Io l'Alfio in quel momento dell'epopea dell'occupazione di Valle Faul lo ricordo poco. L'ho imparato dopo.
Nei miei mesi a Valle Faul io nel frattempo militavo in quel che era rimasto della Pantera della Sapienza di Roma, in un collettivo femminista. Quando mi convocarono per l'occupazione mi precipitai a Viterbo (infrattai la Citroen di mamma, che avevo usato per tornare, nello stesso centro sociale, perché non si vedesse), e feci da collegamento con i compagni che da Roma - da via dei Volsci - vennero poi a incontrarci, dopo qualche giorno, per capire che tipo di occupazione eravamo, per misurarci il tasso di sinistra, ma soprattutto a vedere se avevamo bisogno di una mano, e se i fascisti locali fossero pericolosi.
All'epoca ero una militante indefessa e anche molto fessa, stavo sempre a pulire qualche stanza, a fare qualcosa. Come del resto faccio oggi quando sto a casa mia. Stare con Alfio, per come lo ricordo io, significava doversi fermare, sintonizzarsi con quel suo pensiero laterale, quel suo distillare parole senza fretta. Bisognava impegnarsi, concentrarsi, fare spazio ai suoi tempi. Che era l'esatto contrappasso per chi, come me, prendeva molto sul serio - cioè troppo sul serio - quello che stavamo facendo.
In più c'erano i compagni anarchici, i miei carissimi dell'epoca a cui voglio tuttora molto bene, che inserivano a sorpresa e a piffero molti momenti goliardici nella vita del centro sociale, ed io stavo spesso appresso a loro per tamponare - inutilmente, sempre senza successo - quelle "azioni" che per me erano "estemporaneismo" e basta.
Oggi il ricordo di quei giorni mi fa ridere tantissimo, avevano ragione loro. All'epoca invece mi stressavo perché sentivo, per quel po' che sono stata full time nell'occupazione, la responsabilità di un gesto politico che all'epoca era abbastanza urticante per la città. Volevo che fosse comprensibile per tutti, dentro e fuori, niente surrealismo e provocazioni. I compagni mi sfottevano tantissimo, e di nuovo avevano ragione loro. Una volta issarono una bandiera rosso-nera anarchica, io mi inviperii (perché ero comunista), e quelli mi fecero il coro: "La bandiera / pe fa incazzà Daniela".
Alfio diffondeva tutta un'altra atmosfera intorno a sé, lo capivo, ma non ero in grado di fermarmi ad ascoltarlo. Certo era un "cartonaro", un riciclatore della qualunque, ante litteram e prima di qualsiasi nostro ecologismo, e nelle immagini che conservo di lui è sempre incorniciato o affiancato da qualche oggetto strano. All'epoca sembrava un essere favoloso. Forse, ripensando alla me di allora, anche per questo non ero in grado di avvicinarlo davvero.
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Ricordo invece bene sua mamma, Caterina. Ma qui torniamo indietro di cinquant'anni.
Siamo nella prima metà degli anni '70. Don Armando e don Bruno erano parroco e viceparroco di Villanova, cioè della chiesa costruita con le loro mani: letteralmente, da preti-operai, con muri prefabbricati, fu un'epopea fantastica, li sbatterono a Villanova che all'epoca era in mezzo alla campagna e neanche c'era la chiesa, noi famiglie di fedeli stemmo per un po' ospiti della cappella privata dei Cecchini, poi affittarono un garage, io piccolissima venivo mandata fra i banchi durante la messa a raccogliere le offerte, con l'ordine di non schiodare fino a che tutti non avessero messo qualcosa. La chiesa era (ed è) intitolata ai santi Ilario e Valentino.
Nel sabato più vicino alla loro festa, a febbraio, don Armando guidava i parrocchiani in processione al Ponte Camillario, luogo del martirio di Ilario (era stato decollato, ci dicevano, e don Armando, che era davvero un gran personaggio, aveva preso dei pietroni e ne aveva fatto un altare e un fonte battesimale, giurando - a fin di bene - che erano proprio le pietre del martirio).
L'appuntamento era dopo pranzo vicino "casa" della Caterina (fra noi la chiamavano la Caterinaccia, si capisce che non era un complimento). Don Armando restava da lei finché non c'erano tutti i parrocchiani, a quel punto veniva da noi, allegrissimo, e si metteva alla testa della processione. Cantando e declamando le preghiere come un attore, era straordinario e irresistibile. Un'atmosfera irripetibile, densissima, il nostro era un quartiere di periferia, di palazzi bruttarelli e gente non viterbese, famiglie di militari per lo più, come noi. Lui costruiva anche così il senso di una comunità. Non mi pare che Alfio si sia mai unito alle nostre processioni, la sua spiritualità aveva un altro passo. Ma all'epoca ero davvero piccolissima, l'ho capito molto più tardi. |