Alle porte dei miei sessant’anni, il primo Passaparola (2001-2021) nasceva quasi per scommessa. Dettato da un’intuizione-tentazione, al tempo stesso, elementare e complessa. E vorrei dire: ambiziosa. Secondo cioè una poetica di manierismo artigianale: nell’idea-convinzione che un montaggio di pezzi sparsi e scritti d’occasione (puzzle-mosaico) potesse comporre-restituire i lineamenti di un autoritratto. Delineare il profilo di un’autobiografia al tempo della propria maturità. Passaparola finiva così per inaugurare un tempo di bilanci-e-rilanci. Un tempo corposo-pensoso che oggi con Passaparola 2 (in compagnia dei simultanei Ancora stoffa forte maremmana e Viaggi e paesaggi) va a compiersi-concludersi.
Era il 2021. Negli anni a seguire (2022-2025) avrei continuato con furia gioiosa nell’esperimento, spostandomi a ritroso nel tempo, ostinandomi a estendere la medesima tecnica (bricolage e collage) alle avventure del mio apprendistato intellettuale e creativo. Ne sarebbe sortito un polittico variegato e compatto: #Albadelmetodo, Dylaniana, La léngua vitorbese e, infine, il più recente sigillo di Posta per me. Quest’ultimo, in particolare, si riallaccia a Passaparola con sintomatico-esplicito gioco di riflessi-riflessioni: smottandone il sottotitolo dallo specchio convesso del Parmigianino alla Sfera riflettente escheriana. Il nesso è presto detto: laddove Passaparola componeva un discorso decostruttivo sul sé attraverso testi dedicati ad altri, Posta per me lascia che siano vecchie parole altrui a restituire un volto di quel sé noto al secolo per Antonello Ricci.
Ma Passaparola 2 non è puro e semplice sequel. Del primo volume riprende, è vero, la catena temporale (riallacciando il discorso-montaggio al 2021 per prolungarlo fino a questo 2026). Ma lo fa con malizia inedita. Mi era già successo. Con Il libro delle passeggiate 2013 avevo deciso di raccogliere in florilegio gli articoli-comunicati composti per promuovere il ciclo di eventi narrativo-itineranti realizzati in quell’anno e ispirati ai libri del catalogo di Davide Ghaleb Editore sul territorio viterbese. Il fine era stato quello di impegnare l’agile volumetto quale “biglietto” per le nuove passeggiate-racconto previste per l’anno a seguire. Ma il fatto stesso di rinvenire quelle schegge (nate qua e là, secondo l’occasione) ricomposte in un libro, mi restituì il segnale di un “discorso” vivente. Di una pulsazione trasversale irradiante-compattante. Così, gli scritti realizzati per il 2014 puntualmente esondarono gli argini del “semplice” comunicato, del pezzo di colore autoriferito: prendendo invece forma di rapide prose d’arte già-da-subito in dialogo tra loro. Perciò chiunque prenda in mano, sfogli-e-legga Il secondo libro delle passeggiate si ritrova davanti non una compilation sub specie nozionistica, ma un’opera in qualche modo compatta, fluida e mutevole quanto si vuole, ma di parole integra-mente concetta.
Chiedo perciò al mio lettore di voler considerare alla stessa stregua altre due istanze connesse alla (eccentrica) sintassi narrativa qui adottata: da una parte, Passaparola 2 insiste nella rinuncia a un ordine cronologico (poiché sentito, per quanto onesto-diligente, del tutto neutralestrinseco-meccanico); dall’altra, esso abbandona (quasi) del tutto una residua primazia dei contenuti. (Ho tralasciato, per esempio, quei certi occhielli tematici che nel primo Passaparola, qua e là, insistevano comunque a rimarcare-esplicitare sintagmi di continuità-disposizione per lasse di argomenti.) Sia chiaro: una struttura ritmico-narrativa soggiacente c’è (eccome se c’è!): essa però se ne resta invisibile alla superficie, confidata-sussurrataffidata a un fantomatico gioco-flusso di prendi-e-lascia d’istinto, a una paradossale preveggenza pareysoniana della forma (che in qualche modo c’era sempre-già; ma che anche si fa – s’invera – sempre-e-soltanto facendosi). Confesso di essermi molto divertito.
[In tal senso, anche i numeri parlano chiaro: Passaparola 2 raccoglie una cinquantina di testi concentrati in appena 5 anni, a un ritmo quindi pressoché mensile. Laddove il primo Passaparola ne aveva raccolti “appena” 100 spalmati su ben 20 anni: un 50% di quantità di scrittura ma in appena 1/4 del tempo. Niente male, niente male: dovevo proprio averci preso gusto.]
Infine. Forse per pigrizia innata, forse per una certa fretta di volgermi altrove, all’indirizzo di nuove-inedite esperienze di ricerca-scrittura (che bussano da tempo alla mia porta), ho rinunciato a omologare i criteri editoriali. Solo qualche tratto di maquillage, qua e là. Questo pure perché la vendetta è un piatto da servire sempre semi-freddo: dopo decenni di vessazioni editoriali infatti, più simili a torture preterintenzionali, mi sono tornate in mente le esilaranti pagine dedicate dal (quartaro) maremmano Luciano Bianciardi (L’integrazione) all’amaro caso delle infinite scuole di pensiero accademico-redazionale – con relative-ineluttabili “guerre” tipografiche – sui rapporti tra uso delle virgolette e sistemi di punteggiatura e affini. Per cui, scherzi a parte, m’è parso più onesto, ma soprattutto meno stressante, lasciar tutto – colà dov’era – così com’era. E buonanotte ai suonatori. Ma, soprattutto, buona lettura. |