INTRODUZIONE

di Marco D’Aureli

Il 22 settembre 2017, in occasione della Festa dell’Uva di Pianoscarano, veniva presentato il volume Emilio Maggini. Poesie e prose in dialetto viterbese pubblicato all’interno di questa stessa collana per le cure del sottoscritto e con la consulenza linguistico-letteraria di Antonello Ricci. Emilio Maggini (1900-1986) cittadino viterbese piascaranese doc, fu il singolare capostipite, a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta del Novecento, di una rilevante pattuglia – ancor oggi più che vitale – di autori di “cose” e tradizioni locali che volle assumere a propria lingua letteraria il dialetto viterbese. Pioniere di una vera e propria – inedita quanto rigorosa – fondazione ortografica del nostro dialetto (fino a quel punto, e ancora oggi, privo di una vera e consolidata tradizione scritta), Maggini fu autore di pregevoli componimenti, in versi metrici e in vere e proprie prose d’arte, con cui seppe immortalare in forme letterarie usanze, luoghi e personaggi della Viterbo città-di-campagna: non di rado riuscendo a trascendere il bozzetto locale e innalzando così la parlata viterbese al rango di una lingua di tradizione scritta. In passato altre pubblicazioni, che si attestano però sul puro piano folklorico o lessicografico, hanno avuto per oggetto l'opera del poeta piascaranese. L’antologia richiamata in apertura, invece, rappresenta il primo lavoro di patrimonializzazione in chiave letteraria delle opere in poesia e in prosa di Maggini. L'operazione editoriale della quale si è appena dato conto nasceva in stretta connessione con il concorso “La léngua vitorbese adène adène”, 1° premio di poesia in dialetto viterbese. Due i bandi: il primo, patrocinato dalla Fondazione Carivit, riservato alle classi quarte e quinte delle scuole primarie del capoluogo; il secondo patrocinato dal Comune di Viterbo, senza limiti di età. Al concorso hanno aderito le scuole primarie di molti istituti comprensivi viterbesi. La risposta, come si suol dire, c'è stata. Alcune scuole hanno reagito in modo più massiccio di altre alle sollecitazioni che sono state loro inviate. Ragione di ciò va cercata nella consolidata tradizione di ricerca e lavoro sul dialetto viterbese che alcuni istituti possono vantare.
Il fatto che la prima tiratura del volume magginiano sia andata rapidamente esaurita, e che Fondazione Carivit abbia in un secondo tempo finanziato una ristampa del medesimo, testimonia dell’interesse che l’operazione ha riscosso a livello cittadino. Al fine di coronare l’esperienza del concorso sopra citato, Banda del racconto propone questo volume antologico esemplato sul modello di quello magginiano che raccoglie e valorizza una ampia selezione delle migliori poesie in dialetto viterbese scritte dagli alunni delle scuole che ad esso hanno partecipato e dagli autori adulti. Il volume è pensato in primis per essere consegnato agli istituti scolastici che hanno partecipato al concorso al fine di stimolare nei più giovani e nelle loro famiglie il rinvigorimento e la valorizzazione di un più alto sentimento di appartenenza all’identità linguistica viterbese e quindi di dignità civica.
La raccolta contiene, presentate secondo l’ordine col quale si sono classificate, le poesie premiate e quelle che la giuria ha ritenuto meritorie, in virtù dei valori stilistici ed evocativi espressi, di una speciale menzione.
Nel presentare i componimenti, la scelta curatoriale – a lungo dibattuta in seno a Banda del racconto – è stata quella di restituire i medesimi alla pubblica lettura così come sono stati consegnati dai rispettivi autori alla giuria del concorso, vale a dire senza alcuna forma di intervento teso alla normalizzazione ortografica o lessicale. Al lettore più accorto, infatti, non sfuggirà l'elevato grado di variabilità ortografica riscontrabile tra una poesia e l'altra e spesso anche all'interno del medesimo componimento. Si presti attenzione, ad esempio all'impiego dell'apostrofo e/o degli accenti per indicare i troncamenti (afèresi o apòcope). Le soluzioni adottate – in questo come in altri casi – sono state diversissime, e la loro applicazione non sempre risulta coerente. Un caso per tutti: in Dio caro ve racconto la mi giornata il sostantivo “dio”, che compare due volte, appare scritto una volta con la vocale finale “o” e una volta con la “u”. Banale errore di battitura? Refuso? Non è possibile stabilirlo. Alla giuria del concorso le poesie sono state consegnate in alcuni casi redatte a mano, in altri tramite il ricorso a dei wordprocessor. Per entrambi i casi è facilmente immaginabile come esse siano state oggetto di un processo di scrittura e di riscrittura suscettibile, almeno potenzialmente, di generare variazioni ad ogni passaggio. Quali le scelte ortografiche originarie? Quali le reali intenzioni espressive degli autori? Quanto queste scelte sono passate, nel caso dei bambini – le cui poesie trasudano una vivacità e una fantasia ortografica, onomaturgica e punteggiatoria che con lietezza si offrono agli occhi del lettore – attraverso la mediazione delle maestre? Queste ultime, che hanno seguito i componimenti nel loro nascere, che li hanno accompagnati, sono state chiamate ad un lavoro faticoso e molto delicato – al quale in questa sede va reso merito – dato che hanno dovuto dare indicazioni e suggerimenti circa una materia assolutamente sfuggente. Per non parlare degli eventuali aggiustamenti automatici operati dai wordprocessor coi quali alcuni testi sono stati composti e consegnati. Questo discorso vale non soltanto per le poesie dei bambini,ma anche per quelle degli adulti. Con la complicazione ulteriore costituita del ricorso, da parte di questi ultimi, ad un lessico più ricco e a forme espressive il cui apprendimento o riscoperta in chiave letteraria non può – per ragioni d'anagrafe – che essere collocato ad altezze cronologiche diverse, e dunque a diversi momenti dell’evoluzione del dialetto.
La storia linguistica di Viterbo, ed in particolare la sorte del suo dialetto, è molto diversa da quella della città di Rieti. Viterbo non ha avuto un Bernardino Campanelli che si sia cimentato nella redazione di una organica fonetica del dialetto “studiata sulla viva voce del popolo”. Obiettivo di queste righe introduttive è, in questo senso, riconosce agli erranti un orizzonte di senso rispetto all'errore commesso. Che errore, a rigore, non si può dire, dato che, appunto, manca (nonostante i tentativi e gli sforzi di Maggini e anche di Edilio Mecarini) una forma univoca e condivisa di scrittura del dialetto viterbese. Riconosciamo così che ognuno ha scelto le forme ortografiche che ha ritenuto più adeguate, pertinenti, efficaci (dal punto di vista anche della musicalità, quantomeno della resa sonora) perché mancano dei punti di riferimento scontati, fondativi. Ogni autore ha dovuto inventare di volta in volta, di caso in caso. Per cui le differenze ci sono apparse non anomalie da normalizzare bensì potenzialità linguistico/espressive da valorizzare. Di certo quello che emerge sembra essere un desiderio di aderenza della parola scritta alla fluidità, al ritmo, della parola detta. Il ché proietta questa pubblicazioncina al centro del grande tema del rapporto scrittura/oralità.
La scelta di pubblicare le poesie senza interventi di alcun tipo, inoltre, consegna un documento di pedagogia di linguistica, uno spaccato obiettivo di un determinato momento della vita del dialetto viterbese.
Licenziando questo volume appare doveroso segnalare come merito del progetto nel suo complesso sia stato quello di aver aver fatto incontrare la poesia dialettale agli alunni delle scuole, ma anche quello di aver attivato un dialogo e posto in connessione generazioni diverse di poeti. In questo senso Banda del racconto, che ha svolto la funzione di cerniera tra i diversi attori coinvolti (Fondazione Carivit, Comune di Viterbo, Sodalizio dei Facchini di Santa Rosa, Tuscia dialettale, Comitato Festeggiamenti Pianoscarano Carmine e Salamaro asdc), sente di aver contribuito a plasmare un virtuoso modello sociale di azione culturale.