Introduzione
La Comunità Montana dei Monti Cimini, situata nel Lazio e appartenente alla provincia di Viterbo, si estende interamente all’interno dei comuni che compongono il suggestivo territorio cimino. Un’area di grande pregio paesaggistico e ambientale, che custodisce autentici gioielli naturalistici come la Riserva Naturale del Lago di Vico, l’omonimo lago e l’imponente Monte Cimino, autentico cuore pulsante di questa terra.
La Comunità comprende undici comuni: Canepina, Capranica, Caprarola, Carbognano, Ronciglione, Soriano nel Cimino, Vallerano, Vetralla, Vignanello, Viterbo e Vitorchiano. Ognuno di essi conserva un ricco patrimonio di storia, cultura e tradizioni, radicato in secoli di vicende umane e naturali.
Il sistema montuoso dei Cimini, oggi ricoperto da fitte faggete e caratterizzato da paesaggi di grande suggestione, è in realtà ciò che resta di un antico vulcano. Per millenni le sue eruzioni hanno modellato il territorio circostante, diffondendo magma e lapilli in un raggio di decine di chilometri. Con l’esaurirsi dell’attività eruttiva, il vulcano collassò su sé stesso, dando origine a una vasta caldera che, nel tempo, si riempì d’acqua formando il lago di Vico. Tuttavia, l’attività vulcanica non cessò del tutto: successive eruzioni portarono alla formazione di un nuovo cono, il Monte Venere, emerso dal fondo del lago a mo’ di isola nell’attuale configurazione del paesaggio, oggi tutelato come Riserva Naturale.
Dalla formazione di questo territorio in poi si registra un lungo silenzio documentale. Il luogo compare sporadicamente in leggende mitologiche o in narrazioni storiche legate alle guerre tra Roma e i popoli dell’Etruria meridionale. Numerose evidenze archeologiche confermano la veridicità di questi racconti, così come testimoniano le profonde trasformazioni operate dai Romani: il potenziamento della rete stradale, la realizzazione di infrastrutture e la nascita dei primi insediamenti stabili. Restano invece in gran parte oscure le vicende comprese tra il I secolo d.C. e il Medioevo, soprattutto per quanto riguarda le sponde del lago e il suo emissario. La documentazione storica diventa più consistente solo a partire dal X secolo, con la presenza della famiglia dei Vico e, successivamente, dei Farnese.
Racchiudere in poche righe la storia di tutti i comuni della Comunità Montana sarebbe impresa ardua, tanta è la ricchezza di eventi, personaggi e trasformazioni che li hanno caratterizzati. Per questo motivo ho scelto di concentrare questo lavoro di ricerca sul luogo che conosco meglio: il mio paese, il mio angolo di mondo, e il lago che condividiamo con Caprarola. Qui sono nato e cresciuto, ed è qui che custodisco ricordi, leggende e paesaggi dell’anima che ancora oggi mi accompagnano.
Ricordo il sordo battere del maglio della ferriera, udibile a ogni ora del giorno e capace di arrivare fin dentro casa mia, distante solo poche centinaia di metri. Ricordo il rumore incessante dell’acqua che scorreva sulle ruote idrauliche e lo scrosciare del Rio Vicano che traboccava dai bottacci. Di tutto questo, purtroppo, oggi rimane ben poco. La vegetazione ha ricoperto ciò che resta: rovi e alberi nascondono i ruderi di quelle ferriere che un tempo rappresentavano un motivo di orgoglio per la comunità.
Esiste però una zona che è riuscita a preservarsi, e da qui inizia il mio racconto. Si tratta di una porzione della Vallata Vicana, la meno contaminata e modificata dall’intervento umano. Questa area si trova a monte dell’emissario del lago di Vico, dove l’acqua, dopo aver attraversato la parete della caldera vulcanica, emerge dal cunicolo farnesiano, per poi essere incanalata. Qui, oltre a irrigare gli orti circostanti, diventa una forza motrice che alimentava numerosi opifici e industrie locali, che fino a pochi decenni fa costituivano la principale risorsa economica di Ronciglione. Questa zona è oggi scarsamente frequentata, fatta eccezione per alcuni turisti che, conoscendo l’esistenza di questo sentiero minore della rete Francigena, decidono di percorrerlo. Scendendo dalla Cassia Cimina ci si inoltra costeggiando il Rio Vicano, incassato tra due dirupi ricoperti da una vegetazione rigogliosa. Procedendo, le pareti si innalzano progressivamente, guidando il viandante fino ai borghi medievali e rinascimentali di Ronciglione. Da qui le acque dell’emissario proseguono il loro corso per molti chilometri, fino a confluire nel Treja e, infine, nel Tevere.
La Vallata Vicana inizia all’improvviso, ai piedi di una parete verticale coperta di vegetazione, da dove in tempi lontani precipitava l’acqua traboccante dal lago, scavando e modellando il paesaggio che ancora oggi possiamo osservare. Tutto appare pressoché invariato rispetto al XVI secolo, quando i Farnese fecero restaurare il condotto idraulico sotterraneo che conduceva le acque dal lago di Vico, ormai divenuto inefficiente a causa della mancanza di manutenzione.
Oggi è ancora visibile lo sbocco del cunicolo restaurato, situato all’interno di una piccola grotta scavata ai piedi della parete laterale della valle. Sporgendosi all’interno, si possono osservare due cunicoli di fattura diversa: il più antico, con volta in mattoni di cotto, risalente all’epoca farnesiana; l’altro, più recente, realizzato in gettata di cemento. Entrambi continuano a svolgere la loro funzione, convogliando l’acqua dall’incile verso la valle del Rio Vicano.
A breve distanza, nella parete tufacea, una serie di cavità scavate dall’uomo segnano il luogo dove, secondo la tradizione popolare, si nascondeva il brigante Catena. Queste grotte comunicanti, probabilmente antichi rifugi, presentano sulle pareti numerose piccole nicchie, interpretate da alcuni come colombari e da altri come colombaie, a testimonianza di una presenza umana antichissima.
Voltando le spalle a questa cupa e ombrosa parete, si apre improvvisamente alla luce la Vallata Vicana, che in questo tratto prende il nome di Valle del Mègro. Attraverso lo studio della documentazione più recente, affiancato alla consultazione di testi e fonti antiche, è stato possibile ricostruire la storia di questi luoghi, comprenderne meglio il valore e riscoprire eventi del passato di cui si erano perse le tracce o che sopravvivevano solo come leggende.
Questo luogo, che ancora oggi sembra abitato da ninfe e frequentato da semidei, ispirò agli antichi quelle fabulae che hanno reso celebre la nascita del lago di Vico.
Attraverso questo tipo di narrazione si ricordarono anche altri episodi che sconvolsero le sue sponde, episodi che, con il passare dei secoli, furono progressivamente dimenticati, pur lasciando traccia nei toponimi e nelle leggende.
Nel ricostruire la storia dell’antico lago Cimino e del suo emissario, non ci si è limitati alle sole fonti storiche, ma si è scelto di ampliare lo sguardo includendo il contributo di altre discipline: la climatologia, i fenomeni naturali, i mutamenti sociali e politici, oltre agli aspetti religiosi e superstiziosi ai quali gli antichi attribuivano grande importanza.
Tutti questi elementi hanno, in modi diversi, contribuito a plasmare il passato di questi territori. Conoscerli e metterli in relazione con i grandi eventi storici è stato fondamentale per illuminare quei periodi carenti di documentazione, che altrimenti sarebbero rimasti oscuri o privi di spiegazione. |