EVVIVA SANTAROSA - ANTONIO RICCIO
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Che cos’è la Macchina di santa Rosa? È un oggetto? Un monumento? Un’automobile, con la quale spesso viene fraintesa? Cosa significa per i viterbesi il trasporto di questa enorme mole luminosa festiva che ogni tre settembre percorre le strade buie e strette della città in un laborioso percorso rituale fino al sagrato della Basilica della Santa? E perché questo trasporto (insieme a quello di altre grandi macchine a spalla italiane: Nola, Palmi, Sassari) è diventato patrimonio immateriale dell’umanità ? Il libro propone storie e descrizioni locali sulla grande macchina viterbese raccolte “sul campo” nel settembre 2010. È quindi un’etnografia; una “storia di storie, una visione di visioni” come Clifford Geertz appunto definisce il lavoro etnografico, una particolare forma di “fatica intellettuale” che prova a raccontare, dall’interno cosa vivono, provano, sentono, vedono e fanno i viterbesi quella sera del 3 settembre, la data rituale della festa civica per eccellenza. Raccontare è anche un lavoro di traduzione: rende dicibili esperienze difficilmente comunicabili, senza tuttavia esaurirle in razionalizzazioni scientifiche, in disincantate “spiegazioni”. È anche un lavoro riflessivo: dà conto del come e perché l’ immane lavoro fisico di spostare la materia nello spazio diventi mito e commento dell’identità locale; riconfermi il trionfo di una città, della sua Patrona e di una comunità laicamente devota, tra loro debolmente distinte.
Peso, forza, partecipazione civica, costruzione dell’appartenenza e del sentimento della località sono le tradizionali topiche antropologiche che troverete nel testo, raccontate dalla viva voce dei viterbesi, dei protagonisti, con una immediatezza ed una forza poetica che l’etnografo non ha.
La loro forza espressiva aiuta a comprendere – per il tramite di un etnografo simpatetico – perché il trasporto di una macchina a spalla abbia ricevuto dall’Unesco il prestigioso riconoscimento di Patrimonio culturale immateriale (ICH) dell’Umanità, un prodotto vivente del genio immaginifico e della devozione viterbese, un simbolo riassuntivo capace di rinnovare l’unità e la totalità della vita di una cittadina dell’Alto Lazio facendone partecipe l’intero mondo globale.

 


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