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Arianna Marullo: il mio amico Alfio

E’ difficile tra i tanti ricordi, tra le tante esperienze vissute insieme, scegliere qualcosa che in breve possa raccontare chi era Alfio Pannega e cosa ha rappresentato, e tuttora rappresenta, per me. Una persona semplice nella sua complessità: semplice perché Alfio viveva la vita con la semplicità di chi ha chiaro nella mente e nel cuore cosa è giusto, cosa davvero conta, lo sguardo limpido e la generosità inesausta. E tuttavia una persona profonda dalle mille sfaccettature, che sapeva sempre stupirti con un racconto, con un insegnamento.
Sentii parlare di Alfio per la prima volta da un compagno di università, anche lui fuori sede, che per guadagnare qualcosa faceva il cameriere alla trattoria “Le poste”. Mi raccontò come fosse rimasto colpito dalla dignità e dalla generosità di quest’uomo che chiaramente non navigava nell’oro, eppure ogni volta che andava a mangiare lì gli lasciava una cospicua mancia e lo incoraggiava a continuare gli studi.
Conobbi Alfio solo diversi mesi dopo, quando iniziai a frequentare il csoa Valle Faul. Nel solco di quanto stava accadendo in quegli anni in tutta Italia, c’era un grande fermento di idee e la volontà di metterle in pratica: rendere di nuovo disponibile per la città uno spazio abbandonato, recuperarne l’importanza storica e artistica per la città, farne un luogo di incontro e confronto, un centro di promozione culturale e di aggregazione lontano dalle logiche di mercato. Ciò che sicuramente ha caratterizzato fin dal principio l’esperienza di Valle Faul è stata la scelta della nonviolenza come principio di comunicazione e di lotta, nonché l’applicazione fattiva e concreta della solidarietà verso le persone in difficoltà. La presenza e l’esempio di Alfio Pannega nel centro sociale ha avuto un ruolo importante in queste scelte: sempre pronto ad aiutare chi aveva bisogno, sempre pronto a condividere il poco che aveva, sempre nell’ascolto dell’altro, sempre fedele a un ideale di giustizia. Tutti sicuramente ricorderanno la sua porta (anzi la sua finestra, dalla quale si entrava agevolmente senza uscire dal csoa) sempre aperta per fare due chiacchiere, chiedere una sigaretta o un consiglio, un attrezzo per qualche riparazione o lavoro agricolo, per chiamarlo all’ora di pranzo o in caso di una riunione improvvisata. Qualcun altro oggi ricorderà in modo più approfondito la semplicità, anzi la gioia, con cui ha accolto Claudio, Antonietta e Giselle quando avevano bisogno di una casa e come abbia saputo creare insieme a loro una famiglia; il profondo affetto, direi paterno, che lo legava a Luciano, anche lui la sua famiglia, fino all’ultimo giorno. Molte persone che lo conoscevano da anni credo rimasero quantomeno sorprese quando seppero in che misura Alfio fosse coinvolto nell’esperienza del centro sociale; alcune addirittura si preoccuparono per lui. Io sono convinta che la sua presenza, tanto più con il passare degli anni, abbia contribuito a creare le basi per l’apertura della città a quell’esperienza, aiutando a dissipare pregiudizi e timori infondati.
Quando conobbi Alfio rimasi colpita dalla naturalezza con cui stava in mezzo ai ragazzi e alle ragazze, senza nessuna traccia di paternalismo e giudizio anzi pieno di curiosità e desiderio di confrontarsi e magari imparare qualcosa. Era capace di conversare con lo stesso umano interesse con le persone più disparate per età, provenienza, studi, interessi: dalla signora impellicciata della Viterbo “bene” al punkabbestia tedesco di passaggio per andare a un rave.
Chi era di Viterbo mi raccontò a grandi linee la sua vita fino ad allora, cosa rappresentava Alfio Pannega per la città. Ben presto fu lui a raccontarmi i suoi trascorsi, una vita difficile vissuta sempre pienamente. Anche i momenti più duri, la solitudine, la guerra, la povertà, li raccontava con ironia, li trasformava in episodi da tramandare. Ad esempio mi raccontò che quando era in collegio era sempre affamato, il cibo era poco e poco ne arrivava nei piatti dei ragazzini “Allora io, che ne sapevo di birberie, andavo nelle stalle e rubavo il latte delle mucche. Ma poi mi scoprirono e le suore, oh quelle erano cattive davvero eh, per punizione mi fecero stare tutta una notte in ginocchio sui ceci! Ma poi ci ritornai lo stesso…”. Si commuoveva sempre quando mi parlava della Caterina, era molto orgoglioso di lei senza rendersi conto di quanto le somigliasse nel coraggio e nella fierezza.
Si commuoveva nell’ascoltare la musica, un’altra grande passione. Alle feste dell’Unità e a quelle dell’Arci, dove era sempre invitato, lo si vedeva ballare se non in coppia da solo, col suo bastone, con la gioia di seguire un ritmo e condividere la festa. La sera prima di andare a dormire amava ascoltare la musica con la sua radio, a tutto volume, era abituato così; capitava che si addormentasse con l’apparecchio acceso e durante la notte le frequenze di radio Maria subentravano a quelle della stazione su cui si era sintonizzato. Una volta Claudio scese dal piano di sopra per abbassare il volume mentre nella stanza rimbombava il rosario: Alfio aprì gli occhi e cacciò un urlo, spiegando poi “A Cla’, me credevo che stavolta ero morto!”.
Per me che venivo dalla periferia di Roma, dalla natura addomesticata e oppressa dal cemento, Alfio era una miniera di conoscenze: quando era tempo di raccolta delle diverse erbe selvatiche (che mi fece assaggiare lui la prima volta, ricordo una superba frittata con gli strigoli!), come si otteneva la finocchiella, la tisana di tiglio per la tosse, dove trovare gli asparagi… facemmo anche un orto con lui e con quale fierezza raccogliemmo le verdure! Appena ne aveva la possibilità comprava delle piante da mettere a Valle Faul, consapevole dell’importanza di riportare il verde dove l’uomo l’aveva sacrificato per far spazio all’asfalto.
Parlando di Alfio non si può dimenticare il suo sconfinato amore per i libri (l’unico suo bene di cui fosse geloso!) e per la poesia. Già nei primi mesi di occupazione, su impulso di Peppe Sini e con grande emozione di Alfio, si fece una prima raccolta di sue poesie che recuperai e trascrissi. Sono impresse nei miei ricordi le serate informali in cui gli chiedevamo per l’ennesima volta di recitarci il brano del Conte Ugolino e gli incontri di poesia a braccio organizzati con Mauro Chechi e Ennio De Santis; in queste occasioni era veramente emozionante vedere Alfio improvvisare con una perizia davvero sopraffina (quanto amava questa parola!) in risposta a quanto proposto dagli altri due poeti. Rammento in particolare una tenzone poetica al circolo arci Il Mulino, dove Alfio improvvisava le risposte di una donna indipendente (“sulla mia barchetta fo’ planar chi voglio io”) a un uomo geloso e un po’ retrogrado, interpretato da Ennio De Santis.
Mi rendo conto che quello che pensavo sarebbe stato un breve intervento rischia di debordare e mettere alla prova la vostra pazienza, spero che mi perdoniate ma scegliere è difficile tra tanti ricordi: Alfio il nostro Sindaco del cuore, Alfio che mi abbraccia e mi consola dopo la morte di mio padre, Alfio che si arrabbiava con l’ira dei giusti ogni volta che sentiva di un’ingiustizia per quanto lontana nel mondo fosse, Alfio che racconta di quando partecipò agli scavi archeologici con re Gustavo di Svezia, Alfio fiero di me il giorno della mia laurea (“io purtroppo ai tempi miei non l’ho potuto fare”), Alfio con la roncola nella sua eterna lotta contro le erbacce, Alfio e il suo cappotto con le tasche sempre piene di oggetti che parlavano di lui (il fazzoletto di stoffa, una noce, un mozzicone di lapis, un pezzetto di filo di rame, una moneta…)…
Alfio aveva un libro a cui teneva molto, in cui erano descritti i personaggi viterbesi del passato che avevano lasciato una traccia nei modi di dire e nell’immaginario popolare come Cicoria, Armidoro Costantini, Pizza e cacio, il Cavalier Pela, Schigino e, ovviamente, Caterina. Caro Alfio, oggi siamo qui a ricordarti e a raccontarci i tuoi motti, i tuoi pensieri… più che a buon diritto mi sento di dire che sei entrato nel novero di coloro che una traccia l’hanno lasciata, e le tue parole e i tuoi insegnamenti continuano a vivere, traccia vivente, in tutte le persone che lottano per la dignità e i diritti di tutti gli esseri viventi, per la salvezza della natura che tanto amavi, per la conservazione della cultura e dell’arte che, come tu ben sapevi, rendono gli esseri umani migliori.



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