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Giselle Dian ricorda Alfio Pannega

Quando mia madre Antonietta, mio padre Claudio ed io arrivammo al centro sociale di Valle Faul era il 1994 ed io avevo tre anni. Data l'età i miei ricordi sono frammentati, sono fatti principalmente di immagini legate ad alcuni momenti ed emozioni.
Alfio abitava nella casetta attaccata alle mura di Porta Faul. Noi cercavamo un posto dove stare e lui ci ha subito accolto e dato ospitalità. Era un uomo pronto ad aiutare e condividere con gli altri quel poco che aveva.
Nella casa c'era solo un letto, una piccola cucina e un piccolo bagno. Fecero dei lavori di ristrutturazione, costruirono una cucina a muro, ristrutturarono il bagno, montarono una stufa a legna in ghisa e sostituirono la ripida scala di ferro per accedere al piano superiore con una scala a chiocciola.
Abbiamo vissuto insieme per sette anni e si è creata una famiglia.
Io andavo alle elementari e mi ricordo che i miei compagni erano sorpresi quando gli dicevo che vivevo con Alfio perché era un personaggio conosciuto, magari lo avevano sentito dai loro genitori.
Ogni mattina Alfio andava a Viterbo a fare la sua passeggiata e tornava sempre con qualcosa che aveva comprato o trovato. Me lo ricordo arrivare da via Faul sempre con delle buste pesanti.
Gli piaceva ascoltare le partite della Lazio seduto sul letto con la radiolina a tutto volume. Spesso la accendeva anche di notte svegliando tutti, ma lui era abituato così, aveva sempre vissuto da solo. Alfio era sempre stato della Lazio ma se non sbaglio diventò romanista perché tutti gli continuavano a dire che i tifosi laziali erano fascisti e lui fieramente si convertì.
Gli piacevano molto le zuppe e quando mia mamma le preparava lui apprezzava sempre. Quando mangiava la zuppa con il cucchiaio faceva rumore con la bocca e mi ricordo accese discussioni a tavola al riguardo che oggi mi fanno pensare anche a quanto è stato prezioso condividere questi anni con persone così diverse tra loro, allenandosi a trovare un equilibrio capendo i reciproci limiti. Credo che per tutti, anche se in modo diverso, sia stata una interessante scuola di vita.
Gli piaceva raccogliere le erbe di campo, conosceva le piante, i fiori. Disegnava spesso i fiori. Al centro sociale avevamo alcune piante da frutto ed anche un orto dove Alfio passava molto tempo. Sapeva come lavorare la terra, quando e come coltivare. Anche avanzando con l'età zappava, rastrellava, al punto che dovevano dirgli di andare a riposarsi. Gli dicevano di non usare più la scala per raccogliere le more ma a lui non importava fino a che non è caduto e non ci è più salito. Abbiamo avuto anche le galline e ogni giorno andavamo a raccogliere le uova fresche. Per qualche tempo mi ricordo anche un'oca aggirarsi per il centro sociale.
Mi ricordo Alfio recitare poesie in rima e cantare allegramente intorno al tavolo.
Era sempre accogliente.
La casa era spesso frequentata da molte persone, a volte ci si facevano le assemblee del centro sociale e si stava a cena tutti insieme. Mi ricordo quando con Peppe Sini organizzavano degli incontri culturali come la lettura della Divina Commedia ed Alfio vi prendeva parte recitandone parti a memoria.
Quel periodo, sulla porta di ferro di casa ci era attaccata la poesia di Primo Levi "Shemà" .
Ogni anno a Natale Alfio scriveva una poesia che poi veniva stampata e distribuita per la città e quando per lui diventò difficile scrivere ebbi l'onore di scriverle io, sotto dettatura, intorno all'età di dieci anni.
Mi ricordo che a Viterbo molti aspettavano con gioia la poesia di Alfio ormai diventata tradizione.
Sempre a Natale c'era un'altra tradizione a cui Alfio teneva molto ed era quella di rompere il salvadanaio con le monete che aveva messo via per me durante l'anno. Quando si avvicinava Natale mi diceva "Ao' Giselli' ce semo quasi eh", genuinamente contento di poter fare qualcosa per me.
E io Alfio me lo ricordo così, felice di vedere le persone felici, felice di condividere le sue giornate con la gente, felice di poter aiutare la gente, entusiasta di spiegare quello che sapeva e di raccontare le storie che conosceva. Me lo ricordo piangere di felicità quando c'era qualcosa che lo emozionava.



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