Come in un quadro di Chagall, Alfio Pannega e la Caterina, sua mamma, viaggiano su un cartone volante sopra i cieli della città, passano sopra alle mura, Alfio indica quella che era la sua casetta a ridosso di Porta Faul e insieme fluttuando tra le nuvole si avviano verso il campanile del Duomo e la loggia del Palazzo Papale...
Il primitivismo onirico dell'artista russo riesce a dare corpo al ricordo di Alfio di cui riesco a rivedere il viso, la barbetta incolta, le rughe, i cartoni che si trascinava dietro, il suo barcollare a sera di stanchezza e forse un po' anche di vino. La Caterina, invece, resta nella memoria solo come un racconto ascoltato in luoghi e da voci e sensibilità differenti, ma sempre con la calata viterbese.
Alfio "il clochard" e sua mamma, Caterina "la zingara", sono due pilastri della metafisica sentimentale della mia Viterbo. Lui lo si incontrava ogni tanto a sera, sempre sorridente, a volte un incazzato tra sé e sé. Era una figura rassicurante, lontano da "noi" ma fatto della stessa pasta umana. Con lui ci si sentiva vicini pur essendo assolutamente distanti. Sua madre appartiene per me invece al mito. Il racconto che torna spesso nel ricordo è di lei sul Corso, davanti al Caffè Schenardi, quando si fermava a vendere le sue violette all'ora dell'aperitivo, quando i borghesi e "l'elite" benpensante cittadina all'ora dell'aperitivo, dopo la messa. Caterina chiede alla moglie del Prefetto se desidera una violetta, gliela porge dal suo paniere in vimini. La signora si chiude sulle sue, si gira verso il marito e fa: "Ma che puzza!". La Caterina le guarda e con un sorriso le risponde ad alta voce: "Il culo te puzza!". Ecco, una eroina popolare e ruvida che fa quasi da controcanto alla Santa Rosa del culto popolare: la giovinetta malandata che viene rappresentata sul culmine di Porta Romana "co' le palle mal grembo", le palle dei cannoni di Federico II da cui avrebbe difeso la città papalina, versus la matura popolana che non le manda a dire e raddrizza l'arroganza della benpensante in pelliccia. Un confronto che porta quasi a pensare quale delle due abbia fatto di più per Viterbo.
Ma lasciamoci con un sorriso queste storie alle spalle. Resta l'immagine di mamma e figlio sul loro cartone volante, un sogno, una favola che rende più solare questa cittadina di pietra grigia e chiusa nelle sue mura. |