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Gian Maria Cervo: ricordando alfio Pannega

Ho pochi ricordi di incontri con Alfio Pannega, tutti molto brevi, in circostanze che non hanno mai permesso una conversazione tra noi, e ho un ricordo dei racconti di mia madre e di mia zia Gilda sulla "Caterinaccia", la madre di Alfio, una figura che in me bambino suscitava tanto il divertimento quanto la fascinazione.
Curiosamente, per molto tempo non ho associato le due figure; non sapevo, cioè, che Alfio fosse il figlio di questa leggendaria Caterina di cui tutta Viterbo parlava. E al di là della mancanza di questa informazione la sensazione che provo oggi verso la figura di Alfio è quella di essere stato in ritardo, di non aver fatto in tempo, di non essere arrivato finché egli è stato in vita ad incontrarlo e dialogarci nella mia prospettiva che, lo dico forse sembrando pretenzioso ma volendo in realtà essere "tecnico", sarebbe stata radicalmente diversa da quella di altri.
Riflettere su Alfio Pannega con il rispetto che gli si deve non può prescindere da un ragionamento su Viterbo, una città che con una retorica un po' becera si affanna a definirsi città d'arte e di cultura mentre ancora presenta spettacolari carenze nei suoi assetti, nelle infrastrutture destinate alla cultura, nell'attenzione a serie pratiche curatoriali, nell'attenzione al valore della produzione culturale opposta all'idea di una provinciale quasi esclusiva ricezione di prodotti esterni, non pensati in risposta ai tratti del territorio.
Voglio dire che se la Viterbo dell'altezza cronologica di Caterinaccia e Alfio avesse avuto un Roberto De Simone (come per la Napoli di vari decenni del Novecento e del Duemila) o un Thomas Middleton (come per la Londra giacomiana di Mary Frith), un interlocutore, cioè, che senza alzare superficiali bandiere si fosse posto a parlare con Pannega con la complessità di un atteggiamento dialogico, accompagnato dal rispetto di chi vuole valorizzare, oggi la città avrebbe un'altra configurazione e un altro piglio culturale.
Ma gli affarismi grandi e molto più spesso piccoli e i narcisismi di questa città, il suo intero clima "culturale", non hanno permesso la valorizzazione di molte figure che le avrebbero potuto portare una crescita culturale, un senso di discernimento, un livello maggiore di onestà. Alcuni di quelli che avrebbero potuto farlo erano lontani, a formarsi in altri luoghi, e tornando a Viterbo si sono trovati in ritardo.
Mi sarebbe piaciuto vedere un Alfio performare in una situazione che si mettesse in dialogo con lui per esempio in una narrazione teatrale postmoderna, in un rito postdrammatico, o vederlo trasformato in una figura mitica come succedeva a tanti napoletani interessanti nei componimenti di Roberto De Simone.
Non è accaduto con Alfio e chissà a quanti prima di lui a Viterbo, e mi chiedo se a Viterbo potrà mai accadere con qualcuno che gli somiglierà in futuro. In tutto questo l'aspetto consolante è che nonostante le discriminazioni e le offese, gente come Caterina e Alfio (già il loro appartenere a due diverse generazioni lo dimostra) ha continuato e continuerà a esserci. E in relazione all'atteggiamento della città vorrei ricorrere a una citazione di Borges: "Forse l'etica è una scienza scomparsa dal mondo intero. Non fa niente, dovremo inventarla un'altra volta". E con essa dovremo forse reinventare anche l'estetica.



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