FOTOGRAFIE TESTIMONIANZE 2025 TESTIMONIANZE VIDEO AUDIO
ARTI VISIVE LIBRI POESIE DI ALFIO POESIE SU ALFIO SPETTACOLO

Rita Sisterkaya ricorda Alfio Pannega

Dal libro di Rita SisterKaya, L'ultimo diario, riprendiamo alcune parti dedicate ad Alfio e al centro sociale Valle Faul; ringraziamo di cuore Rita per avercele messe a disposizione]

... un ex capannone del gas, abbandonato per oltre trent'anni, lasciato al degrado dal Comune di Viterbo, è stato occupato da alcuni ragazzi negli anni novanta e, da allora, è rimasto un luogo di riferimento per molti. Qui, diversi giovani hanno trovato un riparo, un punto di incontro, una casa, dove potersi sfogare, rifugiarsi nei momenti di necessità o semplicemente dove andare nei momenti di "nullafacenza".
Moltissime persone sono passate di qui, contribuendo a renderlo ciò che è ora, e tante altre si portano con sé, tuttora, le esperienze vissute al Valle Faul.
Ricordo che, poco dopo il mio arrivo a Viterbo, sentii parlare del
Centro Sociale da alcuni amici che lo frequentavano. All'epoca, ero rinchiusa nel mio mondo utopico, fatto di un amore che solo in seguito definirò egoistico, e non ritenevo importante né sentivo l'esigenza di andare in un posto di cui, sinceramente, non percepivo il valore. Vivevo insieme al mio compagno, eravamo giovani, inesperti della vita, ci amavamo e volevamo stare insieme. Avevamo affittato una casetta nel centro storico di Viterbo. Mi misi a piangere la prima volta che la vidi. Ora ci rido sopra, ma all'epoca quella casa "rustica" mi sembrava un mondo a parte.
Un giorno incontrai sotto casa Alfio, un signore anziano dall'aria simpatica, che avevo già visto più volte in città e sapevo che era conosciuto da molti in città. Sapendo il suo nome, lo salutai con entusiasmo, contenta di fare la sua conoscenza. Prima sgranò e strinse gli occhi, cercando di vedermi meglio, poi mi sorrise e, ricambiando il saluto, mi chiese chi fossi. Gli dissi il mio nome e gli spiegai che abitavo lì vicino e che spesso lo vedevo passare. Si mise a ridere e mi spiegò dove viveva, vicino al Centro Sociale Valle Faul, mi disse di andarlo a trovare quando volevo. Sarei stata la benvenuta.
Poi, un giorno d'inverno, mi ritrovai a passare davanti alla porta di Valle Faul e lì incontrai di nuovo quel signore, ricurvo su di sé, che camminava aiutandosi con un bastone. Lo salutai, lui mi riconobbe subito e mi invitò a entrare nella sua dimora.
La storia di Alfio è abbastanza delicata. Per me, Alfio rappresenta quella persona che è riuscita a vivere la vita non come imponeva il sistema, ma come voleva lui. Non ha mai conosciuto il padre, mentre la madre fece il possibile per farlo crescere sano, forte e soprattutto onesto. Durante la guerra, e in difficoltà economiche, si rifugiarono in una grotta fuori dalle mura della città. Proprio in quella grotta, ormai negli anni Settanta, qualcuno trovò preziosi resti di cocci etruschi con gioielli, vasi e altri reperti archeologici. A lui, però, non diedero niente, costringendolo ad andare via.
Non lavorava per gli altri. Per guadagnarsi il cibo, faceva il rigattiere: andava in giro per il centro storico trainando un carretto, accompagnato dai suoi fedeli cani, compagni da sempre.
Raccoglieva cartone, rame, metallo e altri materiali, li puliva, prendeva ciò che gli poteva essere utile e il resto lo portava nei magazzini, dove veniva pagato a seconda della qualità e quantità della merce. Negli anni Ottanta, quando sua madre morì, circondato dai suoi animali, andò a vivere in una casetta accanto alle mura di Valle Faul, una casetta di proprietà del Comune di Viterbo, proprio vicino all’ex gazometro che, poco tempo dopo, divenne il Centro Sociale Occupato Autogestito Valle Faul.
Frequentando quel signore, ebbi modo di conoscere anche "i ragazzi del Centro", grandi compagni di Alfio, e pian piano iniziai a far parte di loro.
Mi verrebbe quasi da dire che aggiunsi, a quel punto, un nuovo ed entusiasmante capitolo al libro della mia vita.
Sono passati ormai circa quattro anni da quell'incontro con l'Alfietto e, tra alti e bassi, tra pianti e risate, gioie e dolori, partenze e ritorni, mi ritrovo, alla fine, sempre qui. Convinta che il mondo non si cambi se continuiamo a isolarci, a restare chiusi in casa e a fare ciò che il sistema ci impone. Perché ho trovato in questo posto un esempio concreto di vita alternativa che funziona davvero, vissuto quotidianamente, anche da me in prima persona.
... la quiete del Valle Faul, tra stornelli cantati tutti insieme e risate.
La realtà è che stiamo vivendo come una famiglia, un po' perché lo siamo e un po' perché vorremmo esserlo, per davvero...
*
Maggio 2006 - Viterbo
Oggi il sole ci acceca con il suo splendore, e proprio oggi il Centro Sociale Valle Faul si è definitivamente trasferito. Siamo approdati in un'altra zona della città, una parte trascurata, dove ora intendiamo dare nuova vita a un luogo che è stato abbandonato. Dopo vari viaggi, carichi di tutto il nostro "bene", abbiamo completato questo tanto atteso spostamento con un po’ di pesantezza e di tristezza. È come se avessimo lasciato una parte di noi stessi nel vecchio Valle Faul, un luogo che ci ha visto crescere per davvero.
Adesso siamo in quattro, pronti a dare vita a un capannone di lamiera che era stato costruito per la superstrada e poi abbandonato nel degrado. Nonostante il brusco cambiamento, siamo circondati da buona energia, e la nostra intenzione è quella di trasformare questo posto in un altro centro sociale, in modo che tutta la comunità possa usufruire di questo spazio.
Il progetto è ambizioso: vogliamo costruire un "capannone dentro al capannone", alzando muri di tufo e creando un soppalco di legno per ricavare anche degli alloggi. Al momento, la ditta con cui abbiamo stipulato il contratto ci ha fornito un container abitativo e uno per i materiali, mentre un altro container più piccolo è adibito a bagno, con tanto di lavatrice.
Il nostro nuovo centro si trova a Castel d'Asso, una zona famosa per le tombe etrusche e i bagni caldi di acqua sulfurea. Siamo circondati dal verde e, sebbene a prima vista possa sembrare un po' isolato dal centro cittadino, in realtà dista solo tre chilometri dalla città.
Nonostante tutto, siamo contenti di questo cambiamento di panorama, di stare in un luogo dove si respira aria fresca, dove la musica si mescola al canto degli uccellini che ci fanno compagnia.
Questo posto ci piaceva già da tempo, perché è la natura a farla da padrone.
Anche Alfio è entusiasta. Ha già trovato tutte le erbe che gli piacciono, tra cui la sua amata finocchiella. Si lamenta un po', però, perché gli mancheranno i capperi, quelli che andava a raccogliere lungo la via di Porta Faul. "Ma qui", gli dico, "c'è anche la rucola selvatica che ti piace tanto". Lui spalanca gli occhi, e mi guarda come se avesse appena scoperto un mondo nuovo. "Ah, sì? E ando' sta? Famme un po' vede'!"
Così, addio capperi di città e bentrovate erbette di campagna.
*
... Esattamente un anno fa, nell'aprile 2010 ci fu un episodio tragico. Tutt'ora a rammentarlo mi si stringe il cuore, penso di aver patito lo stesso dolore subito con la scomparsa di Nonna Serenella, la cui perdita è stata troppo precoce e che mai dimenticherò! Il tutto è accaduto il giorno dopo quello del mio compleanno, il trenta aprile di mattina presto. Sul cellulare mi arrivò un sms inviato da Antonietta con la frase "Alfio non c'è più". Di primo acchito, con gli occhi semi chiusi, ancora addormentata, pensai a un sogno, quindi rimasi sdraiata, cercando di rimettermi a dormire. Poi una voce dentro di me disse "Cosa?", subito mi misi in piedi e presi in mano il cellulare, controllai che il messaggio ci fosse, che fosse reale! E, cavolo, eccome che c'era. C'era davvero! Era lì, il primo della lista, mittente Antonietta... e... cavolo, cavolo, panico, panico!
In preda alla rabbia, perché non capivo cosa fosse successo, risposi ad Antonietta chiedendo notizie, com'era possibile una cosa del genere? Alfio non poteva non esserci più! Non poteva sparire così, senza dire niente, dal giorno alla notte. Invece andò proprio così. Alfietto se ne era andato senza dire niente a nessuno e senza neanche accorgersene. E, come disse Peppe il giorno del funerale, "solo gli uomini
veramente liberi e sinceri meritano una morte così e Alfio se l'è meritata"... questa fu l'unica cosa che mi fece veramente accettare questa scomparsa!
Dopo la risposta di Antonietta, chiamai Lucky e da lì fu il caos, il panico dentro e fuori di me! Avevo bisogno, subito, di trovare un mezzo di trasporto che mi facesse arrivare a Viterbo il più presto possibile... Sì, perché era diventata una necessità dover andare da Alfio, da Lucky, da tutto e tutti...
Lungo questo viaggio, la mia mente non faceva altro che pensare ad Alfio e a tutte le cose che avevamo vissuto insieme. Ovviamente erano tante, tantissime, ma mai troppe! Il dolore, in certi momenti, si faceva intenso e molto forte, sembrava volesse strapparmi il cuore. Avevo confusione dentro di me e non credevo neanche di riuscire ad arrivare intera. Invece, ora dopo ora, km dopo km, lacrima dopo lacrima, grida dopo grida, arrivai a Viterbo al CSOA Valle Faul. E lì, il mondo, tutto il mio mondo, con il suo enorme peso, crollò addosso sulle mie spalle, schiacciandomi, letteralmente.
Arrivai ormai a sera inoltrata, il sole era calato da un po' e lasciava spazio al buio della notte. Prima di scendere dalla macchina, mi guardai intorno. Di fronte a me c'era la casa-container di Alfio, dove anch'io, per un certo periodo di tempo, avevo, proprio con lui, vissuto. C'era la sua camera da letto, gliela pulivo, sistemavo, accudivo giornalmente. Era una casetta piena di ricordi, come del resto, tutte le cose che i miei occhi vedevano. Il ginkgo biloba che Alfio tanto amava, insieme al suo orto e le sue erbe.
Ogni cosa, già solo a vederla, mi parlava di lui, me lo faceva rivivere, ritrovare lì tra le sue cose. Sulla destra del campo, vidi che non c'era più la roulotte che mi aveva fatto da casa quando avevo deciso di restare a vivere al Centro, anche per assistere Alfio. Eh sì, ricordi di una vita andata che io, invece, ritrovavo in qualsiasi cosa vedevo.
Proprio i forti ricordi mi fecero prendere coraggio e riuscì ad aprire la portiera e a scendere dalla macchina. Mentre camminavo, riconoscevo le sagome che si muovevano all'interno del capannone.
Entrare in quel posto che, anch'io, avevo contribuito a costruire e a crescere, mi bloccò per un attimo, ma poi, una volta aperta la porta, il mondo che vi trovai era lo stesso che avevo lasciato.
Era difficile e pesante, facce amiche che non vedevo da tempo, era bello vederle ma tristissimo incontrarle in quell’occasione. Noi, abituati a ridere sopra ad ogni cosa, sopra la morte di Alfio, vedemmo calare il silenzio e la tristezza. Il primo che abbracciai fu Diego, un compagno e amico, anche con lui si era condivisa la vita del Valle Faul e anche lui era uno del Centro. Poi fu il momento di Peppe e da lì tutto il resto mi sembrò un sogno, tutto era confuso, annebbiato.
Mi accorsi che, in mezzo al capannone, ai piedi del palco, c'era la bara aperta e Alfio era lì dentro. Non ebbi il coraggio di avvicinarmi. Andai, invece, a cercare Lucky. Mi dissero che era andato di sopra, a riposare. Feci le scale per salire, seppur oscure, erano, a me, conosciute e, arrivata al soppalco aperto, come una balconata all'interno del capannone, il mio sguardo, in automatico, guardò giù. Guardai la bara e vidi che, intorno, c'erano vari oggetti che rappresentavano Alfio e il suo vissuto. La bandiera di Che Guevara che gli faceva da lenzuolo, circondato da fiori e garofani rossi con le bandiere arcobaleno, quelle della pace, che facevano da contorno. Era una bella immagine e mi diede un non so che di tranquillità.
Poi, guardai dentro la bara e vidi lui, l'Alfietto. Il volto coperto da un velo bianco, con il viso sereno e l'espressione pacifica.
Ecco come lo vidi, in pace con se stesso e questa era l'unica cosa che mi rendeva calma, anche se, dentro di me, il dolore era enorme.
Mi girai, con gli occhi mi misi a cercare Lucky e lo vidi, letteralmente, buttato sul divano, stava dormendo, pesantemente.
Mi avvicinai ma non volevo svegliarlo, però ebbi l'istinto di prendergli una mano e unirla alla mia. Lui aprì gli occhi, mi guardò e mi disse "Ohé". Durò un secondo, ripiombò nel suo mondo e si rimise a dormire. Tipico di Lucky. Quando era stanco, era in grado di addormentarsi in qualsiasi posto e in questa occasione era distrutto, devastato internamente e chissà quanto dolore avrà patito per questa scomparsa, perché Alfio era come un padre per lui.
Padre e nonno di tutti, ma per Lucky un po' di più e, se potevo, avrei voluto prendere il suo dolore e farlo mio.
Erano momenti indefinibili, indescrivibili, eravamo di nuovo tutti uniti in un momento di dolore. Come accadde per Claudio, tanto tempo fa...



Davide Ghaleb Editore - Via Roma, 41 - 01019 - Vetralla (VT) - Tel. 0761 46 12 58 - P. Iva 01378910564 - C. Fiscale GHL DVD 57S 25H 501F CCIAA 16830 - SIAE 125376
Privacy Policy    Cookie Policy