Alfio Pannega fu (e sempre sarà) una leggenda popolare. Un mito.
Mito secondo l'idea che ne ebbe Roland Barthes.
Un segno cioè, una "forma", un personaggio di cui nell'immaginario della comunità sia andato smarrito il significato originario ("naturale" cioè storico).
Significante, figura carismatica pronta e disposta ad accogliere in sé valori postumi, sensi altrui, cammini corali.
(Questo il destino dei miti veraci. Destino meraviglioso e tragico al contempo).
Tutto ciò, nel caso di Alfio, e che sia chiaro, accadde e torna ad accadere per amore. Solo e soltanto per amore.
A tutto questo ripenso, mentre con amici e colleghi lavoriamo alacremente alla riedizione (rinnovata-triplicata) del suo splendido e fortunato libro del 2010 (Allora ero giovane pure io. Travagliata e poetica vita di Alfio Pannega, Davide Ghaleb Editore). Mentre sfogliamo appassionatamente vecchie rassegne stampa e nuove foto. Mentre setacciamo vecchi suoi "fogli volanti" natalizi o poesie dialettali sulla mamma Caterina. Mentre trascriviamo sapidi aneddoti e ricordi preziosi da parte di tutti i viterbesi, nessuno escluso: di chi lo conobbe appena e di chi con lui condivise opere e giorni, per quasi vent'anni di vita, pane e sogni al centro sociale occupato autogestito "Valle Faul".
Tutto questo, voglio dire, ci si rivela con chiarezza abbacinante.
Eh sì, Alfio s'impone nel nostro immaginario con la forza arcaica e demiurgica del mito.
Proprio per questo lo amiamo, se possibile, anche di più.
E però: se oggi ci ritroviamo qui riuniti, tutti noi, è anche per rendergli sincero onore, restituendolo cioè alla misura della sua storicità, alla sua piena umanità. Con umiltà certamente e certo tutti d'un sentimento.
Perché Alfio non rischi di apparire, ai viterbesi e agli uomini tutti del futuro, come astronave aliena allunata a Viterbo quasi per caso.
Accanto al valore di uomo-umano (Pasolini dixit) dunque, il valore culturale, l'Alfio intellettuale. Con il suo amore viscerale per i libri, la sua impressionante sapienza etnica - dalla botanica fino alla poesia metricata - Alfio seppe incarnare il più fulgido, commovente esempio di un pensiero "selvaggio" salito in cattedra. Il sontuoso repertorio dei suoi saperi, il suo dono squisitamente popolare di una parola portata in scena dal vivo corpo e dalla memoria con le sue raffinate tecniche di tradizione (Alfio, voglio dire, la seppe lunga e la seppe raccontare: proprio come il perfetto narratore, "uomo di consiglio" secondo Walter Benjamin). Alfio, intendo, discendeva per li rami di una schiatta illustre e ammirevole: quella dei Woody Guthrie e dei Morbello Vergari, intellettuali "rovesciati" che, dalle maremme all'Oklahoma alla Tuscia viterbese, sanno restituirci il mondo, e il suo senso dal basso, dalla prospettiva degli ultimi. Senza compromessi ma anche senza complessi d'inferiorità.
Così che qui il discorso, inevitabilmente, si fa politico. Di una politica urgente quanto universale. Il suo comunismo francescano, il suo amore incondizionato, tenero e disarmato, ineluttabile per ogni essere umano, per tutt'intera la "bella d'erbe famiglia e d'animali", per la terra come casa comune, la sua stessa lezione di vita, fatta di parola e soprattutto di esempio, hanno qualcosa di immenso da insegnarci. Ancora e sempre. |