HOME


LA NEBBIA
Debora Pietrarelli


Introduzione
Da piazzale Ponte Milvio a Pieve Santo Stefano.
Diario di un’avventura
Francesca Crisi

Ho sentito Debora per telefono e ci siamo date appuntamento per le 12 a un bar di Ponte Milvio non lontano dalla farmacia, è una bella giornata invernale e nonostante sia il 25 gennaio l’aria è tiepida. Arrivo in anticipo all’appuntamento e nell’attesa mi guardo intorno fino a quando pochi minuti dopo la vedo, non ci conosciamo ma sono certa che quella donna dal viso tranquillo incorniciato con grazia da capelli striati di bianco e un’andatura rilassata sia lei. Le vado incontro, ci sorridiamo con un pizzico di imbarazzo e decidiamo di sederci a un tavolino all’aperto. Debora, se ricordo bene, ordinerà un cappuccino e io un orzo in tazza grande, così dura di più, mi dico, avremo infatti bisogno di tempo per conoscerci e iniziare a fidarci l’una dell’altra. Debora vuole scrivere la sua autobiografia, mi ha sentito parlare alla presentazione di un libro autobiografico scritto da un’amica comune, le sono piaciuta e mi chiede se sarei disponibile ad accompagnarla in questa sua avventura. Vorrei mi raccontasse qualcosa di più sulle sue motivazioni: sul perché voglia scrivere la sua autobiografia; ripercorrere la propria vita è un’operazione impegnativa e a volte molto dolorosa. Debora mi parla di quanto sia stata difficile la sua vita, lutti importanti le hanno provocato una grande fragilità psichica che ha richiesto nel tempo ricoveri e cure farmacologiche non indifferenti; lei ha bisogno di raccontare ai suoi due nipoti, figli del fratello, la sua storia perché possano conoscere e comprendere la vita della loro zia un po’ pazzerella. Vuole loro molto bene e durante quella nostra prima conversazione ne parlerà spesso. Debora ama scrivere e la scrittura l’ha accompagnata e sostenuta nei momenti più difficili della sua vita, ha pubblicato anche dei libri, appena avrà delle copie a disposizione me li farà leggere.
«Che dici Francesca, mi aiuterai?».
«Certo, possiamo provare, vediamo se ci troviamo bene l’una con l’altra, soprattutto se ti troverai bene tu con me».
Consegnare la propria vita nelle mani di un’altra persona non è cosa facile, quel giorno provai una simpatia istintiva per lei e anche curiosità, ma sarebbe stata Debora a doversi esporre e era necessario per lei capire se si sarebbe potuta fidare di me.
Decidiamo di tentare, ci saremmo incontrate ogni quindici giorni a casa sua, tra un incontro e l’altro Debora mi avrebbe inviato il suo scritto dandomi la possibilità di leggerlo e pensarci su, durante il nostro incontro successivo ne avremmo parlato insieme decidendo se c’erano delle modifiche da apportare al testo e ragionare su come lei avrebbe proseguito.
Con una certa emozione mi presentai a casa sua un giovedì mattina, era l’8 di febbraio.
Debora aveva preparato per me sul tavolo, dove avremmo lavorato insieme, una piccola merenda con biscotti, succhi di frutta, acqua, il tutto apparecchiato con grazia e cura, negli incontri successivi avrei trovato ad accogliermi pastarelle, frappe, tanti piccoli deliziosi spuntini. Abbiamo lavorato fino a giugno, incontrandoci ogni quindici giorni. Con il passare del tempo la confidenza si è andata consolidando trasformandosi in amicizia. Insieme abbiamo attraversato ore difficili soprattutto quando Debora ripercorreva gli anni più faticosi e dolorosi della sua vita, in quei momenti scriveva con me seduta accanto a lei che tentavo di sostenerla e incoraggiarla, era attraversata da tanti sentimenti contrastanti, infiniti timori, e riuscire a superarli e a scrivere nonostante tutto è stato un grande atto di coraggio, di cui deve essere fiera.

Nel leggere le pagine autobiografiche di Debora sono stata immediatamente colpita dal suo particolare modo di scrivere, dalle parole usate, dalle metafore, dalle descrizioni spesso inusuali ma estremamente efficaci; dalle prime righe dell’autobiografia: lei e sua mamma sono sedute in un taxi e Debora scrive: e non mi pare che mia madre tirò fuori parole; quel non tirò fuori parole invece di: non disse nulla, lo trovo meraviglioso; così qualche pagina dopo, sua mamma è andata via da casa e lei scrive: all’inizio il pranzo era un panino e la cena un atterraggio di fortuna tra scatole di fagioli, affettati, formaggi, tonno ed insalata; quell’atterraggio di fortuna è una metafora splendida che sdrammatizza e nello stesso tempo rende efficace un momento difficile vissuto dalla famiglia; e ancora, parlando di una zia molto presente in un periodo della sua vita, scrive: mi ha avuto ad occhio; e poche righe dopo: le sue erano parole non distratte. Tutta l’autobiografia di Debora è costellata da queste piccole perle, ma c’è ben altro.
Ho sempre vissuto Debora come una donna mite, sembra che tutto le scorra sopra senza turbarla, ma raramente ho incontrato una persona così determinata, consapevole, capace di prendersi cura di sé nonostante tutto, di comprendere quello che è bene per lei. Debora racconta nell’autobiografia situazioni complesse e dolorose con una scrittura lieve; anche il suo periodo on the road è narrato senza mai drammatizzare, senza pesantezze, ma bisogna essere attenti nel leggerla. Alcune righe sono di un’intensità e di una lucidità disarmante, sono i momenti in cui Debora, già da adolescente, prende atto del suo profondo disagio:
Mi torna in mente un urto di nervi che mi destò la consapevolezza di un malessere. Quel giorno non cambiò la mia vita, ma trovai un senso di quiete che fu la tacita ammissione a me stessa di una sofferenza. Una sofferenza fatta di silenzio e intenso dolore. Avevo circa quindici anni: (...) avevo rimosso il mio desiderio di andare al liceo classico e provavo solo un forte senso di impotenza: quel giorno mi prodigai in un monologo di fronte a mio padre che mi guardava incredulo, un monologo gridato a squarciagola che infieriva su me stessa e mi sentivo come se fossi una ferita aperta.

Gli anni trascorrono, fino a quando Debora si trova a dover affrontare la perdita della mamma tanto desiderata, inseguita e amata:
È andata via in un istante che a me è sembrato interminabile. Non ero pronta ad essere abbandonata, non ero pronta alla sua malattia, non ero pronta ad aiutarla, eppure lei mi aveva già abbandonata ma io l’ho sempre cercata e trovata, lei si è ammalata ed io le sono stata vicina, aveva bisogno di aiuto ma per salvarla avrei dovuto realizzare un miracolo.

Questo evento dolorosissimo la minerà in profondità:
Ero sommessamente presa da un senso di inquietudine e da una solitudine del vivere che non mi permettevano di iniziare e portare a termine granché, (...) come chiamare altrimenti quegli istanti interminabili che ti senti nel vuoto? Il niente. Il nulla. La solitudine. Ho vissuto notti di insonnia. (...) Non riuscivo a parlare. Ero avvolta in una sorta di blocco emotivo. Mi sentivo ipnotizzata. È stato un momento in cui mi sono trovata in balìa degli eventi. Avevo ventotto anni. Ero pervasa dall’ansia ma non l’ho capito finché non ho avuto un senso di consapevolezza che mi ha dato modo di realizzare quanto bisogno di aiuto avessi. Pensai che mi stavo sentendo male e che quando si sta male si può andare al pronto soccorso. Così trovai la forza di andarci davvero all’ospedale più vicino, e mi recai al pronto soccorso del Policlinico A. Gemelli, dove passai la notte parlando con un giovane infermiere ed una infermiera.

Debora verrà ricoverata; ciò che la sostiene nei momenti più difficili della sua vita è la fede profonda in Dio e la capacità, a volte rara, di accettare di essere aiutata:
(...) Dio è un amore tanto grande da non farci sentire mai soli e per merito Suo troviamo sempre una divina provvidenza pronta ad aiutarci. (...) penso a quante volte mi sono sentita dire che Dio mette alla prova continuamente, che ti conduce dove c’è più bisogno di te per non perdere la fede e per aiutare dove serve il tuo aiuto. Per questo credo che tutti siamo utili tanto quanto indispensabili: c’è bisogno di chi necessita di aiuto per chi ha bisogno di aiutare e c’è bisogno di chi aiuta per chi ha bisogno di aiuto.

Debora, dopo il ricovero, avrà un breve periodo di felicità con suo padre poi di nuovo un lutto, un altro ricovero e poi la parte forse più dura quando si ritroverà da un giorno all’altro, come scrive lei, on the road. Ma lei non si perde d’animo e la scrittura diventerà in quegli anni difficili e pericolosi una fedele compagna:
(...) Così ho iniziato a scrivere ad un ipotetico destinatario. Credo di avere scritto centinaia di pagine. Ho scritto tutti i giorni, ogni giorno avevo pensieri da scrivere: da un pensiero filosofico ai ringraziamenti per i servizi che trovavo efficienti nei confronti dei senza tetto, o esperienze del passato che emergevano dalle riflessioni momentanee. Scrivevo ovunque mi trovassi: seduta al banco di una chiesa, a un tavolo di un McDonald’s, alla base di una colonna tra quelle che il Bernini disegnò per l’odierna Piazza San Pietro (...). Scrivere mi aiutava a sentirmi meno sola, pensavo che il mio ipotetico destinatario fosse preoccupato per la mia condizione ed io gli scrivevo per rassicurarlo.

Trascorrerà cinque anni on the road, poi un altro ricovero che le darà la speranza e gli strumenti per un futuro tutto da vivere e costruire passo dopo passo:
L’esperienza presso la comunità Montesanto è stata un meraviglioso risveglio: riscoprire l’amicizia e gli affetti familiari, ma non solo. Capire che uno psichiatra ti vuole bene in giusta misura e non è contro di te, che non esiste più un mondo che ti manda all’interdizione, che gli operatori socio-sanitari ti aiutano a recuperare la tua autonomia e indipendenza, che gli psicologi ti sono vicini e non ti lasciano coi pensieri alla deriva.

Debora ha terminato di scrivere l’autobiografia nel giugno del 2024, subito dopo abbiamo iniziato a rileggerla per correggere gli eventuali refusi, e più rileggevo più mi convincevo di quanto la sua storia avesse bisogno di aria e di luce e non di rimanere relegata in un cassetto, aveva bisogno di essere conosciuta e letta da persone in grado di apprezzarla in tutta la sua profondità e, a mio avviso, l’Archivio dei Diari di Pieve Santo Stefano era il luogo adatto ad accoglierla.
L’Archivio dei Diari è stato fondato da Saverio Tutino nel 1984 a Pieve Santo Stefano, in Toscana; Tutino ha voluto creare un luogo dove conservare le scritture autobiografiche degli italiani e, per invogliare l’invio dei manoscritti, ha pensato di creare un concorso in modo da arricchire sempre di più l’Archivio, così nasce in quello stesso anno il Premio Pieve.
Ho conosciuto, per motivi di lavoro, le persone che si occupano dell’Archivio e ho apprezzato la cura e il rispetto con cui trattano i testi a loro inviati: l’autobiografia di Debora sarebbe stata in buone e sicure mani, ne ero certa. Così le proposi di inviare il suo manoscritto al Premio Pieve Saverio Tutino. Debora in un primo momento si dimostrò restia, aveva pudore, sminuiva il suo intenso lavoro, ma alla fine si convinse; eravamo ormai a luglio. Aveva tempo fino a gennaio 2025 per inviare il testo così i mesi di luglio e agosto trascorsero sereni. Ci risentimmo a settembre, rileggemmo più volte l’autobiografia fino a quando decidemmo che era pronta per essere inviata. Furono giorni di comunicazioni concitate, scaricare i moduli dal sito dell’Archivio, l’incertezza per compilarli nel modo più corretto e poi, come inviare il testo? via e-mail o per posta? e se per posta con una raccomandata o con una semplice spedizione? Dopo tante incertezze, timori, ripensamenti, finalmente il 7 di ottobre ricevo un WhatsApp da Debora: Ciao Francesca, ho spedito il plico con l’autobiografia, questa mattina. Ora non ci restava altro da fare che attendere. Le giornate dedicate al Premio Pieve si svolgono a settembre e quindi non avremmo saputo nulla sicuramente fino all’estate successiva.
I mesi trascorsero tra impegni, incontri, amicizie, Debora nel frattempo trovò il lavoro a lungo desiderato; ci sentivamo ogni tanto per telefono, qualche volta ci siamo incontrate per berci un caffè insieme, fino al 12 giugno 2025. L’andai a trovare a casa e decidemmo che, se non avesse ricevuto notizie entro la fine di giugno, avrebbe scritto all’Archivio. Eravamo entrambe impazienti. E meraviglia delle meraviglie, qualche giorno dopo, Debora ricevette una e-mail: la sua autobiografia era nella rosa degli otto finalisti al Premio! Potete immaginare l’euforia e subito dopo i suoi tanti timori. Iniziò una fitta corrispondenza tra una responsabile dell’Archivio e Debora, era necessario confermasse la sua presenza nei giorni del Premio, e di conseguenza dovevano prenotare l’albergo, sarebbe stata sola o accompagnata? A ogni richiesta dell’Archivio ci consultavamo per rispondere nel modo più appropriato, eravamo euforiche: saremmo andate a Pieve Santo Stefano insieme, non l’avrei mai lasciata sola, sarebbe andato tutto bene. Verso metà agosto propongono a Debora un’intervista, l’avrebbe intervistata il giornalista Guido Barbieri su Radio3 Suite. È stata l’unica intervista concessa da Debora, tra l’altro molto intensa, tante in seguito sono state le richieste da lei rifiutate, un giorno mi disse: Sono solo una finalista. Neanche avessi vinto il premio Pulitzer!
Non vedevamo l’ora di partire. Il 16 settembre esce sulla Nazione di Arezzo un bell’articolo su di lei. Il 19 settembre partiamo finalmente per Pieve e la nostra bellissima avventura ha inizio. Le giornate dedicate al Premio sono giornate speciali, ricche di incontri, di letture interessanti, Debora era una tra le protagoniste, e se l’è cavata alla grande. Vederla sul palco l’ultima giornata del Premio e sentirla parlare dopo aver ricevuto una menzione speciale per il suo testo è stato davvero emozionante: chi avrebbe mai immaginato in quella tiepida mattina invernale che il nostro incontro ci avrebbe condotto fino a quel palco; e la ringrazio per avermi dato l’opportunità di vivere insieme a lei questa bella avventura e per aver cambiato con le sue parole il mio sguardo sulle tante persone, uomini e donne, giovani e vecchi che vivono on the road. Voglio chiudere questa introduzione con le sue parole: L’Amore esiste a non finire e forse il disegno divino cui appartengo continua a mettermi in condizione di essere aiutata perché devo apprendere molto del vivere.