Egidio 21 Lamboglia
La prima cosa a cui ho pensato quando non mi è stato chiesto di scrivere una prefazione è che non fossi in grado di farlo, ma che ci avrei provato.
E cercando informazioni su come debba essere “la prefazione perfetta”, ho infine dedotto che, in effetti, io sia la persona meno indicata: non sono autorevole, non sono esperto in materia e soprattutto sono riccio.
Ma quando non prendo un impegno, lo porto a termine fino in fondo, perciò qualcosa, lo voglio proprio dire.
Ho la fortuna di aver visto nascere e crescere questo libro, capitolo dopo capitolo, e l’emozione di entrare, ogni volta, a Repetta accompagnato dagli occhi e dalla voce di Silvia, è indescrivibile, perché si scoprono luoghi sconosciuti, nonostante siano alla luce del sole. Si oltrepassa, leggeri, la corteccia dell’apparenza, entrando in un mondo fantastico dove tutto è reale, un teatro quotidiano senza palco né sipario, si è attori e spettatori (oserei dire spettattori).
È un romanzo in cui l’ironia può portarti a piangere lacrime dolci che diventano salate e viceversa, come un fiume che si tuffa in mare. E viceversa.
Perché è questo che succede a Repetta: le emozioni, all’improvviso o senza nemmeno rendersene conto, cambiano forma e stato, in poche parole vivono mentre passeggiano tra le vie del borgo dove ogni cosa era di pietra: le fontane, le piazze, le strade, le panchine, i palazzetti terra-cielo (quando salivi), cielo-terra (quando scendevi, ovviamente).
Di pietra le balaustre, le chiese, i campanili e quegli strani animali dalla testa umana e il corpo a spirale che si affacciavano qua e là.
Anche gli alberi erano di pietra... No! Non scherziamo, gli alberi erano veri alberi, con tanto di foglie pronte a cadere in autunno e a spuntare come tanti bottoni verdi in primavera.
La prima cosa a cui ho pensato, quando non mi è stato chiesto di scrivere una prefazione, è che non serve nessuna prefazione.
Unite i piedi, inspirate a fondo e saltate: benvenuti a Repetta. |