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A NOI VECCHI NON FARANNO NIENTE
a cura di Tommaso Dell'Era

Introduzione
di
Tommaso Dell’Era

 

Le pagine scritte da Giuseppina Piperno che qui si pubblicano rivestono un’importanza particolare. Infatti pur essendo parzialmente note, esse aggiungono molti e importanti tasselli al quadro della ricostruzione complessiva della sua vicenda e ci consegnano un ritratto più preciso della loro autrice e del suo ambiente famigliare. Soprattutto, queste pagine illuminano sul momento genetico del processo che ha poi condotto alla loro trasformazione in testimonianza. Nell’imminenza dei suoi 73 anni Giuseppina Piperno sente il bisogno e avverte la necessità di consegnare ai suoi figli il racconto della propria vita, del trauma vissuto nella persecuzione e il 16 ottobre 1943 in una maniera diversa rispetto a quanto aveva loro sempre narrato negli anni precedenti. Non si tratta solo della circostanza di non avvertirli dell’esistenza di queste pagine, rinvenute dopo la sua morte, e della decisione di lasciarle loro dopo la propria scomparsa. Ma anche e soprattutto del fatto che esse nascono dalla nuova consapevolezza e sensazione di libertà della loro autrice. Una conquista, come lei stessa la definisce, che permette di esprimere fino in fondo (con le parole, lo stile e le scelte grafiche allo stesso tempo personali e tipiche di un diario) i sentimenti e le emozioni vissute, rivissute e continuamente presenti per lasciarne il ricordo anzitutto alle persone da lei generate. Negli anni successivi sarà probabilmente questo senso di libertà riconquistata a determinare, insieme ad altri fattori e circostanze, la decisione di accettare di rilasciare una testimonianza pubblica attraverso l’intervista concessa alla Shoah Foundation e nelle visite alle scuole di Roma e del Lazio.
Come per ogni testimonianza, questo racconto richiede la precisazione storica di alcuni punti che in parte è già stata compiuta da altri, in parte viene affidata alle note lungo il testo. Non è questo tuttavia il compito principale della presente introduzione, quanto piuttosto quello di sottolineare alcuni aspetti che emergono da questo testo, composto originariamente su quaderni della seconda metà degli anni ottanta e scritto, per quanto è possibile ricostruire, tra il 17 aprile 1987 e il 19 novembre 1996. Il racconto segue uno stile quasi parlato, con i pensieri che fluiscono uno dopo l’altro, spesso anche oltre i legami sintattici. Ciò determina la freschezza di queste pagine che ci restituiscono anzitutto il quadro della vita famigliare insieme, poi, al dolore e al trauma della persecuzione e della deportazione degli ebrei romani. L’intreccio tra la sfera intima, personale, famigliare e gli avvenimenti della storia più ampia è infatti tessuto dal prezioso sguardo femminile sulla vita di una famiglia borghese ebraica d’inizio novecento, consapevole della propria identità anche se non particolarmente osservante.
I temi che emergono da questo quadro sono anzitutto quelli degli affetti familiari che svolgono un ruolo fondamentale nella formazione della giovane Giuseppina, nella solidità e nella forza della sua struttura emotiva. Oltre ai genitori, il ritratto dei quali ci restituisce tra l’altro la tradizionale divisione dei ruoli tra uomo e donna, di particolare rilevanza e importanza sono le figure femminili della sua famiglia (la sorella Paola, le zie, le amiche della sorella, la cugina Silvana) alle quali è dedicata una parte consistente del racconto. Se da una parte i loro profili riflettono la condizione femminile dell’epoca, segnata da una rigida definizione dei ruoli e dei rapporti di genere con corrispondente scala di valori, dall’altra sono proprio queste le figure di riferimento che vengono a costituire quel serbatoio di risorse e di forza rilevante non solo nel periodo dell’infanzia e dell’adolescenza, ma soprattutto nei momenti di difficoltà (la maternità e la malattia, eventi nei quali svolge un ruolo positivo anche la suocera mamma Gigia nonostante gli attriti sorti con lei) e di persecuzione (secondo questo racconto è Enrica ad avvertire Giuseppina e la sua famiglia dell’imminente rastrellamento nazista nell’ottobre 1943 ed è sempre lei a occuparsi di Giovanni nel momento di dare alla luce il secondo figlio Stefano).
Altro tema che affiora insistentemente da queste pagine è l’amore per il fidanzato e poi marito Ernesto, lo strettissimo rapporto instaurato con lui che insieme agli affetti contribuisce a far crescere in Giuseppina un profondo senso di fiducia nella vita che la sorreggerà nei momenti più difficili e duri. A questo proposito, il racconto mostra come all’interno di quei ruoli tradizionali di genere e dei loro intrecci la protagonista si ritaglia uno spazio in cui agire, vivendo e al tempo stesso ricomponendo i modelli: è lei a scegliere il suo uomo indipendentemente dai genitori. Al momento poi di trovarsi da sola in casa dei suoceri senza la presenza del marito, è sempre lei a prendere la decisione di tagliare il difficile rapporto con la madre di Ernesto e tornare a casa dei suoi. Questi comportamenti corrispondono a e riflettono il ruolo centrale, da Giuseppina profondamente sentito e vissuto, della donna nella famiglia ebraica.
Nell’ambito della ricostruzione delle origini familiari, una sicura rilevanza assume la qualità dell’onestà nel lavoro coniugata con il senso pratico e il giusto valore assegnato al denaro. Si tratta di un aspetto che l’autrice di queste pagine fa risalire alla propria storia famigliare, in particolare a quella del nonno paterno Giuseppe e di suo fratello Giacomo che costruirono la fortuna delle loro famiglie come grossisti prima a Marino e nella zona dei Castelli Romani, poi nella città di Roma partendo dalla vendita ambulante di tessuti dopo la liberazione dal ghetto pontificio. L’orgoglio dell’affermazione dell’onestà lavorativa famigliare si accompagna nel racconto alla soddisfazione di vederla trasmessa nelle generazioni successive.
Il 1938 costituisce una frattura evidente, anche più di quanto Giuseppina mostri con le proprie parole. Parole dalle quali, con pochi cenni, vengono delineate le leggi razziste e antisemite del fascismo con tutte le loro conseguenze sulle vite degli ebrei e della giovane famiglia che di lì a poco avrebbe visto la nascita del primo figlio Giovanni. Gli ambiti della persecuzione oggetto delle proibizioni, come le chiama l’autrice, descritti nel testo sono quelli della vita famigliare, del lavoro, dell’insegnamento e della scuola e rendono bene la realtà dell’esclusione degli ebrei dalla società italiana. I tempi del racconto sono molteplici e gli eventi precedenti e successivi si sovrappongono per delineare la sorpresa maggiore causata dal razzismo antisemita del regime: lo scoprirsi diversi dagli altri per legge e per razza, quando secondo la sua prospettiva prima del 1938 nessuna differenza era mai emersa sia in assoluto sia come un ostacolo e una barriera insormontabili e impenetrabili nel rapporto con gli italiani non ebrei. Il riferimento alla religione nel brano in cui Giuseppina descrive questi eventi conduce direttamente all’episodio della vicina di casa che le chiese se gli ebrei avessero la coda (l’idea della diversità e pericolosità fisica che viene ripresa più avanti nel testo quando racconta dell’accusa lanciata dagli inquilini di infettare il palazzo): in tal modo viene delineata la dinamica del pregiudizio e l’intreccio tra vecchi stereotipi legati alla visione del complotto contro il cristianesimo e nuovi fondati sulla razza.
Dal racconto del 16 ottobre 1943, asciutto come il resto del testo, risalta innanzitutto l’inconsapevolezza del pericolo rappresentato dall’occupazione tedesca, espressa nelle parole di Angelo e Giorgina, i genitori di Giuseppina: «A noi vecchi non faranno niente!», «Noi non veniamo andate voi a noi non fanno niente!». Parole amaramente commentate dall’autrice utilizzando una nota espressione ripetuta sempre da suo padre per rendere quello che nell’intervista di alcuni anni successiva definirà il proprio fatalismo. Allo stesso tempo, e quasi per contrasto, si manifestano la forza e la prontezza femminili nell’affrontare il pericolo immediato piombato all’alba sulle loro vite sia con la decisione di chiamare gli Spannocchi (la famiglia che li nascose nell’immediato salvandoli), sia, poco dopo, precipitandosi nella camera dove dormiva Giovanni, mentre Ernesto, il marito, in entrambe le occasioni aveva ceduto allo sconforto e alla disperazione, rimanendo inattivo. Disperazione che poco prima aveva assalito anche Giuseppina, nel momento in cui scorse dalla finestra la scena della deportazione dei propri genitori. Queste due differenti reazioni, ma anche la comunanza delle fortissime emozioni vissute nella tragedia esprimono in pochi cenni lo sconvolgimento della vita di coloro che sopravvissero, per un caso e per l’aiuto di pochi, al rastrellamento. A tutto ciò si aggiunge il senso di colpa per non aver tentato di convincere i genitori a nascondersi con loro, laddove solo pochi avevano intuito che i tedeschi non avrebbero lasciato nessuno. Importante è anche il resoconto del comportamento degli italiani non ebrei, le varie figure femminili e maschili intervenute in quella stessa giornata e nelle settimane e mesi successivi quando trovare il modo di nascondersi significava salvare la propria vita. A questo riguardo va sottolineato il fatto che l’atteggiamento di queste persone non fu univoco. Accanto alla famiglia Spannocchi, alla famiglia di Coletta Alfani e al suo fidanzato Raf, dottore, a Marcello Spada, alla signora Lina e al suo amico “Roberto” (questi ultimi peraltro non consapevoli del fatto che Giuseppina fosse ebrea), alla solidarietà verbale delle persone che dalla circolare vedevano il Collegio Militare di via della Lungara e a quella più concreta delle partorienti con i loro parenti che l’aiutarono in clinica, al commissario di polizia e al commesso del padre Angelo troviamo i comportamenti diversi di coloro che rifiutarono o limitarono al massimo o all’immediato l’aiuto (il ginecologo, la madre superiora della prima clinica che concesse a Giuseppina di rimanere una sola notte, le stesse famiglie delle partorienti che non le offrirono alcuna ospitalità). Non tutte le porte si aprirono, come viene efficacemente espresso dall’autrice con l’interrogativo «tutte?» e non a tutti fu concesso di salvarsi.
La descrizione del lungo periodo di occupazione nazista di Roma che queste pagine ci consegnano riflette la situazione di una donna ebrea incinta, prevalentemente sola nonostante l’aiuto di tre uomini (il marito Ernesto, il cognato Ettore e il fidanzato di Coletta Raf) due dei quali, peraltro, ebrei costretti a nascondersi e quindi sempre meno presenti. Ci restituisce anche il clima di continuo pericolo e rischio per la propria vita, per quella di Giovanni e del nascituro Stefano, insieme alle necessità impellenti di occultare la propria identità grazie a documenti falsi e di trovare cibo, riparo, case sicure dove vivere e un’altra clinica in cui partorire il secondo figlio. Questa parte del racconto si conclude con il riferimento all’amore profondo e ricambiato verso il marito senza toccare la liberazione della città, ma di fatto introducendo il ricordo della morte di Ernesto avvenuta nel 1984, il secondo dolore tremendo dopo la deportazione dei genitori, come Giuseppina ebbe a definirlo nell’intervista del giugno 1998. È appunto questo l’aspetto che caratterizza le ultime pagine del diario, alle quali sono state unite altre riflessioni di anni successivi: il trauma della morte, la consapevolezza della finitezza della condizione umana e allo stesso tempo della rilevanza dei legami che definiscono l’identità della propria persona, l’importanza fondamentale dell’amore di e per Ernesto e degli affetti della propria famiglia, la solitudine determinata dalla vecchiaia sono sempre inestricabilmente legate ai traumi causati dalla persecuzione e dalla deportazione dei propri genitori, che s’innestano nella vita quotidiana e la segnano nella condizione permanente dei sopravvissuti.
Ma è proprio la conquista della libertà di essere se stessa, menzionata all’inizio del proprio racconto, a consentire a Giuseppina Piperno di riappropriarsi pienamente del proprio vissuto, della propria storia, dei sentimenti e delle emozioni rimosse o offuscate dal trauma subito con la persecuzione e la deportazione dei propri genitori. Alcuni ricordi, alcuni dettagli, alcune emozioni non saranno tuttavia recuperate: è lei stessa a dirlo più volte nel corso dell’intervista per la Shoah Foundation. Sì invece la sostanza della propria vita ed esperienza, con il dolore insieme ai momenti felici e sereni, al mondo degli affetti e degli amori. Ed è proprio ciò di cui i persecutori, nazisti tedeschi e fascisti italiani, avrebbero voluto privare lei e i suoi familiari in quanto ebrei: la vita, i ricordi, gli oggetti, l’intera esistenza. È questa, forse, la più grande conquista e vittoria di una donna abituata a lottare, a reagire di fronte alle difficoltà e a non darsi mai per vinta.