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Il testo dell'intervento di Arianna Marullo
al convegno del 21 settembre
in ricordo di Alfio Pannega

Ho avuto la fortuna di conoscere Alfio nell'autunno del 1993, quando ho iniziato a frequentare il Centro sociale occupato autogestito Valle Faul, un'esperienza che mi ha formato profondamente e che sono grata di aver potuto vivere. Un calderone di persone e di idee, di incontri inaspettati e importantissimi, di speranze e volontà di farle divenire realtà.
La presenza di Alfio a Valle Faul ha avuto un ruolo importante in molte decisioni che definirono il centro sociale, una su tutte la scelta della nonviolenza come strumento di comunicazione e di lotta. Sono persuasa che la sua consapevole partecipazione all'esperienza del CSOA abbia contribuito a creare le basi per l'apertura della città a quell'esperienza, contribuendo a dissipare timori e pregiudizi. Sono allo stesso modo convinta che questo suo coinvolgimento abbia rivelato a molti viterbesi aspetti di Alfio che poco conoscevano: la militanza, la sete di giustizia e di verità, la capacità di comunicare con le nuove generazioni e di condividerne sogni e lotte.
Le prime assemblee di autogestione erano occasione di accese discussioni tra gli occupanti: diverse anime politiche si confrontavano, ragazze e ragazzi di Viterbo e non, studenti e lavoratori. Tutti impegnati a capire insieme quale forma doveva assumere quello che unanimemente intendevamo divenisse uno spazio alternativo alle politiche economiche neoliberiste, libero da ogni forma di razzismo, antifascista e accogliente verso tutte e tutti, un luogo di socialità e cultura indipendenti. A volte Alfio partecipava, sempre in attento ascolto, altre lo vedevamo dirigersi con la sua roncola in qualche angolo ancora invaso dai rovi e dalla vitalba, nella sua personale battaglia contro l'abbandono e l'incuria. E questo è stato uno dei suoi primi insegnamenti: la concretezza, il costante impegno, che mai si stanca, per raddrizzare quello che non va, per liberare spazi (non solo fisici) e renderli accoglienti per l'altro.
La cosa che più mi colpì allora era la naturalezza con la quale si rapportava a persone tanto più giovani di lui. In Alfio non c'era traccia di paternalismo né di giudizio, solo una grande curiosità ed empatia. Ascoltava le storie e le ragioni di ognuno e ognuno si sentiva compreso dopo una conversazione con lui. Nonostante la sua vita travagliata non trasmetteva il disincanto e l'amarezza che spesso l'età che avanza porta con sé, piuttosto la sua resistenza e il suo sguardo limpido sulle cose della vita ci insegnava la tenacia, la capacità di non farsi indurire dalle ingiustizie subite e viste, di conservare intatta la propria umanità.
Tutti conoscono il suo amore per gli animali e la bellezza della natura, il suo saperne essere custode e divulgatore, saggio conoscitore di erbe e frutti selvatici e di rimedi naturali. A Valle Faul in molti ci avvantaggiammo delle sue conoscenze ed era un piacere aiutarlo a curare l'orto ("per fare l'orto ce vole l'omo morto!" ci ammoniva) e osservare la cura con cui faceva seccare e poi metteva nei barattoli i fiori di tiglio e la finocchiella ("tieni Arianni', questo portalo alla tu' mamma"). Amava e conosceva profondamente il territorio viterbese, i punti in cui crescevano strigoli e asparagi selvatici, le more, i corbezzoli e così via, e ci ha tramandato questo suo amore e questo rispetto.
Alfio aveva avuto fino ad allora una vita solitaria, il suo più grande affetto era stato quello per la mamma, Giovanna detta Caterina. Nato e cresciuto in un'epoca che aveva ben chiaro il ruolo della donna (l'angelo del focolare silenzioso e sempre subalterno all'uomo) aveva avuto una madre eccezionale, coraggiosa e piena di dignità, decisamente fuori dagli schemi. Forse per questo in lui è sempre stato forte il rispetto per ogni donna che incontrava, riusciva a vedere oltre i pregiudizi e i luoghi comuni, oltre i ruoli di genere. Ricordo che in una tenzone poetica a braccio con Ennio De Santis e Mauro Chechi presso il circolo Arci Il Mulino decise di interpretare il ruolo di una donna che difendeva la propria indipendenza contro un uomo geloso ed oppressivo: con il suo stile inconfondibile, facendoci sorridere e riflettere, una volta di più ci trasmise il suo insegnamento.
Ed eccoci all'Alfio che tutta Viterbo conosce, l'Alfio poeta. Alfio fine conoscitore di Dante e Ariosto, della letteratura italiana che aveva appreso per lo più da autodidatta, Alfio amante dei libri. Per molti, me compresa, fu una piacevolissima scoperta, una delle tante sorprese che questo uomo mite e battagliero, povero materialmente ma ricchissimo spiritualmente, che non aveva potuto studiare ma che era più colto di molti laureati, ci riservava. E Alfio era ben consapevole di quanto importante fosse la cultura, la possibilità dello studio, la capacità di padroneggiare le parole per esprimersi e comprendere la realtà per poter lottare contro il potere ingiusto, contro l'oppressione. Per questo incoraggiava tutti noi a studiare ("io ai tempi miei non l'ho potuto fare" ci ripeteva), per questo era emozionatissimo il primo giorno di scuola di Giselle, la sua nipote d'elezione. Questo è forse uno dei suoi insegnamenti più grandi: la parola che nutre e difende, la parola che prefigura e costruisce una nuova realtà, la parola che libera.
Chi ha conosciuto Alfio ha conosciuto anche la sua gioia di vivere, l'amore per la convivialità, le burle che faceva, e che subiva anche, con grande spirito, le sue danze scatenate e le lacrime di commozione che non si vergognava di versare.
Senza saperlo e senza volerlo Alfio è stato un insegnante eccezionale. Come i migliori educatori infatti non insegnava con le parole, con i discorsi e gli intenti, ma con il limpido esempio della sua vita e del suo agire, con il suo stesso modo di essere.
Buon compleanno Alfio, Sindaco del nostro cuore!



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