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Luciano Bernabei ricorda Alfio Pannega

Oggi ricorre un giorno che per me ha stravolto la mia vita.
Fu un giorno che mi rimarrà impresso per tutta la vita che mi resta: la sera prima eravamo andati a fargli vedere il cuore, ed il cardiologo disse: "tu vivrai cento anni". Andammo a festeggiare per la casa e per la salute; avevamo in mattinata versato sul suo conto dodicimila euro per comprare il suo sogno: la casa, realizzata con la raccolta di fondi con il suo libro.
Ma porcaccia miseria il destino crudele me lo fece trovare morto in quel container che lui amava perché così poteva vivere con i suoi compagni ed amici.
Benché già impegnato nella politica extraparlamentare a cercare quel riscatto della salvezza della biosfera e di una umanità giusta, nessuno come Alfietto mi ha dimostrato e illuminato, su questa via della lotta sociale, cosa significasse lavorare e faticare per la dignità di ogni persona, il rapporto con tutti i diversi e la solidarietà per essi, per tutte gli esseri viventi e la natura che lo attraeva e sapientemente lo circondava.
Non conobbi Alfio al centro sociale Valle Faul, ma essendo amico del cavaliere Socrate Sensi, il padrone dell'iconico "Okay", e dei proprietari del negozio più famoso del corso, "Gaetano Labellarte", in diverse ricorrenze ci siamo incontrati fin da bambino: e con quel cappotto lungo discorreva con mia madre che già lei mi diceva: "Luciano, questo signore è Alfio e ricordati di portargli il massimo rispetto perché è molto importante per questa città e tutti gli vogliono bene".
Così sono cresciuto con il mito di Alfio, il figlio di Caterina Pannega, altra figura iconica della città di Viterbo, che in realtà si chiamava Giovanna; vivevano fuori porta Faul in una grotta vicino al mio grande amico Gigi che pochi sanno che senza di lui non ci sarebbero stati i mitici anni '90 che hanno trasformato una città occulta come Viterbo in una rivoluzione impensabile dove in tutta Italia fioriscono esperienze autogestite con okkupazioni che restituiscono locali abbandonati alla città creando un'alternativa alla mercificazione del divertimento e alle logiche di aggregazione volute esclusive dalle politiche istituzionali dei governi e dagli organi di controllo repressivi.
È lì, proprio vicino a dove abitava Alfio, in via Faul a ridosso della porta del Vignola e dove nacque uno dei primi siti industriali, il gazometro di Viterbo abbandonato poi per molti anni, che un gruppo di ragazzi viterbesi ed universitari okkuparono l'11 luglio 1993 il loro centro sociale.
Decine di studenti alla vista di Alfio che sbucò alle prime ore dell'alba tra le alte sterpaie rimasero sbalorditi e intimoriti. Io ed altri del luogo li rassicurammo: "macché. a rega', costui è Alfietto", che rispose: "a rega' ma che cazzo state a fa' in mezzo a 'sto viperaio tra le fratte, porca miseriaccia cane", e noi: "stamo a taja' l'erba, qui ce famo un centro sociale okkupato e autogestito pe' fa' cultura"; e lui: "senté, io so fa' l'orto, so' poeta, so la divina commedia a memoria e se nun ve dispiace vengo pur'io".
Così mi ritrovai ad essere tra i migliori amici dell'umanità fatta persona, e subito dopo un altro grandissimo amico che ancora ragazzo cercavo perché antimilitarista volevo informazioni per l'obiezione alle armi ed ai corpi militari, il mio amico e compagno Peppe Sini che ritrovo come Alfio in quella giornata speciale che mi tirò fuori dal  baratro per trent'anni.
Che anni straordinari fuori dal sistema e talmente appassionatamente rivoluzionari per sostenere l'unica via della pace e della salvaguardia complessa e multiforme dell'intero mondo vivente.
Troppi compagni uno dietro l'altro sono venuti a mancare tra sofferenze indicibili, ma non scorderò mai quella mattina che lo andai a svegliare: notai un volto che esprimeva una felicità rasserenante che non avrei mai più svegliato per andare a fare colazione da Casantini, il nostro rito imprescindibile tra la Viterbo bene e i nostri diplomatici dessert.
Instancabile lavoratore: la pulizia del parcheggio dell'"Okay", delle giostre, le corse sui go-kart, la raccolta differenziata di cartone e di metalli come il rame, che lo rendeva fiero, e poi l'orto, la raccolta delle erbe selvatiche, la frittata con gli strigoli, l'amore incondizionato per tutti gli animali, il gatto sulle spalle, il vino e la poesia, la divina commedia, il conte Ugolino, la maremma, la poesia a braccio, l'ottava rima, gli stornelli, Pia dei Tolomei, l'irriverenza e la cosa forse più importante: lo scudo della trasparenza di fronte a coloro che lo ingiuriavano, lo derubavano, lo schernivano, e con chi la sera di Natale lo invitava ospite d'onore di casa Sensi, poi finalmente il suo libro di poesie, la lectio magistralis al comune, "si', la targa mo' me l'avete data, ma ndo' l'appicco si nun ci ho nemmeno la casa", le centinaia di bambini incantati ed io come il bimbo del ricordo di mia madre fra di loro.
Vorrei stare con voi ma non posso ritornare a Viterbo, una città a cui ho dato tutto me stesso ma che mi ha ferito indelebilmente, che porterò per sempre dentro di me; ma saluto tutti quelli che ci sono stati e in quegli anni hanno convissuto un’esperienza reale della quale non sapevamo dove ci avrebbe portato ma sicuramente ci ha forgiati per la lotta all’ingiustizia e nel cammino con gli ultimi.
Ho scritto a braccio come qualcuno mi ha insegnato, ho scritto per la pace come qualcuno mi ha formato, ho scritto come qualcuno mi ha salvato, vi abbraccio come qualcuno mi ha amato.
Grazie e ancora grazie che ancora ci sentiamo, e grazie ad Alfio, e che si faccia del tutto per non scordare quello che è stato: vi amo tutti.

Un ricordo del tempo di guerra: Alfio andava col carretto a prendere il travertino al Bullicame per poi portarlo al nonno di Gigi che lo cuoceva nella fornace e ne ricavava la calce spenta. Durante la guerra bombardarono le terme e l'aeroporto militare, ed alcuni suoi amici si ripararono in un ricovero di fortuna: sotto il bombardamento morirono in tredici, ma uno pur gravemente ferito sopravvisse, ed Alfio lo prese e lo portò con il carretto all'ospedale salvandogli la vita.
Un altro dei tanti episodi: era quando "non facendosi gli affari suoi" e padroneggiando gli anfratti più disparati di valle Faul trovò dei libri di inestimabile valore, e sapendo che erano stati rubati, sprezzante del pericolo cui si esponeva, li restituì immediatamente.



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