HOME

OPERE E PROGETTI 2003-2025
Alfredo Giacomini

Presentazione di Giancarlo Angelelli




Nell’analizzare la produzione progettuale di Giacomini mi è tornato alla mente il concetto di “gaia erranza” formulato da Manfredo Tafuri in uno dei saggi più densi della sua celebre Storia dell’Architettura Italiana. Con questa espressione lo storico e critico dell’architettura indicava un vagabondare intellettuale e progettuale, un itinerario che, nel caso dell’architetto , sembra collocarsi in una sospensione consapevole tra il Movimento Moderno – oltre il quale egli sceglie di non spingersi, prendendo le distanze soprattutto dall’eclettismo stilistico di fine Ottocento – e la tradizione, verso la quale negli ultimi anni appare orientarsi con rinnovata convinzione, grazie a una serie di studi di grande interesse.
A differenza dell’amaro epilogo tafuriano, in cui la “gaia erranza” – concepita come antidoto alle imposizioni del Movimento Moderno e come critica al suo “carattere nichilistico e fideisticamente abbarbicato all’ideologia del progresso” – aveva dato vita ad architetture spesso prive di un’identità nazionale, la produzione di Giacomini si presenta complessa e sfuggente, ma sempre radicata. È un’architettura che, a mio avviso, si colloca a pieno titolo nella sfera della qualità: un innesto di un’inedita vitalità su un terreno ancora fertile, quello della tradizione.
Il suo lavoro si colloca idealmente entro tre poli fondamentali: la tradizione, la lezione del Moderno e il nuovo. A fare da elemento di equilibrio, tra i primi due, interviene l’imprevisto. Non è facile imbrigliare la sua architettura entro una categoria definita, e questo per almeno due ragioni. La prima è la capacità dell’autore di spostare, di volta in volta, l’attenzione verso ciò che risulta inatteso: un continuo “balletto” tra i tre poli citati, sorretto da una matrice lecorbuseriana sulla quale si innestano – come in un palinsesto – approcci diversi, talvolta influenzati dalle diverse stagioni attraversate dall’autore.
Nei suoi progetti e schizzi si colgono echi di figure come Aldo van Eyck, Alison e Peter Smithson, James Stirling, Álvaro Siza e Guido Canella: architetti accomunati da una profonda cultura progettuale e, forse proprio per questo, difficili da ricondurre a categorie univoche. L’autore condivide con loro la capacità di muoversi ai margini delle definizioni consolidate, intrecciando riferimenti e suggestioni in un linguaggio personale. Tra le stagioni che hanno attraversato il suo lavoro e le tracce di quelle che lo hanno preceduto — sebbene i nodi teorici si siano nel frattempo rovesciati di segno: dal genius loci all’atopia; dall’anamnesi postmodernista alla tabula rasa delle neoavanguardie; dalle costruzioni logiche dell’architettura alla loro radicale decostruzione — è proprio quest’ultima, quella del decostruttivismo, a emergere come la più incisiva.
Si tratta di una decostruzione equilibrata: non distrugge, ma lascia intravedere le tracce della forma originaria, attenuando la spinta destrutturante attraverso un dialogo costante con la tradizione locale, in particolare con l’architettura rurale viterbese. È come se l’autore avesse interiorizzato le lezioni delle correnti filosofiche che hanno messo in crisi le grandi narrazioni del Novecento – mi riferisco in particolare alla decostruzione di Derrida, alla genealogia foucaultiana, alla differenza di Deleuze e alla frammentazione di Lyotard – per utilizzarle non in senso demolitorio ma generativo: non per negare ciò che conosce a fondo, bensì per arricchirlo, accettando il rischio dell’inatteso
Credo sia proprio da questo atteggiamento che nasca la sua passione per ciò che non si lascia catturare da formule prestabilite, da misure esatte e dalla simmetria intesa come promessa di ordine. La sua architettura vive, al contrario, del coraggio di lasciare spazi – non solo fisici – aperti, incompiuti, disponibili a nuove interpretazioni, in cui anche una realizzazione imperfetta sembra accordarsi con le intenzioni originarie del progetto. Non è dunque un caso che l’autore individui come propria cifra progettuale l’inatteso e il non detto. L’apparente «non andare in fondo alle cose» non è superficialità, ma gesto consapevole: rifiuto di chiudere e di ridurre lo spazio a un sistema totale. È la scelta del frammento come linguaggio, della libertà come principio
In questo senso, la sua visione dialoga con una tensione filosofica antica e sempre attuale: l’idea che il senso non nasca dal compimento definitivo, ma dall’evento inatteso che rompe la continuità delle aspettative. Non sorprende, allora, che Giacomini guardi con attenzione agli edifici medievali, con i loro fronti composti senza la tirannia della simmetria, sfatando il carattere di ritirata e di regressione di quest’epoca se confrontata con quella della romanità e con quella che, di lì a poco, sarebbe stata la rinascenza. È una scelta che non deriva soltanto da motivazioni teoriche, ma anche dal suo radicamento biografico e territoriale: vivere e progettare a Viterbo significa abitare quotidianamente una delle città medievali meglio conservate d’Europa, dove la libertà compositiva di un tempo continua a pulsare nello spazio urbano. È in questa tradizione – che è al tempo stesso eredità storica e paesaggio domestico – che l’autore riconosce una matrice, e insieme un orizzonte per il presente.
Proprio su questa parola, orizzonte, si apre la possibilità di entrare concretamente nelle forme della sua architettura. La linea orizzontale, come afferma lo stesso autore, rappresenta il fulcro della sua ricerca e segna il limite tra costruito e natura. Con tutte le cautele del caso, in chiave interpretativa, vi si può intravedere un’eco della riflessione heideggeriana sul tetto come segno primario dell’abitare: un gesto che protegge, delimita e definisce lo spazio umano. L’orizzontale, in questa prospettiva, non è dunque solo un elemento tecnico, ma una misura dell’uomo rispetto alla natura, un confine tra cielo e terra, tra infinito e mondo vissuto.
Al di sotto, opportunamente protetti, ricorrono frequentemente volumi liberamente disposti, secondo una composizione che rappresenta un tratto fondamentale del suo progettare. In questa logica si collocano la nuova scuola elementare di Fano, il plesso scolastico di Lipomo nei pressi di Como, l’edificio residenziale realizzato a Gallese (provincia di Viterbo) e il progetto di concorso per il municipio di Cenate Sopra (provincia di Bergamo). In ciascuno di questi interventi la copertura orizzontale non si limita a risolvere una funzione tecnica, ma si configura come gesto architettonico capace di raccogliere e proteggere, definendo uno spazio dell’abitare in cui la misura dell’uomo si pone in equilibrio con la presenza della natura circostante. Ciò appare con evidenza anche quando la copertura, pur manifestandosi perimetralmente come linea orizzontale, si deforma inaspettatamente, in linea con la poetica dell’“inatteso”, in superfici concave – come nell’ampliamento del cimitero vicino Piacenza a Pianello Val Tidone– o quando, più frequentemente, si trasforma in una copertura voltata. In questi progetti essa sembra liberarsi progressivamente dal vincolo dei volumi sottostanti e, in questo svincolarsi, acquisisce un’autonomia compositiva ancora più marcata, che attenua in parte il gesto dell’elemento sospeso dei lavori precedenti, conferendo però al progetto un carattere più riconoscibile. La forza del segno architettonico rimane intatta: non è solo ciò che protegge o delimita, ma diventa anche espressione del pensiero dell’autore. Per l’architetto, infatti, l’orizzonte non è soltanto un confine visivo o strutturale: è piuttosto un simbolo di un “muoversi in superficie”, un atteggiamento consapevole che rinuncia tanto alla verticalità quanto alla profondità, per mantenere l’equilibrio su quella linea sottile dove l’uomo incontra la natura
La seconda ragione per cui non è semplice circoscrivere entro confini definiti il lavoro di Giacomini risiede nel fatto che la sua produzione costruita non esaurisce la definizione di “architetto”. La sua passione, infatti, si estende ben oltre l’attività progettuale: il suo essere architetto comprende anche la dimensione dello storico e del teorico, sempre con una particolare attenzione al proprio territorio. Lo si potrebbe definire un architetto-intellettuale, nella declinazione proposta da Biraghi nel suo “Architetto come intellettuale”: un soggetto culturale capace di esercitare un ruolo critico e riflessivo sul presente, ben oltre la mera realizzazione di opere, ma anche in un’accezione più peculiare, che riguarda direttamente il suo stesso modo di progettare.
A differenza di chi scrive, che fin dagli inizi della propria esperienza professionale ha sentito la necessità di fondare il progetto su basi teoriche, cercando in esse un fondamento concreto del fare architettonico e opponendosi con decisione all’idea dell’architetto come puro creativo, l’architetto va inteso come interprete di un sapere profondo, capace di portare alla luce ciò che appartiene a una dimensione nascosta e di renderlo condivisibile. In Giacomini, invece, la conoscenza dell’architettura – legata al “non detto” del suo progettare – non viene utilizzata né per fondare né per rivestire le opere con un apparato teorico esterno, mutuato da altri campi del sapere. Si manifesta piuttosto in modo discreto, seguendo un percorso che privilegia la semplicità e lascia emergere, senza ostentazione, la complessità sottesa.
Consapevole che il progetto non può prescindere dal sapere, poiché attinge inevitabilmente i propri riferimenti da un repertorio già esistente, nel suo caso è come se la conoscenza di tale sapere partecipasse all’atto progettuale in modo libero, variando le configurazioni secondo sequenze determinate dall’autore e indipendenti dal contesto da cui quei riferimenti hanno origine.
La sua profondità di pensiero si rivela, al contrario, come un impulso interiore che si riversa spontaneamente su tutto ciò che lo circonda: dalla tradizione in cui è immerso ai dibattiti architettonici di respiro universale, fino alle questioni più intime dei luoghi a lui cari, per culminare in una riflessione sulla condizione contemporanea dell’architettura, con accenti polemici che attraversano trasversalmente tutti questi ambiti.
È da queste riflessioni che emerge con urgenza la necessità di misurarsi con la realtà concreta del fare architettura oggi. Ciò vale in particolare per contesti come quello della provincia di Viterbo, dove la qualità architettonica è rimasta costantemente in secondo piano e dove la discussione critica non ha mai trovato un terreno realmente fertile. In questo vuoto manca quell’intensità e vitalità che, qualche decennio fa, riuscivano ad affiorare almeno in parte
Le difficoltà che un architetto deve affrontare sono molteplici. Anzitutto il rapporto con una committenza che raramente manifesta sensibilità o attenzione verso la qualità architettonica. Una carenza spesso aggravata dal disorientamento mediatico provocato da modelli inautentici, privi di storia e identità, che hanno sostituito la ricerca di un linguaggio radicato e consapevole.
Vi è poi il confronto con gli uffici tecnici comunali e con gli enti preposti alle autorizzazioni, solitamente più inclini a rifugiarsi in soluzioni consolidate che a intraprendere, insieme al progettista, strade nuove e talvolta rischiose, ma capaci di generare autentica architettura. Non meno problematico è il rapporto con le imprese – non tutte, per fortuna – che spesso si irrigidiscono quando i dettagli richiedono raffinatezza, misura o attenzione al particolare, preferendo la rassicurante ripetitività delle soluzioni standard.
E su tutto incombe la pressione dei vincoli economici. Una pressione che comprime le possibilità di ricerca e di qualità, riducendo l’architettura a un esercizio di sopravvivenza.
Eppure, in uno scenario che non si può che definire desolante, le opere di Giacomini tentano di custodire ancora tracce autentiche di qualità. La sua capacità di pensare e progettare resiste, quasi per ostinazione, alle forze che spingono verso l’appiattimento e l’indifferenza. Il suo lavoro dimostra che, anche nelle condizioni più avverse, è possibile sottrarsi – almeno nelle intenzioni – alla deriva dell’edilizia. Restituire senso, identità e dignità al proprio tempo e al proprio luogo è ancora possibile.
Mi piace allora immaginare che, nell’ultimo intervento in ordine di pubblicazione – su cui l’autore sta ancora lavorando – un appartamento nel cuore di Viterbo, l’idea di inserire una scatola quadrata, racchiusa tra le mura storiche e leggermente ruotata rispetto a esse, serva a custodire un segreto importante. Un segreto fragile e prezioso: l’idea che un’architettura autentica possa ancora sopravvivere. E così, guardando al futuro, mi chiedo: si riuscirà a mantenere vivo questo segreto in una società che forse non contempla più l’architettura nel senso profondo in cui noi la intendiamo?