Il ricordo di persone care, genitori, amici, è una bella e giusta cosa, e se questi ti hanno aiutato negli anni delle scelte di Vita, il ricordo diventa profonda emozione e ti dona sicurezza in quello che fai. Alfio Pannega e' per me una di queste persone.
Alfio l'ho conosciuto all'età di 15 anni, nel 1971: ero ospite del seminario della Quercia come terremotato dopo il sisma di Tuscania, ed avendo litigato con mio padre rimanevo anche nei giorni festivi. Un sabato mi incontrò il rettore, don Dante Bernini, straordinario uomo di pace, e mi chiese come mai non ero andato a casa; gli spiegai, lui si accertò che i miei erano al corrente, e mi disse: "Puoi restare, ma noi la domenica ci diamo da fare", gli risposi che ero contento di poter collaborare, lui mi sorrise e mi disse di trovarmi in portineria alle 6 del mattino.
Andai volentieri e trovai don Dante che caricava un'automobile con tanta roba da mangiare, pasta, pane, scatolame e altre cose di prima necessità.
Partimmo alla volta di Monte Jugo dove fece una messa in una chiesetta: c'erano persone importanti, anche la preside del mio istituto, la professoressa Rizzacasa Bestoso. Finita la messa don Dante salutò velocemente i presenti e mi disse: "andiamo Pietro, ci aspettano i poveri".
Fu un'esperienza meravigliosa entrare in tante case povere, sovrappopolate, dove potrei conoscere la povertà.
Alla fine arrivammo davanti ad una grotta: fuori c'erano un ventina di cani; mi disse: "Questa è la casa di Alfio Pannega e di sua mamma Caterina"; scaricato quello che era rimasto, don Dante chiamò Alfio, lo abbracciò, me lo presentò, e poi gli disse: "Raccontami qualcosa di bello".
Alfio incominciò a parlare, un fiume di parole e racconti, mi sembrò quasi che lui fosse il rettore e don Dante Alfio. Mi rimase impresso il fatto che salutando don Dante gli disse che avrebbe cercato di mettere in pratica i suoi consigli, poi lo abbracciò, lui ringraziò e partimmo.
Don Dante in macchina mi disse che avevo conosciuto un poeta, poi disse: "L'uomo ha perduto l'umanità, anche noi, anche io, il nostro intento deve essere di cercarla, proprio come fa Alfio Pannega, raccogliendo il cartone e pensando con amore ai suoi cani prima che a se stesso".
Don Dante fu per me un punto di riferimento, ma non dimenticai Alfio.
Lo andavo a trovare coi compagni del collettivo. Lo incontravamo in una osteria che era in via Macel Gattesco da cui, avendo due entrate, potevamo scappare a un controllo dei nostri genitori. Alfio ci raccontava delle sue peripezie per campare, di come si faceva il vino, di come i contadini se la cavavano; mi sembrava mio nonno che aveva innata la capacità di narrare.
Poi lo cercai ancora, quando ero un giovane dirigente della CGIL; insieme ci davamo da fare alle Feste dell'Unità, lavorava sodo ma non voleva essere pagato perché quello era il suo contributo e siccome la festa si svolgeva la seconda metà di settembre, per il giorno del suo compleanno faceva arrivare una torta grandissima da Casantini, con sopra scritto il suo nome con al centro una grande falce e martello e sotto la sua età. La offriva ai compagni con i quali condivideva la sua felicità.
Molte altre cose dovrei aggiungere ma almeno un'ultima cosa vorrei ricordare: l'esperienza di ricerca che poi ha portato alla pubblicazione del libro "Allora ero giovane pure io", che mi ha permesso di raccogliere dati ed emozioni, che ho poi riportato nel mio spettacolo con lo stesso titolo. Ogni volta che lo replico cerco di essere lui stesso, con un'immensa gioia. |