Parlare di Alfio è quasi impossibile se non si vuole cadere nel banale: Alfio il cartonaro, Alfio che pulisce il piazzale dei giochi di Santa Rosa, Alfio nelle grotte, Alfio sempre rispettoso e via dicendo...
Mi rendo conto che ancora e forse per sempre Alfio sarà oggetto di contesa tra chi ne vuole un pezzetto, quasi fosse una figura mitologica, un divo del cinema o del calcio, "un eroe dei nostri tempi", come se fossero andati a scuola insieme. Essere fico, per una parte di Viterbo è dire che Alfio l’ha conosciuto, che erano amici, che ci ha preso un caffé, che gli ha regalato una poesia, ma forse è proprio la scusa per poi lasciarlo vivere in solitudine, nelle grotte o in una casa, quella di valle Faul che rimane un luogo di vergogna per tutte le amministrazioni comunali che gli hanno prima dato e poi confermato quella tana, dato che sistematicamente veniva inondata degli scarichi fognari della città di Viterbo. Ti dò casa ma te la dò sapendo che si riempie di merda.
Non è normale per una persona essere trattata così, dicendo “tanto è Alfio...”. Il benessere piace a tutti, l’agio non disgusta nessuno, la stabilità emotiva, la quiete, la mancanza di problemi non li allontana nessuno. Lui no di certo. La valle di Faul nei secoli è stata una zona evitata da tutti i Viterbesi per l’aria insalubre che aveva, c’è una chiesa presso la quale venne aperto un ospizio aperto e richiuso nel tempo, dove la guarigione era lenta ad arrivare o non arrivava proprio, venne poi scelto di spostare tale istituto presso l’Ospedale Grande degli Infermi (ospedale vecchio), già la sola possibilità di aprire le finestre e far cambiare l’aria con aria fresca ed asciutta, era causa di guarigione o benessere per chi era in cura.
Alfio è nato e cresciuto a Valle Faul, nel tubo di scarico della città di Viterbo. Nel luogo malsano da dove venne spostato un ospedale per poi farne uno in collina, luogo (quello di Faul) dove le amministrazioni comunali Viterbesi hanno dato a lui una “casa”. La casa nella Valle di Faulle (come diceva lui) prima, nel container poi...
Parlare di Alfio dovrebbe essere un documentario sulla vita difficile o quasi impossibile di molte persone, che tuttora vivono un disagio di emarginazione, incuria da parte della società, degrado culturale e umano.
Alfio non era un personaggio o una macchietta, né un fumetto. Era una persona normale. Sembra banale ma è così.
Non era antifascista da bandiera ma lo era in realtà e senza etichetta, probabilmente se venisse coniato un termine per lui, sarebbe impreciso.
La capacità di adattamento lo aveva portato a sapersi relazionare con chiunque, dal cane all'intellettuale. La poesia era il suo linguaggio, come molti cantautori folk si sono fatti conoscere cantando canzonette magari anche sceme, che però li rendevano parte di una comunità, di un gruppo, di una famiglia. C’è chi l’ha usato come un juke-box, io ti dò compagnia, tu mi fai ridere con una poesia. Poi sicuramente c’è chi l’ha semplicemente ascoltato. Queste persone forse lo hanno fatto sentire bene, non hanno elemosinato umanità.
Ho tanti ricordi di momenti vissuti con Alfio... mi regalò una poesia, il testo parla di due amici di Bagnoregio che si incontrano e parlano della festa che si sta per organizzare in paese. Non mi sembra sia stata composta da Alfio, ma piuttosto quasi come una filastrocca. Questa è "quella de Bagnorea" mi diceva, la raccontava sempre con tanta gioia, come fosse un ricordo piacevole, infatti alla fine rideva sempre, per come la recitava sembrava che vicino a te c'era la banda che suonava e la gente che si divertiva.
E quest'anno cosa ci fanno per la festa
ci fanno i razzi a pari i tetti
e la bomba che fa spac
poi la musica in piazza
e quali pezzi sonano
sempre i soliti
zumma zumma patate facioli
pasta asciutta e pastinache |