Prefazione
Antonio Tabacchi
Una necessaria premessa
“Non ho mai tenuto conto del lettore.
La prova è che non li ho avuti.
Non li ho avuti per molto tempo...
poi sì, dopo gli anni iniziarono le edizioni.
Ma tutto questo non ha importanza”
Juan Rulfo
Cito questa dichiarazione, che non è una constatazione di una cosa avvenuta per caso, ma un programma poetico di Juan Rulfo (il padre, insieme a Jorge Luis Borges e Alejo Carpentier, della letteratura latinoamericana contemporanea) perché serve a cogliere il punto centrale del processo poetico: un poeta scrive per un’esigenza personale, intima; cerca nel profondo le immagini, le parole, il ritmo, la musicalità. Questo non è garanzia di poesia né di capacità di interpretazione del proprio tempo, ma quando l’esigenza profonda dello scrittore incontrerà un’esigenza profonda del lettore, allora si realizzerà il miracolo poetico. La poesia è l’incontro di due esigenze intime indipendenti, quella dello scrittore e quella del lettore, che non è detto avvenga, ma, se avviene, il lettore, a qualunque epoca appartenga, troverà in quei versi (come diceva uno dei più grandi critici letterari italiani, Giacomo Debenedetti) un proverbio del cuore, un’immagine di destino prevalente del proprio tempo e a volte di ogni tempo. Affinché questo incontro tra scrittore e lettore possa avvenire è necessario però che il lettore sia disposto a collocarsi dentro le coordinate di scelte stilistiche e visioni della realtà che guidano la mano dello scrittore, cioè della sua poetica, del suo processo creativo. Il lettore, ovviamente, può benissimo non farlo, restare ancorato alle proprie di coordinate, ma così si perde la possibilità di sperimentare la scoperta di nuovi universi, diversi dal suo, dove i punti di riferimento cambiano e tuttavia nella diversità si manifesta l’unità, qualcosa che appartiene anche a lui. Una scoperta che è proprio lo scopo della letteratura, perché la letteratura è come una palestra, una palestra non per esercizi fisici, ma per l’esercizio simultaneo di tutte le facoltà umane, intelletto, ragione, sentimento, immaginazione. Il primo passo perciò che faremo approcciando Parole nuove, l’ultima silloge di Alfideo Fochetti, sarà cercar di cogliere la sua poetica, l’intima struttura del suo processo creativo, per calarci poi in quelle coordinate personali dell’autore e verificare infine l’effetto che ci fa, come lettori. Dunque, partiamo.
Dalla chiusura del parco all’alba delle ‘parole nuove’
Ogni autentica opera di poesia possiede un nucleo generativo, una ferita o una fioritura primaria da cui si dipana quella che abbiamo chiamato necessità poetica. Nella produzione letteraria di Alfideo Fochetti, la pubblicazione della nuova silloge Parole nuove rappresenta un momento di fondamentale transizione esistenziale e stilistica, che si pone in linea di continuità diretta e di superamento dialettico rispetto alla precedente raccolta, Nel parco. Se quest’ultima, i cui componimenti risalgono interamente alla produzione del 2019, si configurava come un’opera fluida, asistematica, dominata da una pluralità di sentimenti e da un dialogo lirico quasi costante con l’alterità d’un amore, Parole nuove risponde a un’architettura più definita e a una precisa urgenza rigenerativa, evidente fin dal titolo e nel corpo vivo del testo.
Il vero anello di congiunzione tra le due sponde della produzione di Fochetti risiede proprio nei versi di commiato che suggellavano il libro precedente, intitolati Siamo ombre indefinite. In quella lirica di vero e proprio congedo dagli amici e perfino dagli affetti Fochetti scriveva: È / ora di chiudere / il parco. / Una / nuova luce / su tutto questo / tempo. / Disegnare contorni / copiare gli estremi / salutare gli amori / congedare gli amici / e / guardare / gli aquiloni / liberi / di volare. Quel congedo si rivela oggi una straordinaria profezia interna: la nuova luce allora intravista e invocata oltre i cancelli del parco si materializza e prende corpo nel 2026. Siamo ombre indefinite del 2019 è un vero e proprio ponte, forse neanche voluto – il che lo rende ancora più significativo – tra i due libri Nel parco e Parole nuove.
Il punto di svolta, il baricentro emotivo attorno a cui ruota l’intero nuovo volume, è esplicitato nella dedica iniziale: A mia nipote Celeste. A tutti i bambini del mondo. La nascita della nipotina Celeste cessa di essere un mero dato biografico o privato per assurgere a evento universale. L’infanzia diventa la lente interpretativa attraverso cui guardare il reale; il bambino è colui che, per definizione, eredita quegli aquiloni liberi e possiede le parole nuove, poiché si affaccia al mondo senza il fardello dei preconcetti, delle sovrastrutture e delle ipocrisie adulte. Il tempo della sosta meditativa e del frammento amoroso del 2019 si apre così alla novità assoluta della vita che sorge, trasformando il commiato in un luminoso principio.
Le coordinate della poetica: la realtà come pensiero e la dialettica visibile/invisibile
Per addentrarci nei versi di Fochetti è necessario, come ci siamo proposti in premessa, mappare i punti cardinali della sua specifica “poetica”, intesa come l’insieme di regole interiori, scelte formali e visioni filosofiche che guidano la sua mano sulla pagina. La coordinata primaria di questa scrittura risiede nello statuto che l’autore assegna alla realtà oggettiva. Fochetti non è un poeta descrittivo nel senso classico o naturalistico del termine; le cose, gli oggetti, i paesaggi esistono solo in quanto filtrati, interiorizzati e ricreati dalla mente.
A fare da guida teorica a questo approccio interviene la splendida citazione del critico d’arte Mario Codognato, posta significativamente dall’autore in epigrafe a metà volume: C’è un punto nello spazio mentale dell’immagine, in cui la realtà cessa di essere cosa e diventa pensiero. Questa intuizione illumina l’intero libro. Il fare poetico di Alfideo si situa esattamente in quel punto dello spazio mentale. Quando scrive, in Vademecum, di aver guardato semplicemente / gioire / i tuoi occhi, o descrive Il suono / educato / della luce, egli sta compiendo un’operazione di trasfigurazione. La luce perde la sua natura puramente fisica e acquisisce una dimensiona etica, un “comportamento” umano: diventa educata.
La seconda coordinata fondamentale è la dialettica costante tra il visibile e l’invisibile, tra la parola pronunciata e il silenzio. Nei componimenti spicca l’urgenza di Rappresenterò ciò che non vedo / per ascoltare e restituire / la sensazione giusta / di una canzone (Simbioticamente). Vi è la chiara consapevolezza che la verità non risieda nella superficie dei fenomeni, ma nei loro interstizi. Il poeta è colui che possiede la facoltà e il dovere etico di saper vedere / e sentire / ciò che non parla (Brivido fresco). La poesia si trasforma così in uno strumento d’ascolto teso a captare i silenzi di parte, le ombre prima della luce e i segreti accavallamenti del remoto mutare. Non si tratta di una fuga dalla realtà, bensì di uno scavo verticale dentro di essa, un tentativo di ritrovare la purezza di un legame simbiotico con gli elementi della natura – acqua, terra, cielo – prima che essi vengano corrotti dalla confusione della quotidianità.
Il dialogo
Parole nuove è un libro profondamente polifonico, attraversato da un fitto reticolo di dialoghi impliciti ed espliciti, che sia con un “tu” indefinito o con figure centrali del panorama filosofico, letterario, artistico e musicale del Novecento e della contemporaneità. Questi riferimenti non fungono da mero ornamento, ma rappresentano veri e propri nodi di senso, bussole concettuali che orientano e arricchiscono lo spessore del processo creativo.
Il primo e più denso omaggio intellettuale è quello rivolto al grande filosofo e sociologo tedesco Jürgen Habermas, nella poesia Rallentare il passo, recante la nota biografica della sua scomparsa, il 14 marzo 2026. La figura di Habermas, teorico dell’agire comunicativo e della razionalità critica, viene invocata da Fochetti nel momento in cui denuncia una società in cui Tutto parla di interessi / asimmetricamente compatibili. La poesia si fa qui civile, filosofica: l’autore si oppone all’asimmetria del profitto e dell’egoismo invocando un’uguaglianza dei fini e una distanza da abbreviare. Rallentare il passo diventa il modo per preservare l’umano, per non trasformarsi in passanti inesistenti / guardie di un nulla infinito.
Sul piano visivo e figurativo, Fochetti dialoga intensamente con l’arte barocca in Giuditta ed Oloferne, evocando i volti di Artemisia (Gentileschi). La scelta della pittrice secentesca, icona di resilienza, riscatto e ferocia espressiva, serve all’autore per indagare l’accesa determinazione / di una scelta e per affermare che la storia è testimone della nostra perdita, ma anche della nostra rinascita.
Il versante lirico e cantautorale trova invece due sponde sublimi in Jacques Prévert e Francesco Guccini. A Prévert, nel componimento Canto breve, Fochetti ruba la delicatezza dello sguardo sul quotidiano e sul miracolo della natura (il gioco / della primavera / che ci ama – immagine veramente molto bella). Da Guccini, citato esplicitamente con i celebri versi di Incontro (... siamo qualcosa che non resta… dal fondamentale album Radici del 1972), l’autore eredita la dolorosa ma dolcissima accettazione della nostra transitorietà e del tempo che corre. In Le parole del cuore, la transitorietà gucciniana si traduce in una riflessione sulla solitudine e sulla fragilità dei nostri paesaggi interiori, territori che l’uomo tenta invano di mappare con matite / di colore diverso.
Struttura di un viaggio spirituale
L’indice di Parole nuove non è un semplice elenco burocratico di titoli, ma costituisce l’intelaiatura di un vero e proprio itinerario spirituale e conoscitivo. Analizzando la progressione dei componimenti, si nota come l’autore guidi il lettore attraverso un movimento ondulatorio che oscilla costantemente tra il disordine esterno e la conquista della pace interiore.
Il viaggio si apre con l’incipit di Silenzi di parte, lirica che setta immediatamente il tono emotivo, descrivendo un camminare al confine minimo / di una suggestione / di quiete per inginocchiarsi alla terrena vacuità / dei fini. Subito dopo, testi come Incanto e Simbioticamente tentano la via della riconciliazione sensoriale. Tuttavia, questa spinta verso la stasi viene bruscamente interrotta dal testo chiave Caos. In questa poesia, il rumore del mondo irrompe con tutta la sua violenza: la mente soccombe, si assiste alla crudele sparizione / dei sogni belli e ci si ritrova immersi in un buio informe / del suono e / delle voci che tacciono” È il punto più basso, l’abisso della perdita di senso, in cui giunti a questo punto ci si scopre in bilico (non solo l’autore, ma anche noi lettori) sopra una solitudine / di troppo (Avanzi).
La rinascita comincia nella seconda parte del libro, inaugurata dalla poesia che gli dà nome, Parole nuove. Qui il linguaggio si purifica, accetta il paradosso, si fa leggero per vedere / tutto il mondo / tradito / da parole nuove. Il passaggio attraverso il Dormiveglia e il Profilo incostante conduce il lettore verso la riscoperta della solidarietà comunitaria, espressa in Sostegno e cura, in cui Fochetti lancia un monito contro le istituzioni che reprimono e stigmatizzano, contrapponendovi la forza terapeutica dell’empatia: W l’amore… che cura…
Il culmine emotivo e la risoluzione del conflitto si realizzano negli ultimi componimenti, dove la figura di Celeste torna a farsi carne e luce. In La luce migliore, l’angoscia del vuoto viene placata da una visione cromatica salvifica: Poi sarà celeste il cielo / e verde il prato. Questa intuizione si compie definitivamente in quello che è l’apice lirico della raccolta, Il sorriso di Celeste. Ambientata a Montalto di Castro nel maggio del 2026, la poesia descrive la maestosità semplice del mare in controluce per poi concentrarsi sul miracolo del volto della bambina:
certo / che tutto / parte da poco… / come il sorriso di Celeste, / mia nipote, / che solleva il cuore / dalla parte migliore / di un mondo / che rischia di cadere!
Il sorriso dell’infanzia è l’argine definitivo contro il crollo del mondo, l’ancora di salvezza etica dell’intero volume. La silloge si chiude con il testo Senza equazione, una straordinaria dichiarazione d’amore verso la vita e la conoscenza. Fochetti scrive in lettere maiuscole – quasi a voler scolpire il testo nella pietra – che L’AMORE È UNO SPAZIO / SENZA EQUAZIONE. La razionalità matematica fallisce nel misurare l’assoluto; l’amore colora il tempo sbiadito e ci permette di accettare l’illusione più grande, ricordandoci che, nonostante i dolori e le miserie umane, IL MONDO È / UNA PALLA STUPENDA / CHE GIRA!.
Le parole chiave del testo
Per comprendere l’ossatura concettuale di Parole nuove è utile applicare un’analisi semiotica di tipo quantitativo, andando a rintracciare i lemmi strutturali che l’autore ripete con insistenza. Sei parole cardine (comprese le loro declinazioni grammaticali) tornano costantemente, edificando la mappa concettuale dell’opera:
Luce / luci (13 occorrenze): È il cardine visivo ed etico assoluto del libro, rintracciabile in ben 10 liriche diverse. Si muove dalla dimensione puramente percettiva di Vademecum (il suono educato della luce) e Incanto (luci e parco) alle tonalità crepuscolari di Approdi brevi (la luce della sera) e Colpevole assenza (la piccola luce che declina). Trova la sua consacrazione redentiva in La luce migliore, Accanto alla luce e nella chiusura di Senza equazione (ogni luce ci appartiene).
Sogno / sogni / sognato (12 occorrenze): Rappresenta la dimensione dello spazio mentale teorizzato da Codognato. Fochetti lo declina al passato in Simbioticamente (sogno e mito di un tempo passato), ne lamenta la perdita temporanea nel disordine di Caos (crudele sparizione dei sogni belli) e lo rivendica come baluardo in Ho voluto (per non arretrare davanti ai sogni) e Anima assente (per un sogno sognato). In Dormiveglia, l’intersezione dei sogni tra “io” e “tu” diventa totale: il tuo sogno appartiene al mio sogno.
Silenzio / silenzi / silenziati (11 occorrenze): Antidoto e contrappunto al rumore della storia. Il silenzio è una scelta di campo che si palesa sin dall’inizio in Silenzi di parte, si fa categoria estetica in Incanto (musica o silenzio), Caos (parlo al silenzio) e Segreti (al ballo dei silenzi più deboli), per poi trasformarsi in una dinamica emotiva in Un io spezzato (desideri silenziati dall’attesa).
Parola / parole (9 occorrenze): Rappresenta lo strumento stesso del riscatto poetico. Le parole sono reliquie storiche in Vademecum (le parole delle poesie che restano), ma sanno anche essere inadeguate se figlie del passato come in Caos (con le parole di ieri). L’evoluzione avviene nella poesia eponima Parole nuove, dove l’autore accetta il tradimento del vecchio mondo per rifondare la comunicazione verbale, un concetto che torna poi in Le parole del cuore e Un io spezzato
Cuore (8 occorrenze): Il baricentro biologico e sentimentale dell’opera. Il cuore è instabile in Avanzi (sul cuore che non sta fermo), è l’organo che tesse i legami a distanza in Ci pensiamo insieme, non sa mentire in Dormiveglia ed è l’assoluto protagonista della lirica Le parole del cuore. Trova la sua massima estensione etica nel sapersi sollevare grazie al sorriso di Celeste e nel farsi maestoso distacco in Senza equazione.
Passo / passi (7 occorrenze): La parola dinamica per eccellenza, specchio del movimento esistenziale. Il passo è inizialmente un timido avanzamento al confine in Silenzi di parte (il mio passo), subisce l’impatto violento della realtà in Caos (i rumori dei passi), diventa la via filosofica collettiva nell’omaggio a Habermas (Rallentare il passo) e, infine, si fa traccia intima e condivisa della persona amata in Un io spezzato (la mano colma dei tuoi passi).
Giocare con le parole
C’è un aspetto ulteriore, sotterraneo eppure visibilissimo, che attraversa l’intero corpo di Parole nuove: la spiccata predilezione di Alfideo Fochetti per il gioco con le parole. Nello studiare le origini della civiltà, lo storico e filosofo Johan Huizinga, nel suo fondamentale saggio Homo Ludens (1938), teorizzò che l’attività poetica dell’umanità non sia nata da un’esigenza puramente utilitaristica o didascalica, bensì all’interno di una dimensione originariamente ludica. Per Huizinga, la poesia è un gioco sacro: vive in un recinto protetto, stabilisce le proprie regole, scardina la logica ordinaria e ricrea il reale attraverso accostamenti verbali inediti e dinamiche di significato.
Alfideo Fochetti si inserisce perfettamente in questo alveo “ludico-sacrale”. Il suo non è un gioco frivolo o un vuoto esercizio, ma un serio e appassionato tentativo di smontare il linguaggio sclerotizzato degli adulti per ritrovarne la purezza. Ma come gioca, concretamente, l’autore con le parole?
In primo luogo, Fochetti gioca attraverso l’uso sistematico del paradosso e dell’ossimoro concettuale. Lo dichiara apertamente proprio nel testo che dà il titolo al volume, Parole nuove: perché / tanta è la voglia / di giocare / ai paradossi / stravaganti / della comprensione. L’autore si diverte a far collidere termini che la logica razionale terrebbe distanti. Troviamo così espressioni ludiche come la quiete tempestosa (Incanto), le linee di attraversamento alle ipotesi di partenza (Abbreviazioni), o l’invito a correre ma con lentezza: Devo correre piano (Anima assente). Questo accostamento stravagante non è altro che il gioco del bambino che unisce oggetti diversi per vedere che effetto fa, scardinando l’obbligo del “vero” e del “falso” per predisporre il racconto alla sana confusione (Caos).
In secondo luogo, l’autore gioca con la disposizione spaziale e la destrutturazione della sintassi. In Incanto, la parola si fa graficamente altalena, scendendo gradino dopo gradino sulla pagina bianca:
bacio o noia / di / una / stella / che non vedo.
Questo modo di frammentare il verso è una forma ludica tipografica che costringe l’occhio del lettore a saltare, a muoversi nello spazio della pagina secondo regole non convenzionali. Fochetti gioca inoltre privando quasi totalmente i testi della punteggiatura forte (punti e virgole spariscono quasi ovunque), lasciando che le parole fluttuino, si scontrino e si fondano liberamente, permettendo al lettore stesso di entrare nel gioco e decidere dove collocare il respiro.
Infine, si assiste al gioco delle sinestesie. L’autore prende un sostantivo appartenente a un regno sensoriale e lo “veste” con i panni di un altro: guardando / in faccia / i rumori dei passi (Caos). I rumori non si ascoltano soltanto, si guardano in faccia. I fiori minori hanno le orecchie sonnolenti (Parole nuove), e il sole possiede uno sguardo antropomorfico (tutto / mi guarda in Frutti di stagione).
Come si armonizza questo aspetto ludico con il resto dell’architettura finora delineata?
L’armonizzazione è totale e rivela una profonda coerenza strutturale. Il “gioco con le parole” di Fochetti è il collante che tiene insieme la dimensione filosofica del libro e la sua spinta affettiva. Se la realtà deve smettere di essere “cosa” per farsi “pensiero” (secondo la lezione di Codognato), il gioco è lo strumento perfetto per compiere questa metamorfosi: svuota l’oggetto della sua pesantezza fisica e lo trasforma in un giocattolo mentale. Inoltre, il recupero della dimensione ludica del linguaggio si sposa magnificamente con l’omaggio a Habermas e la critica sociale. Laddove la società produce interessi asimmetricamente compatibili e istituzioni che reprimono, il gioco si configura come uno spazio di libertà assoluta e anarchica, un’ “innocenza ribelle” che rifiuta le equazioni della convenienza.
Soprattutto, l’Homo Ludens Alfideo incontra qui la nipotina Celeste. Il gioco è la lingua ufficiale dell’infanzia. Dedicare il libro a Celeste significa accettare di sedersi a terra con lei e reinventare il dizionario. Le parole nuove sono le parole del gioco: quelle che non servono a produrre o a fatturare, ma a nominare il cielo, a far sorridere il cuore e a ricordarci, nell’ultimo verso del libro, che, nonostante tutto, il mondo è una palla stupenda che gira. Il mondo stesso viene ridotto, nel gioco supremo della poesia, a una “palla”, il giocattolo più antico e universale dei bambini, proprio come quegli aquiloni che volavano liberi alla fine del libro del 2019.
La cifra stilistica
Dal punto di vista strettamente tecnico e formale, la cifra stilistica di Alfideo Fochetti si caratterizza per una personalissima gestione del verso libero, che si distacca nettamente dalle strutture metriche tradizionali per obbedire esclusivamente a necessità ritmiche ed espressive.
Il ritmo della scrittura di Fochetti è prevalentemente sincopato, procedendo per accumulazione di frammenti o per repentine ascese verticali. L’uso frequente di versi brevissimi, a volte composti da una sola parola isolata (semplicemente, allora, oppure, certo), costringe il lettore a continue pause, a rallentamenti forzati che mimano l’invito tematico della raccolta a “rallentare il passo”. Questo andamento crea una forte tensione meditativa, trasformando la lettura in un esercizio di attenzione e di concentrazione.
Un altro tratto distintivo è l’uso sapiente delle figure di suono e delle già citate sinestesie. Come già sottolineato, espressioni come Il suono educato della luce fondono la sfera uditiva, quella visiva e quella comportamentale in un’unica, folgorante immagine. Il lessico oscilla con grande fluidità tra termini astratti, di derivazione filosofica e scientifica (equazioni, diagnosi, canoni, asimmetricamente), e vocaboli di assoluta concretezza quotidiana e naturale (gatto, cane, orto, colombi, matite).
Questa mescolanza lessicale produce un effetto di straniamento e, al contempo, di profonda accessibilità. La parola poetica di Fochetti, pur rimanendo complessa e stratificata, si offre al lettore con la medesima immediatezza e purezza di un sorriso. In conclusione, “Parole nuove” si impone come un’opera di straordinaria densità etica ed estetica: un libro che, partendo dall’addio alle ombre del passato, riesce a rifondare il linguaggio sul terreno solido della speranza, dell’infanzia e dell’inesplicabile stupore di esistere.
Una conclusione
Concludo, citando io il titolo di una canzone di un grande cantautore sudamericano, Fito Pàez, che esprime bene quello che vediamo dispiegarsi nelle poesie di Parole nuove: Yo vengo a ofrecer mi corazòn, in un’operazione che non è solo sentimentale, ma filosofica, estetica, civile, così come quella canzone intende, chi ha detto che tutto è perduto? Io vengo a offrire il mio cuore.
Spero, per rispondere alla domanda che ci siamo posti nella premessa di quest’analisi sull’effetto che ci fa, come lettori, immergerci in Parole nuove, di essere riuscito a condividere con qualcuno dei lettori che sì, vale la pena per questo libro spostarsi nelle coordinate di Alfideo Fochetti. Io ho sperimentato nuove prospettive, mi ha fatto pensare, mi sono emozionato, commosso e anche divertito molto a farlo.
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