Ho fatto la conoscenza del Centro sociale autogestito Valle Faul, mi pare nell'ormai lontano 2003.
Questa conoscenza e frequentazione nacque dal fatto che il centro sociale fu il luogo dove si tennero le prime riunioni di quello che poi sarebbe diventato il comitato di opposizione alla realizzazione del mega-aeroporto a Viterbo, comitato che assunse il nome Coipiediperterra e del quale poi divenni anche portavoce.
Il centro sociale per come e dove ubicato, per le persone che lo frequentavano, per le caratteristiche anche di quelli che erano gli spazi interni ed esterni mi incuriosì subito e quindi cominciai a frequentarlo non soltanto per le riunioni periodiche e relative alle attività del comitato Coipiediperterra ma anche per tante altre iniziative di tipo culturale che vi si svolgevano, tra cui momenti conviviali, concerti, spazi di approfondimento e di lettura politica degli accadimenti cittadini, nazionali e mondiali.
Le esperienze che ho più condiviso sono state appunto queste di studio e di realizzazione di iniziative in opposizione sempre a questo progetto che avrebbe sacrificato la città, distrutto l'ambiente (con la preziosa area del Bulicame) e reso ancora più vulnerabile la salute degli abitanti dell'Alto Lazio.
Ho condiviso anche tante iniziative tra cui l'impegno del CSA nella realizzazione di un grande concerto a sostegno, e in collaborazione con l'associazione La loKomotiva di Rieti, per la raccolta di fondi da destinare alla realizzazione di pozzi per l'acqua, con accesso gratuito, in tante aree poverissime dell'Africa e anche dell'America Latina.
Conoscere il centro sociale le sue attività è stato un tutt'uno con il conoscere e venire in contatto con Alfio Pannega.
Mi incuriosì questa presenza di una persona tanto avanti negli anni in un centro che pullulava di ragazzi giovani e anche giovanissimi. La prima impressione, guardando Alfio in mezzo a tutti questi giovani, fu quasi quella di trovarmi di fronte a un quadro di Van Gogh e questo soprattutto per i colori dei capi che indossava: il cappello, la sciarpa, i guanti, il cappotto.
Colori estremamente intensi e accesi che andavano a ravvivare il suo viso di uomo con la barba bianca, le rughe profonde, quindi un contrasto tra tutto ciò che intorno al suo volto esprimeva esplosioni di colori e questo bel volto di vecchio. Un volto attento, riflessivo, pensante, un volto che era illuminato da due occhi azzurri e scintillanti e sempre da un tenue e timido sorriso appena accennato.
Del rapporto di Alfio con la città ovviamente allora ne sapevo poco vivendo in un'altra cittadina viterbese.
Imparai con il tempo a conoscere, intuire il rapporto che aveva Alfio con la sua città.
Compresi un po' alla volta, e con un senso di borghese sorpresa, come Alfio esprimesse proprio la Viterbo migliore, quella più attenta ai giovani, quella più attenta alla cura e allo stupore nei confronti della natura, quella più attenta a tutti e ciascuno.
Alfio aveva l'attenzione dell'osservatore ed ascoltatore, curioso, attento, paziente e non giudicante.
Di quello che non rivendica la parte di protagonista sulla scena.
Quella attenzione che dovrebbe essere la cifra di un governo sano di ogni città.
L'attenzione ai più giovani, agli anziani, ai più fragili, alla cura della bellezza di una città che sta anche nel mantenerla pulita e bella, nel conservarne ed ampliarne il patrimonio boschivo, le aree verdi cittadine che sono così importanti nel dare dignità, bellezza e salute a tutti, anche agli animali che in queste aree vivono e trovano ancora rifugio.
Cose per Alfio semplici da realizzare perché già realizzate nel suo modello di vita.
Sarebbe stato in verità un ottimo sindaco per la città e per tutti.
Del rapporto di Alfio con le persone che incontrava, e quindi in questo caso con i giovani, mi colpiva la sua instancabile voglia di partecipare, anche quando le sue condizioni fisiche non erano proprio al massimo.
Grande era la sua voglia di stare insieme, non come una persona che in qualche modo vuole dirigere, dà consigli e quant'altro, ma come persona che vuole stare in mezzo, partecipare del problema e della soluzione corale, della gioia della convivialità, di condividere con scherzosa leggerezza qualche pezzo di quella giovinezza che gli era stata tolta brutalmente e ora sembrava che non gli appartenesse più, ma solo per via dell'anagrafe.
Il suo essere giovane con i giovani era la sua estrema capacità di rimanere sempre curioso e anche capace di scherzo ed ironia, a cominciare da quella che poteva essere esercitata sulla sua persona.
La sua curiosità si manifestava in tante espressioni: quelle teatrali, quelle musicali, quelle di studio, quelle politiche, che hanno caratterizzato la vita del centro sociale anche come un momento di grande aggregazione.
Il centro sociale era diventato il punto di riferimento anche per tante persone fragili e in difficoltà economiche, e spesso, di conseguenza, anche dal punto di vista relazionale, sociale, e culturale. Quelli che Papa Francesco ha definito molto bene come scarti, come le pietre di scarto ma che poi, invece, diventano pietre d'angolo.
Ripensando all'esperienza del CSA la vedo ora come una fornace di pietre d'angolo di cui Alfio era mantice.
Poi con il passare degli anni il suo atteggiamento mite è diventato ancora più mite.
Ricordo che era molto felice di accogliere consigli per la sua salute, consigli per migliorare un pochino la sua situazione fisica in generale.
Accoglieva questa attenzione con grande gioia e questo l'ho sperimentato anche da un punto di vista medico quando ho avuto l'occasione di visitarlo e di accompagnarlo in qualche visita specialistica.
Lui era veramente felice, come un bambino, per questa attenzione e cura che gli si dedicava.
Rispetto poi al rapporto che aveva, oltre che con le persone, anche coi suoi amati e tanti animali, c'era questo grande sentimento di responsabilità, del prendersene cura.
Prima di tutto, mattino e sera, si doveva provvedeva a far mangiare cani e gatti, e poi pensava alla sua persona.
Ecco, questo mi ha sempre molto colpito e quando alla mattina anche a me capita di mettere da mangiare a qualche gatto che passa nomade nel mio piccolo giardino, penso sempre a lui, a questa grande responsabilità di dover prendersi prima di tutto, cura di questi esseri viventi che dipendono in parte dalla nostra responsabilità e dal nostro affetto.
La stessa cosa era vera per le piante di cui era un grande conoscitore e vero botanico da laurea Honoris Causa. Una conoscenza del mondo vegetale che gli veniva fin dall'infanzia e coltivata sino alla tarda età. Conosceva anche tante erbe medicali che potevano essere di aiuto nel prevenire e trattare tante malattie.
Alfio era un portatore di questo sapere antico che si va perdendo e in parte si sta riscoprendo ma senza il carattere della trasmissione gratuita da una generazione all'altra, in un mondo medicalizzato quasi totalmente dalla chimica.
Subito dopo la preoccupazione del dar mangiare agli animali c'era quella di dare l'acqua, di innaffiare le piante. In queste sue incombenze mattutine e serali c'era tutto il suo atteggiamento di relazione e al tempo stesso di custodia.
In quest'anno che celebra Il centenario della sua nascita, mi capita sovente, nelle scuole dove tengo incontri in tema di ambiente e salute, di presentarlo come una persona di riferimento per quanto riguarda amore, conoscenza e difesa della natura, come esempio di pioniere e intuitore di un'ecologia pratica ed amorevole.
Rispetto al suo essere poeta, al suo fare della poesia uno strumento di conoscenza di quelle che sono le caratteristiche più profonde dell'animo umano, ricordo che era un profondo conoscitore della Divina Commedia, un'opera che svela gli abissi più profondi come quelli più alti dell'umanità tutta.
L'amore per lo studio della letteratura e della poesia lo caratterizzava, di quello studio che troppo presto gli era stato negato quando dovette abbandonare giovanissimo la scuola per cominciare a lavorare.
Il suo scrivere poesie, il suo cantare a braccio, il suo senso del possesso ma solo ed esclusivamente per i suoi amati libri, il suo continuo esortare i giovani a studiare con amore, ci rimandano ad un'immagine di Alfio protagonista del processo di crescita dell'umanità, del suo affrancarsi dai soli istinti animali.
Una sola umanità che dovrebbe crescere cercando la convivialità, cercando la cooperazione invece che la competizione, con una costante apertura all'altro, fatta non per dovere e per legge ma perché quella apertura ci torna indietro come arricchimento, tenerezza, gentilezza e generosità, svelandoci così il volto più bello dell'essere umano.
Sicuramente nella sua grande semplicità ed umiltà Alfio non sapeva di essere e rappresentare tutto questo, ma in verità questo era.
Mi sono trovata molte volte a ricordare la figura di Alfio.
Questo è capitato anche parlando con don Dante Bernini che l'aveva conosciuto all'epoca della sua giovinezza e aveva intessuto un rapporto di amicizia e sostegno con Alfio e sua madre. Un rapporto di reciproco arricchimento, come diceva il vescovo don Dante.
Una speciale relazione di amicizia tra pari, seppure provenienti da mondi diversi e a prima vista molto lontani, dalla quale entrambi avevano imparato a camminare ancor di più e con passo saldo sulla via dell'umanizzazione per sé e per gli altri. Don Dante mi parlava di Alfio con grande affetto e sincera simpatia e ne apprezzava le doti di poeta insieme alle sue ironiche, giocose ed eroiche imprese divenute poi quasi leggenda nella città di Viterbo.
Quello che ci lascia in eredità Alfio, come don Dante Bernini e altre persone che ho avuto l'onore e la gioia di incontrare e frequentare, e che ora non ci sono più, come Osvaldo Ercoli, Maria Virgini, Teresa Blasi, Delfino Santaniello, è il loro essere stati in modo positivo e costruttivo dentro le pieghe più fragili, dolorose ma anche gioiose della città di Viterbo. Persone come loro e come tante altre, che non ho conosciuto e non conosco, costituiscono e rinnovano costantemente quello che si può definire il tessuto connettivo cittadino. Una struttura forte che fa da impalcatura, dà sostegno e vita buona e solidale a tutta la città anche se questa non se ne accorge, anche se spesso la nega e silenzia, ma che nonostante tutto esiste e permette alla città che sostiene di continuare a vivere e ad elevarsi in dignità umana.
Grazie Alfio per la tua vita. |