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Silvio Cappelli ricorda Alfio Pannega

Con Alfio Pannega, a metà degli anni settanta, avevo contatti quasi quotidiani perché aiutavo mio padre nell'officina di fabbro in via Faul 10.
Alfio passava tutti i giorni, e si fermava anche per un saluto, col suo carrettino trainato a mano per andare a raccogliere il cartone che poi rivendeva alla raccolta di carta da macero gestita da Ferdinando Puccioni detto "Fiore".
Lo ricordo come un grande lavoratore, libero, pieno di energie e sempre sereno accompagnato dai suoi cani che lo seguivano affettuosi in ogni suo spostamento.
Quando io l'ho conosciuto, a metà degli anni Sessanta, abitava con la madre Caterina in una casa fuori Porta Faul alla quale era ovviamente molto legato dal punto di vista affettivo. Di suo padre non parlava mai.
Lo ricordo come un uomo tranquillo e pacifico. La parolaccia più brutta che gli ho sentito dire è stata: "Porca miseriaccia cane!". Era amico e benvoluto da tutti.
Sul suo carrettino riusciva a fare carichi di cartone anche alti circa quattro metri da terra, per cui con equilibro precario e pesanti. Ogni tanto qualche saldatura del telaio cedeva rompendosi e per questo veniva nella nostra officina per farselo riparare. Sapeva che glielo avremmo riparato volentieri e anche gratis.
Alfio viveva con pochi soldi, nella vita andava avanti con le cose che gli altri scartavano. E questo succedeva, fino al 1985, anche con gli amici del mattatoio che gli regalavano sempre un piccolo ritaglio di carne di bassa macelleria.
Alfio era un uomo leale e onesto. Ogni tanto qualcuno, nella valle di Faul, gli concedeva anche di raccogliere frutta di stagione. Fu per questo che, una volta, per arrampicarsi e andare a raccogliere una manciata di noci, cadde e si fratturò un piede con conseguente ricovero nel vicino Ospedale Grande degli Infermi.
I capperi era solito raccoglierli nel muro di contenimento dell'orto della Trinità in via San Giovanni decollato.
Conosceva molto bene la Divina Commedia e ogni tanto mi declamava qualche canto.
All'inizio degli anni '90 divenne il punto di riferimento del centro sociale occupato nelle ex officine del gas che lui conosceva come le sue tasche.



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