Davide Ghaleb Editore

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PASSAPAROLA 2
Antonello Ricci
Introduzione di Marco D'Aureli

Altro giro altra corsa. Come nelle migliori tradizioni, squadra che vince non si cambia. Ed eccomi qui a presentare il nuovo Passaparola di Antonello Ricci. Per qualcuno questo titolo potrebbe non risultare del tutto inaudito. Ed in effetti il nuovo libro di Antonello rappresenta per molti versi l’ideale prosecuzione del Passaparola pubblicato, sempre per i tipi di Davide Ghaleb, nel 2021. Medesimo impianto, medesima accordatura poetica. Ma con un grado di consapevolezza di tipo “meta” (o se preferite: al quadrato) sull’intera operazione. Per la collocazione di questo volume nella (prolifica) produzione ricciana degli ultimi anni rimando alla Nota d’autore che segue.
Anche in questo libro il ventaglio dei contenuti che alimentano i “pezzi sparsi” ora raccolti è ampio e gustoso. C’è tanto, e di tutto, in Passaparola 2. Un qb (quanto basta) sapientemente dosato e calibrato (a volte solo un pizzico, altre volte un pugno intero) di ingredienti di varia natura tale da non generare eccessi di sapidità o scipitezza. Ci sono le eco di una stagione meravigliosa di epiche avventure culturali ma anche nostalgie, gioie e gratitudini per la vita e i suoi doni. C’è – presente più che mai – la Maremma, trasfigurata in vero e proprio paesaggio morale. Ci sono le pratiche linguistiche. C’è la poesia (sub specie ottava rima e non solo). Il tema del falso e del doppio. Ci sono le grandi passioni del Nostro, insomma. C’è la grande storia che si intreccia con la vita dell’autore e dei suoi compagni di cammino.
Ma ci sono pure storie di famiglia, qua dentro. Vedi il ritratto di Alfonso Prota, “etnografo per diporto” e narratore di comunità, protagonista – assieme ad Antonello e a chi scrive – di una fervidissima stagione di elaborazione e azione culturale (mi riferisco a quanto progettato e realizzato assieme sotto le insegne di Banda del racconto, prima, e di Comunità narranti, dopo). Così come nel primo ce n’era, di ritratto, uno dedicato al sottoscritto. Ma quella a cui mi riferisco è una famiglia allargata. Una famiglia fatta di interlocutori coi quali Antonello intrattiene un dialogo continuo, ai quali dà del tu. E di cui fanno parte Pasolini, Benjamin, Pareyson, Calvino, coi quali Ricci ha in corso da anni un corpo-a-corpo intellettuale. Ma anche Karen Blixen. Della quale parlai ad Antonello qualche tempo fa, quando (quasi spudoratamente) mi ero messo in testa di riflettere in forma scritta su cosa sia una storia e come la si riconosca quando la si incontra. E come al solito, come era già successo con Benjamin – di cui, ricordo, gli parlai in un pomeriggio passato a girare per i vicoli di Tuscania vai a capire per quale delle tante iniziative realizzate o solo sognate – egli è riuscito a carpirne i segreti e trarne profitto creativo più e meglio di quanto sia stato in grado di fare io.
Infine c’è del metodo, anzi, della metodica (sempre per aver riguardo del lessico caro ad Antonello). Questo agli occhi dei più potrebbe risultare difficile da cogliere. Eppure il lettore smaliziato trova qua e là riferimenti. Il tema del tradimento, ad esempio, quale modo per essere fedeli, seppur ad un livello altro, diverso, rispetto a quello ordinario, ad un dettato. I riferimenti all’arte del bricoleur, a quella del collage.
Ma c’è dell’altro. Emerge da Passaparola 2 (non che questo non avvenga anche in altri scritti di Antonello, ma mi torna buono farlo presente ora) una particolare postura dell’autore. È vero che molti dei pezzi qui raccolti hanno come referenti personaggi con la p maiuscola. Trilussa, Boccasile, Bianciardi. Ma accanto ad essi vengono recensiti autori non così celebri, di respiro locale. Il bello è che i loro lavori (siano essi in forma scritta, poetica o narrativa, siano essi in forma plastica o pittorica) vengono trattati con il medesimo rigore e la medesima attenzione. Senza alcun paternalismo e senza superficialità. Il che ricorda un po’, a proposito di posture, quella assunta da Pasolini al cospetto delle mura di Orte registrando nel 1974 il documentario La forma della città («io penso che questa stradina da niente, così umile, sia da difendere con lo stesso accanimento, con la stessa buona volontà, con lo stesso rigore con cui si difende un’opera d’arte di un grande autore»). E tutti gli autori coi quali Antonello si confronta, quelli che presenta, quelli che recensisce, sono collocati nella stessa misura dentro un unico disegno. Che continua ad essere l’aspetto più interessante delle strategie retoriche dell’autore, che – anche in questo caso – non trova espressione in questo libro per la prima volta, ma qui torna in una forma, come accennavo all’inizio, pienamente esplicita. E che rimanda alla metodica sopra richiamata. Ovvero: parlando di altri, a volte utilizzando le loro stesse parole, costruire un discorso proprio. Una sorta di ventriloquismo autobiografico. Parlare di sé facendo parlare gli altri. O meglio: tramite le parole degli altri costruire un proprio autoritratto. Che poi in qualche modo è quello che da qualche tempo capita di fare anche a me, avendo evidentemente appreso i rudimenti dell’arte da cotanto maestro. E che è un modo per sfuggire da protagonismi troppo smaccati e per collocare il proprio percorso biografico e intellettuale dentro uno scenario più grande.
Passaparola 2 si configura come un piccolo manualetto di ricci-logìa. Ennesimo schizzo del ritratto di un soggetto in continuo movimento che mai sarà del tutto completato. Il tutto rimanendo in attesa che Antonello ci doni l’opera alla quale dice di star lavorando da tempo, ovvero quel Canti del porco corpo di cui sento parlare da anni.