Quindici anni fa ci lasciava Alfio Pannega.
Ma la verità è che figure come la sua non se ne vanno mai davvero. Restano nella memoria collettiva, nei vicoli della città che ha amato, nelle battaglie che ha combattuto con fermezza e gentilezza, nella poesia che sapeva intrecciare con la vita quotidiana, nei gesti semplici e nei grandi ideali.
Alfio è stato un simbolo della Viterbo popolare, solidale, resistente. Un uomo buono. Di quella bontà rara e coraggiosa che non fa rumore, ma che incide, che lascia il segno. Una bontà fatta di ascolto, di attenzione agli ultimi, di presenza costante e sincera. Si è speso, ogni giorno, per la pace, per i diritti di tutti gli esseri umani, per la giustizia sociale, per la difesa del mondo vivente. Senza mai cercare visibilità. Antifascista, nonviolento, poeta, militante, ma prima di tutto umano. Nel senso più profondo, più alto e più semplice della parola.
In un mondo che spesso corre senza fermarsi, Alfio rappresentava un punto fermo. Un argine alla disumanità, un richiamo alla responsabilità, alla partecipazione, al rispetto della dignità altrui.
Ho avuto modo di conoscerlo, anche se non c'è mai stata una frequentazione assidua. Eppure la sua figura era talmente presente, riconoscibile, viva nella comunità cittadina che in fondo, per molti di noi, è sempre stato un volto familiare.
Quest'anno ricorrono anche i cento anni dalla sua nascita. Un secolo da quando è venuto al mondo, e già allora - ne sono certo - portava con sé quella luce che lo avrebbe reso una figura diversa, scomoda, ma indispensabile. E oggi più che mai, in un tempo che ha bisogno di memoria e di futuro insieme, il suo esempio continua a parlarci. E a chiedere di non essere dimenticato. |