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Federica La Perna ricorda Alfio Pannega

Il folletto saggio

Se mi chiedete "Chi era Alfio Pannega?", io non so rispondervi.
Non so rispondervi perché non è facile metterlo in una scatola, attaccargli un'etichetta e riporla ordinatamente nell'armadio dei ricordi.
Non è facile perché, quando l'ho conosciuto, ero poco più di una ragazzina che condiva la vita (che non voleva vivere) con tanta fantasia.
Non è facile perché Alfio non era facile.
Non era una di quelle persone che puoi definire al primo sguardo.
Alfio, per capirlo un po', lo dovevi osservare. E soprattutto, lo dovevi ascoltare.
E io, dopo un po' che lo osservavo,  mi sono ritrovata a pensare: "Questo vecchietto malconcio è incredibilmente gentile e ruvido allo stesso tempo. Una specie di misterioso punto di incontro tra il Vecchio Saggio e il Folletto".
In lui la durezza della sofferenza si fondeva con uno sguardo puro e una dolcezza giocosa, che non entravano mai in contrasto, ma creavano una sorta di equilibrio magico.
Non possedeva nulla, eppure si muoveva tra le cose con una leggerezza che a me pareva impossibile. E davanti a lui, io mi domandavo continuamente: "Come fa? Come fa a non essere arrabbiato col mondo? Come fa ad essere felice?
Come si può rimanere umani ed essere felici, quando si è attraversato il dolore e non si possiede nulla?
La risposta l'ho cercata tanto e non l'ho trovata in una teoria, in una religione, in una filosofia. Credo di averla trovata nell'esistenza stessa di persone come Alfio.
L'ho trovata nel suo amore per la conoscenza, nel senso profondo di espressione della libertà interiore che avevano per lui l'istruzione, la cultura e l'arte. L'ho trovata nella dignità con cui amava e perdonava la vita, senza mai dimenticare.
Per me Alfio non è un ricordo: è il custode dell'essenza stessa della vita.
La prova che il senso dello stare al mondo non si trova in ciò che questo ti offre, ma nel modo in cui tu decidi di starci.
Per questo, Alfio, io ti ringrazio, ovunque tu sia.



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