In ecologia non esistono confini ma gradienti e transizioni, e la matematica che regge questi spazi di passaggio non è lineare. Gli ecotoni, così si chiamano i paesaggi fra i paesaggi, sono i luoghi della differenza. Qualcuno li chiamerebbe Terzo Paesaggio, ma sarebbe più giusto dire "subalterno". Lì, in quel coacervo di relazioni, in quel "luogo" che non è "non-" ma "ultra-", la diversità esplode, si manifesta e si espande. I "Paesaggi subalterni" sono una culla di potenza ma mai di potere, tutto è possibile e nulla è ontologico; trattengono ciò che sta fuori (ciò che non è in loro li mette in-forma), e aggiungono un resto che è il frutto di un'infinita rete di relazioni, è un disavanzo inafferrabile fatto di "solo" movimento, calmo e inesorabile, è la viandanza, la diserzione dal climax, del compiuto. I "Paesaggi subalterni" o Terzi sono i nodi più luminosi della Rete del dio Idra: un sistema di preziosi diamanti, tenuti assieme da quanti di luce, che essi riflettono e ne diventano riflesso, dentro un lucore che rende accettabile al nostro sguardo la complessità del reale.
Cosa dovrebbe entrarci questo con Alfio?
Molto.
Tutto.
Perché?
Perché Alfio è il Syndicus di ogni Paese e Università libera, Alfio è il genius di ogni "Paesaggio subalterno", Alfio è Mag(n)us della Rete di Indra; Alfio sente e ci in-forma sulla vita di QUEL topinambur, di QUEL cane randagio, di QUELLA poesia improvvisa; Alfio incarna la matematica degli ecotoni; Alfio è tutto quello che l'Homo sapiens non ha mai saputo essere, pensandosi uomo e dimenticandosi animato.
Ho conosciuto Alfio veramente troppo tardi e troppo poco. Non ho molti aneddoti o ricordi su di lui. E non ho voglia di raccontare quanto sia stata forte per me l'esperienza del primo libro, che tanto mi ha fatto gioire e altrettanto soffrire. Solo so che Alfio e i compagni del CSOA Valle Faul mi hanno permesso di entrare nelle loro vite con magnifica generosità.
Quando penso a lui, poi, quasi subito ricordo Mario Onofri, e mi commuovo, e mi viene da piangere, e mi faccio il sangue amaro perché so che animali così sono sicuro di non riuscire a riconoscerne più.
Per fortuna, però, ho la voce di Alfio nel mio archivio sonoro. L'ascolto. Nelle ultime registrazioni, dalla sua gola saliva una doppia esposizione sonora: parole e vibrazioni, e il racconto diventava (ed è ogni volta che lo ascolto) una canzone.
Alla fine di ogni lettura e presentazione del suo libro, io, Antonello, Sara, Michela, Pietro e Olindo gridavamo, col pugno alzato:
Alfio Sindaco!
Ecco, questo vorrei: Alfio Sindaco! |