni sorta di mutanti per preservare la capacita' di riconoscersi nei passati e nei venturi.
Il comunismo in cammino adempie l'unita' tendenziale tanto di eguaglianza, fraternita' e condivisione quanto quella di sapere scientifico e di sapienza etico-religiosa. La gestione individuale, di gruppo e internazionale, dell'esistenza (con i suoi insuperabili nessi di liberta' e necessita', di certezza e rischio) implica la conoscenza delle frontiere della specie umana e quindi della sua infermita' radicale (anche nel senso leopardiano). Quella umana e' una specie che si definisce dalla capacita' (o dalla speranza) di conoscere e dirigere se stessa e di avere pieta' di se'. In essa, identificarsi con le miriadi scomparse e con quelle non ancora nate e' un atto di rivolgimento amoroso verso i vicini e i prossimi; ed e' allegoria e figura di coloro che saranno.
Il comunismo e' il processo materiale che vuol rendere sensibile e intellettuale la materialita' delle cose dette spirituali. Fino al punto di sapere leggere nel libro del nostro medesimo corpo tutto quel che gli uomini fecero e furono sotto la sovranita' del tempo; e interpretarvi le tracce del passaggio della specie umana sopra una terra che non lascera' traccia.
* * *
Allegato terzo. La carta programmatica del Movimento Nonviolento
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali, l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna, dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione, la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione di organi di governo paralleli.
Giovanni Maria Arena ricorda Alfio Pannega
Ricordo bene Alfio.
Tutti i viterbesi si ricordano di Alfio. E non solo quelli della mia generazione o di quella precedente. Alfio lo ricordano anche i viterbesi piu' giovani. Quelli che lo hanno conosciuto direttamente o attraverso i racconti dei genitori. Un viterbese "viterbese". Un uomo semplice, umile, buono, generoso. Uno spirito libero e nobile. Che amava la sua citta'. I viterbesi. Gli animali. I giovani. Amava stare in mezzo ai giovani. E con loro ha scelto di vivere gli ultimi anni della sua vita.
Ha sempre difeso i suoi diritti, il bene comune, l'impegno civile, portando avanti pacifiche battaglie di giustizia sociale, per la difesa del genere umano, degli animali e dell'ambiente.
Alfio era una persona di grande cultura. Un poeta.
Me lo ricordo quella mattina in Comune. Nella sala regia. In mezzo ai giovani. Pochi mesi prima della sua scomparsa. Accanto a lui l'allora sindaco Marini. In rigoroso silenzio abbiamo ascoltato la sua lezione di vita, raccontata dalla sua voce e dai suoi occhi a tutti i presenti. In particolare agli studenti. E sempre in silenzio lo abbiamo ascoltato mentre, a memoria, declamava i versi della Divina Commedia.
Alfio si e' portato con se' un pezzo importante della storia della sua e della nostra citta'. Un pezzo della Viterbo che fu.
Ma alcuni suoi insegnamenti, alcuni suoi consigli, qualcuno li ha sicuramente seguiti e coltivati. Magari proprio qualche studente che dieci anni fa era presente a quella cerimonia, e a cui Alfio ha insegnato l'importanza e il valore della cultura.
Il 30 aprile sono dieci anni che Alfio Pannega se n'e' andato. E Viterbo lo vuole ricordare con un pensiero e un sorriso. Lo stesso sorriso che lui ha donato a tutti quei viterbesi che hanno avuto il privilegio di conoscerlo.
Pietro Benedetti ricorda Alfio Pannega
Oggi e' mio dovere parlarvi di Alfio come amico, fratello e compagno. Lo conoscevo fin dal '71 quando con don Dante Bernini andavamo a far visita ai piu' poveri.
Mi piaceva ascoltarlo, parlava alla pari con un Rettore di un importante Seminario, mi ricordo il sorriso di don Dante, di piacere e di ringraziamento. Un uomo cosi' povero, amorevole con i suoi cani, poetico.
Ho rivisto e ascoltato Alfio alle feste dell'Unita', dove ogni anno festeggiava il suo compleanno offrendo una torta bellissima.
Ho potuto ascoltarlo su tutti gli argomenti, l'ambiente, la pace, il lavoro, e mi sembra sempre di riascoltarlo.
Devo tanta riconoscenza ad Alfio Pannega, perche' da tutto questo narrare, dalla ricerca fatta dalla Banda del Racconto, dal libro che ha lo stesso titolo dello spettacolo "Allora ero Giovane pure io" pubblicato da Davide Ghaleb editore, ho avuto le piu' belle soddisfazioni per un attore. Grazie, Alfio.
Una testimonianza di Pino Galeotti
Le parole piu' belle sono gia' state dette e voglio citare quelle di Pino Galeotti: "Lo spettacolo e' una sorta di incredibile, irresistibile monologo che si trasforma in dialogo poetico con il pubblico e, poi, in happening e festa, per concludersi come rito. E' un evento teatrale, degno della grande tradizione del Teatro Povero di Grotowski e Barba, del Teatro-verita' del Living, del teatro sociale e civile di Brecht, Strehler e Squarzina. Che altro? ... Pietro si dimostra autore-attore vero, maturo: non fa la macchietta di Alfio, l'uomo dei cartoni ? a tutti i viterbesi noto come figlio della Caterina, della "Caterinaccia", si' proprio lei ? ma lo ricrea come personaggio umanissimo, dignitoso, sapiente. Interessato a studiare e comprendere il mistero della natura e del mondo e a cantare con la sua poesia a braccio, o recitando a memoria i versi di Dante, la bellezza e lo strazio della vita. Cosi' l'attore-autore viterbese si cuce addosso con sensibilita', intelligenza ed arte, un testo e una storia che, attraversando quasi un secolo, coinvolge e commuove nella rievocazione di fatti e misfatti della Viterbo che fu e della vicenda personale di Alfio, di sua madre, dei suoi pochi compagni e dei suoi amatissimi cani".
Descriverlo mi fa pensare a chi gli e' stato sempre vicino, i giovani del centro sociale, Lucianino e Alessio e tanti altri.
Un minimo ritratto
Da un comune amico le piu' belle parole: "Alfio Pannega nacque a Viterbo il 21 settembre 1925, figlio della Caterina (ma il vero nome era Giovanna), epica figura di popolana di cui ancor oggi in citta' si narrano i motti e le vicende trasfigurate ormai in leggende omeriche, deceduta a ottantaquattro anni nel 1974. E dopo gli anni di studi in collegio, con la madre visse fino alla sua scomparsa, per molti anni abitando in una grotta nella Valle di Faul, un tratto di campagna entro la cinta muraria cittadina. A scuola da bambino aveva incontrato Dante e l'Ariosto, ma fu lavorando "in mezzo ai butteri della Tolfa" che si appassiono' vieppiu' di poesia e fiori' come poeta a braccio, arguto e solenne declamatore di impeccabili e sorprendenti ottave di endecasillabi. Una vita travagliata fu la sua, di duro lavoro fin dalla primissima giovinezza.
La raccontava lui stesso nell'intervista che costituisce la prima parte del libro che raccoglie le sue poesie che i suoi amici e compagni sono riusciti a pubblicare pochi mesi prima dell'improvvisa scomparsa (Alfio Pannega, Allora ero giovane pure io, Davide Ghaleb Editore, Vetralla 2010): tra innumerevoli altri umili e indispensabili lavori manuali in campagna e in citta', per decine di anni ha anche raccolto gli imballi e gli scarti delle attivita' artigiane e commerciali, recuperando il recuperabile e riciclandolo: consapevole maestro di ecologia pratica, quando la parola ecologia ancora non si usava. Nel 1993 la nascita del centro sociale occupato autogestito nell'ex gazometro abbandonato: ne diventa immediatamente protagonista, e lo sara' fino alla fine della vita. Sapeva di essere un monumento vivente della Viterbo popolare, della Viterbo migliore, e il popolo di Viterbo lo amava visceralmente. E' deceduto il 30 aprile 2010, non risvegliandosi dal sonno dei giusti.
Molte fotografie di Alfio scattate da Mario Onofri, artista visivo profondo e generoso compagno di lotte che gli fu amico e che anche lui ci ha lasciato anni fa, sono disperse tra vari amici di entrambi, ed altre ancora restano inedite nell'immenso, prezioso archivio fotografico di Mario, che tuttora attende curatela e pubblicazione.
Negli ultimi anni il regista ed attore Pietro Benedetti, che gli fu amico, ha sovente con forte empatia rappresentato - sulle scene teatrali, ma soprattutto nelle scuole e nelle piazze, nei luoghi di aggregazione sociale e di impegno politico, di memoria resistente all'ingiuria del tempo e alla violenza dei potenti - un monologo dal titolo "Allora ero giovane pure io" dalle memorie di Alfio ricavato, personalmente interpretandone e facendone cosi' rivivere drammaturgicamente la figura.
La proposta di costituire un "Archivio Alfio Pannega" per raccogliere, preservare e mettere a disposizione della collettivita' le tracce della sua vita e delle sue lotte, e' restata fin qui disattesa".
Grazie, Alfio
Il 30 aprile Viterbo ha ricordato Alfio Pannega
Il 30 aprile Viterbo ha ricordato Alfio Pannega.
Che non resti il ricordo di un giorno ma divenga ispirazione costante.
Nel ricordo di Alfio Pannega prosegua e si estenda la lotta nonviolenta contro tutte le violenze e le menzogne, contro tutte le ingiustizie e le vilta', contro tutte le guerre e le uccisioni, contro il razzismo e tutte le persecuzioni, contro il maschilismo e tutte le oppressioni.
Nel ricordo di Alfio Pannega prosegua e si estenda l'impegno nonviolento a soccorrere, accogliere, assistere ogni persona bisognosa di aiuto, a difendere i diritti umani di tutti gli esseri umani, a salvaguardare quest'unico mondo vivente casa comune dell'umanita' intera. |