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Il ricordo di Rino Venedisci

Tre ricordi.
Il primo ricordo, in anni lontani, forse mezzo secolo fa. Eravamo entrambi militanti del movimento operaio, e lo siamo restati anche quando le sue organizzazioni sono state distrutte dal trionfo del crimine e della follia che oggi governa il mondo e minaccia l'intera umanità di annichilimento. Scoprii allora, attraverso lunghe conversazioni a tu per tu, come questa persona che viveva ed aveva sempre vissuto in grande povertà svolgendo lavori assai gravosi e faticosi possedesse una cultura umanistica e  politica cospicua, come era proprio nel secolo scorso degli sfruttati che maturando una coscienza di classe sapevano che la loro militanza politica richiedeva anche uno studio costante e una capacità critica di analisi e di interpretazione che prefiguravano la possibilità che le oppresse e gli oppressi costruissero la società fraterna e sororale, responsabile e solidale, liberata e misericorde, che è il sogno dell'umanità intera fin dal sorgere dell'ominazione, fin dallo scoccare della scintilla della ragione. Credo di essere uno dei pochi (temo anzi dei pochissimi) che con Alfio ha ragionato per ore e ore sulle prospettive dell'umanità, sui compiti dell'ora del movimento delle oppresse e degli oppressi in lotta per la liberazione comune, sulle complessità del conflitto sociale e politico e su come contribuire a far crescere la scelta della nonviolenza nella tradizione di pensiero, di organizzazione e di lotte scaturita dal Manifesto del 1848 e dalla prima Internazionale; e mi porto nell'animo il cruccio di non aver saputo favorire abbastanza la socializzazione e la valorizzazione di questi suo saperi, di questa componente fondamentale della sua persona, della sua riflessione ed azione, della sua vicenda intellettuale ed esistenziale, della sua testimonianza.
Il secondo ricordo, il punto di svolta nella vita di Alfio con la nascita nell'estate del 1993 del centro sociale nell'area dell'ex officina del gas di Viterbo, un impianto che da decenni era stato abbandonato al degrado e che un gruppo di giovani volenterosi decise di restituire come bene comune alla città. Del centro sociale Alfio è stato il perno e il cuore: e le centinaia e forse migliaia di giovani che nel corso di molti anni in vario modo e misura hanno preso parte a quell'esperienza, in lui hanno trovato un educatore al bene e al vero, alla virtù dell'attenzione e alla pratica della generosità. Per Alfio il centro sociale è stato focolare, cattedra e barricata; il luogo visibile e veggente in cui ha potuto svolgere il suo compito di educatore e di lottatore nonviolento per il bene comune dell'umanità, per la difesa dei diritti umani di tutti gli esseri umani, per la salvaguardia dell'intero mondo vivente; e i ragazzi che il centro sociale hanno vissuto, animato o anche solo frequentato, sono stati la sua famiglia e restano la sua principale eredità.
Il terzo ricordo risale agli ultimi anni della sua vita: la sua partecipazione persuasa ed entusiasmante alla lotta nonviolenta che ha salvato la preziosa area archeologica, naturalistica, storica e culturale del BUlicame dall'assalto di un folle progetto di cementificazione e di prostituzione sia ai poteri rapinatori ed onnidistruttivi, sia ai miti ed ai costumi più degradati e alienanti della contemporaneità.
Altri momenti ed altri temi ancora potrei evocare, ma bastino questi pochi cenni a dire non solo la mia personale gratitudine e nostalgia di un amico e compagno di lotte, ma anche la ferma e profonda convinzione di quanto preziosa e illuminante sia stata la sua testimonianza e quando decisivo il suo lascito che continuerà a dare frutti.



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