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Roberto Pomi ricorda Alfio Pannega

“C’è Alfio”. “Dove?”. “Grande!”. Cinquantasei anni separano la mia nascita da quella di Alfio Pannega. Nonostante questo posso dire di averlo conosciuto, di amare la città che lui ha amato e anche di “averci fatto serata insieme”. Non eravamo amici, non intendo raccontare storie. Con Antonello Ricci sì, e forse la persona che meglio mi ha aiutato a comprendere Alfio è stata proprio Antonello. Anche Pietro Benedetti, in realtà. Così il mio ricordo, che scrivo con gratitudine verso chi me lo ha chiesto, è un gioco di sponde.
Sì, qualche parola me l’ha detta anche lui. E’ capitato, ma ero un ragazzino e non ho mai avuto uno scambio reale. Per me e per quelli che erano con me, quando lo incontravamo al centro sociale di Valle Faul, era una sorta di personaggio mitologico. Uno di quelli che appunto attivava la catena di parole con cui ho voluto aprire questo ricordo. Per noi, ragazzini che andavano tranquilli al centro sociale di Viterbo sulla scorta del mito dei 99 Posse e dei centri sociali occupati, con gli amici che ci suonavano del buon reggae, Alfio era “un grande”. Ma non perché sapessimo qualcosa di lui, non a quel tempo. La sua grandezza stava nel fatto che da vecchio, termine che gli sarebbe piaciuto crediamo, era lì in mezzo ai suoi ragazzi, ai suoi compagni.
All’epoca scrivevo anche io testi in rima, e fu quella roba lì a fare incrociare la mia strada con quella di Ricci. Dall’ottava della Maremma, ma anche del Viterbese, ad Alfio Pannega fu un attimo. Così mi ritrovai nei primi anni duemila a scoprire l’Alfio poeta. Ma anche a capire l’uomo dei grandi valori umani: la pace, la semplicità. Qualcuno, non ricordo chi, passò ore a raccontarmi di una poesia, o qualcosa del genere, in cui Alfio parlava dei pomodori. Faccio fatica a ricordare il contesto ma sento ancora la profondità e l’essenza umana di quella conversazione.
Più che con Alfio sono tra quelli che possono dire di avere parlato di Alfio. Però l’ho osservato, quando è capitato, rimanendo colpito dalla profonda fierezza umana. Quel piccolo signore, così mite ma anche forte, mi ha sempre trasmesso un senso di rispettabilità. E questo, voglio essere onesto, era piuttosto stridente con quello che normalmente la gente pensa. Forze anche per ciò, per noi ragazzi (almeno per quelli con cui sono cresciuto io), Alfio era “un grande”.
E il tempo ci sta dando ragione. A cento anni dalla sua nascita è largo il movimento di viterbesi che vuole ricordarlo. Non proprio un omaggio da persona comune. Una “notorietà” che se mi fermo a pensare mi viene da attribuire a un carattere umano bellissimo: l’autenticità. Quando un uomo o una donna, o qualsiasi altra categoria possiamo usare per definire una persona, è autentico è destinato a essere riconosciuto nel suo senso, nella sua bellezza di essere umano.
Alfio il nonviolento, il pacifista, il viterbese, lo scrittore, il figlio, il poeta. Trovo ognuna di queste definizioni così reale e autentica. Scavando nella memoria di chi mi ha parlato di lui lo ritrovo al lavoro per tappare le buche all’aeroporto di Viterbo, durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale. Non riesco a ricordare chi mi ha regalato questa storia e non so quanto sia nota tra i suoi amici e in chi l’ha conosciuto. Penso di averla “intercettata” durante il lavoro che ho affrontato per la scrittura del libro “L’ho buttato giù con un destro” su Gigetto Malè. Altro grande viterbese, altro uomo autentico.
Alfio che ripara le buche di un mondo che stava andando in pezzi, sotto la tragedia sciocca della guerra. Poi Alfio che ripulisce la città dai cartoni. Alfio che “mette a posto”. E se lo guardiamo dalla linea dei cento la cifra di questo piccolo grande uomo è forse proprio questa: il sapere mettere a posto. Con la mitezza, con la calma, con la parola e la poesia. Perché quell’aggiustare l’anima degli altri è quanto ho trovato di lui nelle parole di chi me lo ha raccontato. E i miei occhi ne sono stati testimoni quando anche io ero lì - ragazzino, davanti all’impianto a tutto volume del centro sociale - e Alfio era lì; con i suoi ragazzi, in uno scambio silenzioso e potente di pace, che mi piace pensare ognuno di loro possa portare ancora oggi nel mondo.



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