Termina questo 2025 in cui si è commemorata la persona di Alfio Pannega, in cui desideravo ri-conoscere Alfio Pannega: conoscerlo di nuovo, ma anche trovarlo, distinguerlo, vederlo rappresentato dalle molte prospettive che sarebbero venute fuori dai ricordi personali, dai materiali d'archivio, dai media, dalle molteplici ispirazioni delle persone che lo hanno conosciuto l'Alfio reale, quello già ri-raccontato, quello immaginario, quello leggendario.
Dall'incontro tra la leggenda e la persona è successo quello che succede di solito e la città si è riconosciuta finalmente nel suo cittadino più illustre.
Sono contento che Alfio Pannega sia diventato l'intestatario di un luogo che accoglie e sostiene persone in difficiltà, e che il suo nome venga quindi ripetuto ogni volta che si nominano le pregevoli attività dell'Emporio Solidale (e sono molte, onorevoli, ben integrate in questa città). Sono contento che presto ci sarà una lapide commemorativa su una parete della sua casa a Valle Faul. Sono contento che ci siano nuovi oggetti-libro che abbiano a tema Alfio. Sono contento che molte persone abbiano deciso di frugare nella propria memoria o nei propri cassetti per tirare fuori qualcosa che arricchisse questa memoria condivisa e sfaccettata, spesso corale e altrettanto spesso contraddittoria ma in maniera fertile, non conflittuale.
Anche quando alcuni ricordi che qualcuno riteneva esclusivamente propri si sono scoperti collettivi (e persino mitici) non c'è stato nessuno senso di perdita, semmai di unione; e questa è la cosa che fanno le Leggende.
Non conosco Alfio Pannega. Non quanto ora penso sarebbe stato interessante conoscerlo; avendo scoperto, come succede sempre quando perdiamo una persona che abbiama cara, che non gli abbiamo chiesto direttamente le cose importanti, che le abbiamo date per scontate, che non siamo andati subito al succo cercando di farci dire quello che una persona vuole resti di sé. Non conosco Alfio Pannega e dopo questo anno non vorrei attribuirmi delle memorie non mie, assimilate permeato dai reiterati ascolti della stessa storia per più bocche, ogni volta più ricca, più particolare, incarnata diversamente di volta in volta, impersonata (cioè indossata in forma di maschera, cosa che succede quando da una persona come Alfio, così nota e amata da molti, si distacca un'effigie che certi indossano come fosse un soprabito). Mi è difficile ricordare qualcosa che Alfio abbia detto direttamente a me, o che io gli abbia sentito sicuramente dire e non desidero parlare di me con la scusa di parlare di lui: di quanto eravamo giovani, di quanto eravamo viterbesi, di quanta carità gli abbiamo fatto, di quanto era esclusivo il nostro rapporto con lui rispetto a quello che gli altri credevano di avere, di quante suppellettili, memorabilia, di quanto abbia dato spettacolo solo per noi con la sua poesia e via dicendo.
Speravo di conoscere un Alfio precedente da quello che ho conosciuto, già ultrasettantenne, arrochito e piegato, in cui rimaneva ancora la voglia di sperimentare questa nuova fase della sua vita cogli occupanti del Centro Sociale, di parteciparne le esperienze, di raccontare e di farsi raccontare il mondo. Pensavo che in questi mesi qualcuno che ci aveva parlato seriamente, che avesse dato la priorità alle domande importanti avrebbe segnato la differenza, dato la pennellata geniale che mancava a questo bel quadro collettivo; succederà; forse è già successo e il tutto sta maturando col tempo richiesto alle leggende per radicarsi: in questo anno abbiamo imparato che Alfio è ancora qui finché parliamo di lui, ci facciamo ispirare, andiamo al succo della vita in questo mondo che oltre tutte le inutili distrazioni è sempre lo stesso in cui ha abitato lui, per il quale lui si è battuto. E Alfio, questo sì lo ricordo, era una persona che faceva queste cose: mai con le mani in mano, a prendersi cura della terra, a rassettare, a fare poesia, a fare gruppo, a fare il mondo come lui lo avrebbe voluto.
Più che i miei ricordi su Alfio quindi sono i ricordi dei ricordi di qualcuno su Alfio: so che ci sono, che sono diversi da quelli ridondanti (ma sempre belli) che sono stati detti; e anche se poi non c'è stato modo di esplicitarli, la cosa che ho imparato è che quando si è al cospetto di una persona speciale bisogna chiedergli e dirgli subito le cose importanti.
E' stata pronunciata qualche volta ma senza approfondire "la parola con la C", eppure Alfio era stato un militante comunista e non lo nascondeva; un militante di base come si sarebbe detto; quella comunità di persone che credevano in un'idea e che facevano la loro parte senza protagonismi, anche se si trattava solo di spazzare un piazzale o mettere via le sedie mentre i dirigenti davano la Linea; ma che si interrogavano sulle cose, avevano un'idea di come volevano fosse il mondo, erano l'umanità in cammino. Sapeva bene cosa non andasse, ma che quella fosse la parte giusta dove stare. Ecco la passione poi per il Centro Sociale: la politica delle persone, senza gerarchie, senza palazzi, spontanea, conviviale; tutti decidono tutto: bambini, vecchi, studenti, fattoni, artisti, intellettuali. Tutte le cose che si sono dette: che divideva il pane, che amava la natura che è la casa di tutti; e che soprattutto pensava ci fosse sempre qualcuno più bisognoso di lui e questo è essere comunisti: da ognuno in base alle proprie possibilità e a ciascuno secondo i propri bisogni. Non "essere felici di essere poveri", non privazione nel livore, ma leggerezza. Mai infatti rinunciava ad una occasione conviviale, ad un bicchiere di vino, a una mangiata in compagnia, alla battutaccia, alla risata, alla poesia, alla danza. Essere comunisti cioè essere ricchi tutti, essere ricchi l'uno dell'altro.
E il suo vivere del riciclo, degli scarti, dei ritagli delle ricchezze altrui non era felicità nella povertà, ma scandalo dello spreco, dell'abbondanza, dell'inutilità; come quando ti mostrava qualcosa e ti diceva: "guarda cosa hanno buttato!".
E gli scarti umani la sua famiglia: tutti noi che ci sentivamo fuori posto nella società perbene, rinunciatari o rifiutati, esclusi, in cerca di anime affini, di affetti desiderati e non d'abitudine. Questo mi ha insegnato.
Questo percorso di commemorazione era pensato per essere un prisma, un ritratto sulla cui superficie si proiettassero molteplici dimensioni del ricordo affiorando e dando un'immagine da ricomporre che fosse nuova per tutti quelli che ne riconoscessero solo una parte.
Sono intervenute le questioni anagrafiche di chi lo ha conosciuto e una certa nostra ritrosia a parlare in pubblico, a confrontarci col mondo senza il suo coraggio, la sua testa sempre alta.
La sua generosita' si è manifestata di nuovo a distanza di anni: ha continuato a darsi "in effigie" apparendo nelle narrazioni di molti, lasciandosi incorporare, appropriare, concedendosi ai più disparati storytelling onorandoli col suo prestigio.
Così come lo ricordo generoso a darsi agli artisti che cercavano in lui un'ispirazione. Alfio era tremendamente fotogenico (iconico tout-court direi) ed il Centro Sociale è sempre stato frequentato da persone che con la fotografia, il disegno, il video si relazionavano col mondo; i molti scatti che circolano, sia quelli degli amici talentuosi che quelli delle circostanze informali e festive, lo dimostrano. Su quel carretto trasportato in celebrazione per le strade, poggiato ad un muro graffitato con l'aria da duro, assorto tra il fumo e i versi, abbracciato a qualcuno dei molti amici che stavano là, che volevano esserci. E i dipinti e disegni delle persone che lo hanno ritratto o che si sono ispirate a lui: rimaneva impresso, certo, ma anche molti di noi ne volevano un'immagine da tenere tra le cose care (uno dei miei tesori più cari è una copia del volantino che lo proponeva sindaco come terza via, "tra la sofferenza e la noia" politiche ed esistenziali).
E le poche registrazioni audio del suo recitare versi danteschi: quando scopri che meravigliosamente ancora ti ricordi la sua voce, che sembra davvero scaturire da un oltre-mondo eterno, pur riuscendo anche a risuonare qui ed ora (che è quello che fanno i classici, di parlare sempre all'oggi).
L'ultimo regalo che ci ha fatto è l'ennesima volta in cui ci ha riunito in questa occasione di ricordo, che spero non sia l'ultima; onorarci di nuovo con la sua amicizia. Di nuovo dai nostri salotti, dai nostri scantinati, dalle sedi, dagli studi, dalle botteghe, dalle case dove abbiamo creato famiglie nuove, dove siamo tornati alle vecchie, dove abbiamo continuato a stare nel mondo, ci ha tirato fuori per farci stare di nuovo insieme, ri-trovarci, essere di nuovo compagni ed in questo mondo sempre caotico e violento chiederci di essere per il prossimo quello che lui è stato per molti di noi.
Questo quello che ho trovato durante questo percorso di riscoperta; non solo ricordi, dati biografici, aneddoti faceti, goliardate: ma l'invito all'amicizia, alla curiosità, all'arte, alla lotta. Senza comizi e senza cattedre: con l'esempio.
Continuiamo a chiedercelo: Che fare? Che cosa farebbe Alfio?
Voglio dire che se la Viterbo dell'altezza cronologica di Caterinaccia e Alfio avesse avuto un Roberto De Simone (come per la Napoli di vari decenni del Novecento e del Duemila) o un Thomas Middleton (come per la Londra giacomiana di Mary Frith), un interlocutore, cioè, che senza alzare superficiali bandiere si fosse posto a parlare con Pannega con la complessità di un atteggiamento dialogico, accompagnato dal rispetto di chi vuole valorizzare, oggi la città avrebbe un'altra configurazione e un altro piglio culturale.
Ma gli affarismi grandi e molto più spesso piccoli e i narcisismi di questa città, il suo intero clima "culturale", non hanno permesso la valorizzazione di molte figure che le avrebbero potuto portare una crescita culturale, un senso di discernimento, un livello maggiore di onestà. Alcuni di quelli che avrebbero potuto farlo erano lontani, a formarsi in altri luoghi, e tornando a Viterbo si sono trovati in ritardo.
Mi sarebbe piaciuto vedere un Alfio performare in una situazione che si mettesse in dialogo con lui per esempio in una narrazione teatrale postmoderna, in un rito postdrammatico, o vederlo trasformato in una figura mitica come succedeva a tanti napoletani interessanti nei componimenti di Roberto De Simone.
Non è accaduto con Alfio e chissà a quanti prima di lui a Viterbo, e mi chiedo se a Viterbo potrà mai accadere con qualcuno che gli somiglierà in futuro. In tutto questo l'aspetto consolante è che nonostante le discriminazioni e le offese, gente come Caterina e Alfio (già il loro appartenere a due diverse generazioni lo dimostra) ha continuato e continuerà a esserci. E in relazione all'atteggiamento della città vorrei ricorrere a una citazione di Borges: "Forse l'etica è una scienza scomparsa dal mondo intero. Non fa niente, dovremo inventarla un'altra volta". E con essa dovremo forse reinventare anche l'estetica. |