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LE RELAZIONI CHE CURANO
Rita Meardi


Prefazione
Beatrice Fiaschi
(scrittrice e insegnante di narratologia)

In quest’opera Rita Meardi guida il lettore in quei giardini sconosciuti dove c’è posto per ogni fiore. Giardini che visti da fuori non brillano come quando si ha il coraggio di addentrarcisi dentro.
L’autrice si è lanciata in un viaggio molto articolato all’interno di questi “giardini che nessuno sa”, citazione di Renato Zero a lei cara, dove il mondo del femminile e quello della terza e quarta età si fondono, in un crogiuolo di ricchezza.
Quanto potere c’è nella terza e quarta età della donna?
Quanto si può ancora contribuire alla bellezza della comunità se si ha la fortuna di far parte di un contesto inclusivo?
L’opera di Rita Meardi risponde a queste e a molte altre domande, colmando un vuoto esperienziale più che tecnico o teorico.
Rita infatti ci racconta la sua quasi ventennale esperienza all’interno di una casa di riposo femminile religiosa, partita per caso, solo rendendosi disponibile a rispondere a una originale chiamata: quella di aiutare.
Per poi scoprire quanto nelle relazioni di cura tutto sia reciproco.
Finora avrete letto che quando si lavora con un anziano, un ospite di una struttura, un utente di una comunità o un paziente in una clinica, l’importante è mantenere le distanze, non farsi coinvolgere, essere sopra le parti.
In questo modo si opera sostituendosi all’altro per fare al posto suo, contenendo il suo disagio.
Ma questo contenitore è destinato a scoppiare quando non riesce – e non può riuscire troppo a lungo – a contenere il dato di fatto che si sta lavorando con una persona, e non con un oggetto. Dall’altra parte c’è sempre una risorsa che è necessario – e arricchente – vedere.
Per quanto siano sfuggenti, frammentari e scissi, nei luoghi della cura, gli ospiti ti guardano negli occhi.
Ti inchiodano a te stessa.
Ti chiedono di essere visti, considerati, guidati.
Non contenuti, non solo.
E questo fa scattare alcuni semplici interrogativi.
Come mi sento io quando non sono vista?
Cosa vorrei che mi venisse risposto alla domanda: “Resti?”
Cosa vorrei che facesse l’altro per me? Non solo per rassicurarmi che andrà bene – è chiaro che non andrà bene se sto qui – ma per dare una direzione a tutto questo.
L’opera di Rita è una riflessione su come le persone non abbiano bisogno di far sparire il dolore, esorcizzarlo o lenirlo.
Lo accettano molto più facilmente di quanto non si pensi.
Hanno bisogno però – e questo è il difficile – di dargli senso.
Un posto, perché non si prenda tutto.
Un ruolo. Uno spazio e un tempo.
L’arte nasce spesso dal dolore.
L’arte nasce spesso dal voler dare un significato alla sofferenza.
Trasformare il buio in una luce diversa.
Portare l’arte in un luogo deputato alla cura della persona è un atto rivoluzionario e magico perché fa spostare il focus dal considerare la persona come emarginata, fragile, malata, al vederla inclusa, forte, in via di guarigione.
Portare l’arte in una casa di cura – o nelle comunità psichiatriche com’è stato nel mio caso – significa portare benessere, respiro, presenza, ascolto.
Significa portare tutte queste cose che sommate insieme danno una risultante incredibile: il Tempo.
L’arte vissuta in vecchiaia dona più tempo.
Il Tempo Kairos, quello che annulla l’Essere nel Piacere più totale, che abbatte il senso lineare e causale delle cose, che sovverte gli ordini dell’Amore.
E tra tutte le arti, portare la scrittura significa permettere all’altro di lasciare una traccia di tutto questo, un’impronta che sopravviverà nei cuori moltiplicandosi, nelle storie che continueranno a essere narrate.
Rita Meardi ci insegna un nuovo alfabeto che, come un cerchio, si apre e si chiude sulla Libertà.