Quando voglio raccontare Alfio a chi non ha avuto il privilegio di conoscerlo non so mai da dove cominciare.
Difficile distinguere i mille piani che si sovrappongono, la profondità del suo pensiero e la semplicità del suo agire, la concretezza delle sue mani e la delicatezza della sua poesia.
Se penso ad Alfio, prima ancora dei miei ricordi personali, ho in mente il rispetto che mi ha trasmesso mio padre nei suoi riguardi, quando ancora con lo sguardo di bambina non avevo gli strumenti per capire chi fosse quell'uomo che si aggirava per la città con i suoi cani ed i suoi cartoni.
Un rispetto che si deve alle persone più anziane, più sagge, di grande esperienza di vita.
Quando poi intorno ai 18 anni Alfio l'ho ritrovato al mio fianco al centro sociale non sono riuscita subito a scrollarmi di dosso quel riguardo, quel "timore" di dire qualcosa di sbagliato di fronte ad un uomo così mitologico.
Mi ha aperto la sua casa nel giorno del mio compleanno e in quel pranzo improvvisato con amore dai compagni del centro sociale ho trovato una famiglia.
E subito, nel suo sguardo così intenso, nel suo sorriso così accogliente, ogni timore è scomparso.
Chiudo gli occhi e lo rivedo: un uomo che sa accogliere, che conosce e sa insegnare il significato di condividere... un piatto, un tetto, una esperienza, una competenza.
Un uomo che è la dignità incarnata, che non chiede nulla di più di quello che è nel suo diritto, compresa la felicità.
Chiudo gli occhi e mi manca e sento che manca al mondo di oggi l'esperienza di una umanità così reale e concreta e tangibile, dell'amore verso la terra, gli esseri viventi e la vita stessa che in quel sorriso sdentato, in quella luce negli occhi e quella risata roca scintillava come luccichio del mare sotto il sole estivo.
Sono fortunata perché nel pezzetto di strada fatta insieme un seme di questa bellezza l'ha piantato nel mio cuore. |