Ci sarà una lapide sulla facciata della casa di Alfio a Porta Faul (Viterbo). Il testo, frutto di una scrittura collettiva (mi ricorda la scuola di don Milani e di alcune esperienze che ho avuto modo di fare in una scuola di Toronto - Canada) dice:
"In questa casa visse Alfio Pannega
figlio di Caterina poeta antifascista
innamorato della natura e dell'umanità
della bellezza e della libertà
sempre lottò per la dignità di tutte le persone
e in difesa di tutte le vite".
Aggiungo per evitare reazioni emotive e ideologiche che chiunque coltiva questi valori è logicamente contrario a ogni arroganza, emarginazione e violenza. Questa correttezza e finezza non porta bandiere, non proclama: "Dio, Patria e Famiglia" senza poi approfondirne il senso nella storia che sempre cammina verso il futuro. Perché "Dio" non è una immagine attaccata alle pareti o una collanina al collo né un rosario sventolato tra le dita, ma una vita da vivere; "Patria" non è un giardino malmesso difeso dalle acque e da un cappello di montagne, ma una dimora per chi ci vuole vivere; "Famiglia" non è una chiacchierata piacevole tra due dettagli anatomici, ma un dialogo di amore tra due persone. Fantasia o futuro in lento cammino?
Delle poesie di Alfio cito quella sulla "Pace":
"... O Pace quanto sei bella
ma oggi non sei rispettata.
Quando sarà quel giorno
che tutti i popoli vivranno in pace
allora sarà una grande festa".
E un'altra, "Preghiera":
"O Dio che guardi l'universo
e guidi le nostre menti e i nostri cuori
fa che tutti si vogliano bene.
Cos'è la vita senza l'armonia?
Lo so che nella vita contrastata
è tutto un quadro di dolore.
Finché non ci sarà la pace
che è quello che più ci conviene,
cosa faremo al mondo poverelli?
Se quella pace non sarà rispettata
saremo sempre miseri e meschini.
Trionfi la giustizia!
Chiudo i miei versi con il cuore
ed è questo che come poeta mi fa onore".
Morire così non è chiudere la vita, ma spalancarla verso orizzonti infiniti. Qui potrei commentare la "Messa da Requiem" che Verdi compose nel 1874 per l'anniversario della morte di Alessandro Manzoni, nella Chiesa di San Marco e diretta da lui stesso. Un monumento di bellezza armonica di un grande che faticava a capire la fede, ma la viveva pregandola nelle note come se fossero passi di vita.
Ma non posso non fare un accenno a una breve composizione di Richard Strauss, "Morte e Trasfigurazione", op. 20, del 18 novembre 1889. Dedicata all'amico Friedrich Rosch.
La composizione inizia con un largo e raffigura il malato ormai prossimo alla morte. Segue un allegro agitato con la battaglia tra la vita e la morte che non fa sconti a nessuno. Poi un meno mosso dove viene musicalmente rappresentata la vita del morente che passa davanti agli occhi del malato. Alla fine un moderato gentile che riprende il motivo "Leit Motiv" che guida la composizione e introduce nella serenità e bellezza di una vita "... Altra", trasfigurata dalla "infinita grandezza del cielo". "Tod und Verklaerung" nel suo originale in tedesco.
Quando la ascoltai a Toronto diretta dal maestro Muti, me ne innamorai. Anche io vorrei chiudere i miei giorni lasciando aperte le finestre della fantasia, della fede e della speranza, per chi volesse affacciarsi e vedere. E se non sarà così spero che qualcuno mi possa perdonare e magari fare di meglio. La storia e la civiltà, anche quella cristiana, la si costruisce insieme. Da soli rischiamo di essere rami secchi. |