Non ho frequentato molto Alfio Pannega e i contatti con lui non sono stati molti. Tuttavia, sono cresciuto a Viterbo e, da giovane, mi piaceva girovagare non solo per le strade del quartiere Ellera, dove abitavo, ma anche per le vie del centro storico, dove viveva mio nonno. Quindi, inevitabilmente, qualche incontro con Alfio c'è stato.
Potrei distinguere due momenti nei miei ricordi.
Da adolescente mi capitava di incontrarlo con il suo carretto. Il suo incedere curvo, lento ma deciso nel compiere il proprio lavoro, mi trasmetteva un profondo senso di fatica. Ricordo ragazzi che si prendevano gioco di lui, che si divertivano davanti alla sua abitazione, lo chiamavano a squarciagola e lo insultavano. In quei momenti riflettevo sulla sua condizione: era una persona povera, sola. Una vita che, per me, era quasi inconcepibile.
Successivamente, in alcune occasioni, mi è capitato di vederlo più da vicino, al di fuori del suo lavoro. Ricordo i suoi occhi lucidi, le mani sempre indaffarate, il suo modo di parlare semplice e chiaro. Mi trasmetteva una grande tenerezza, la tenerezza di un bambino nel corpo vissuto di un uomo.
Lo incontrai alcune volte durante iniziative promosse dal centro sociale nato vicino alla sua umile abitazione. La sensazione che ho avuto è che, con la nascita di quel centro, Alfio sia riuscito a esprimere al meglio la sua personalità eclettica, che lo portava a essere raccoglitore di carta la mattina e poeta la sera. Lo ammiravo per quello che era.
Lo definirei un uomo che ha vissuto in modo coerente con ciò che era: un poeta dell'anima.
Ricordare la sua figura è ricordare un uomo di grande cultura, saggezza e coraggio. |