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DIARIO DI UNA CERCATRICE DI PIANTE OFFICINALI
riflessioni botaniche e non
Martina Salza


Introduzione
Lezioni botaniche, lezioni di vita

Questo libro è un doppio viaggio.
Un viaggio d’immersione in due universi paralleli.
Quello delle piante officinali spontanee, dove peregrino da circa trent’anni, modulando o rimodulando di volta in volta, di stagione in stagione, di anno in anno queste mie «relazioni botaniche», sempre da indefessa paladina.
Ma anche un viaggio interiore che, più o meno tutti ad un certo punto della nostra vita, siamo costretti a fare. O dovremmo tentare di intraprendere.
L’uno ha dato forza e senso all’altro, forse perché sono iniziati insieme, un giorno d’autunno.
Senza valigia, senza meta, senza mappa, quel giorno, nebbioso e triste, sono partita. Ho smesso i miei abiti «curiali», quelli abitualmente indossati ai miei precedenti incontri con le piante e con me stessa ( e col mondo), e leggera, ho fatto quel passo lieve ma inderogabile.
Cercavo il silenzio e l’opacità, il vuoto e il nulla, la lontananza e il disorientamento. Volevo perdermi. Dovevo farlo. Affinché i miei logori abiti, che rivestono l’aristotelica meccanica abitudine, si potessero consapevolmente trasformare in un nuovo «abito costante».
E siccome partire è un po’ morire, morire alle vecchie abitudini, dovevo dimenticare, fare piazza pulita per cercare con occhi nuovi nuove vie, nuove angolazioni da cui osservare le mie «spontanee» per continuare a capire il loro mondo e come questo si intreccia al nostro. Stavolta sul campo.
Giorno dopo giorno, passo dopo passo, ho finito per trovare molto più di quello che cercavo: voci al posto del silenzio, nitidezza al posto dell’opacità, pienezza e significato dell’immenso mondo vegetale che ci circonda.
E, così peregrinando, ho conosciuto tutte quelle «sorelle piante», spontanee e preziose, che finora avevo conosciuto solo sui libri o, debitamente essiccate e triturate, nei barattoloni da erborista.
È stato un «andar per erbe» solitario e pensoso ma ogni volta intriso di meraviglia davanti ad una corolla insolita, una foglia dalla forma ellittica o cuoriforme, una corteccia rugosa o tenera, una radice fitta fitta o lunga e sotterranea, o ancora una infiorescenza che richiama l’ombrellino di una antica dama. Insomma, tutte quelle piante che vivono accanto a noi, ma invisibili agli occhi dei più, dimenticate e neglette. Le erbacce da estirpare sono diventate infine la grammatica del mio agire quotidiano.
A conclusione di questo viaggio, se mai un viaggio del genere può dirsi mai concluso, sono ritornata quindi con le valigie piene e con una mappa ben delineata.
Ho scoperto una nuova identità della mia Terra, non solo storica e letteraria ma anche vegetale. Ho dato finalmente un nome alle sue piante spontanee nascoste, le ho raccolte con rispetto, le ho osservate al microscopio, ne ho «ascoltato» le storie, le ho conservate e custodite gelosamente, seguendo un cammino lungo, paziente e appassionato che ha anche dato vita ad una delle creazioni «vegetali» da me preferite: l’Erbario.
Tra una primavera e l’altra, sulla giostra delle stagioni e degli anni (perché ce ne vogliono tanti per erborizzare correttamente), sono giunta anch’io ad indossare un nuovo abito.
L’abito che serve indossare per una autentica consapevolezza ambientale, che sappia riconoscere e far proprio, non solo a parole, l’immenso valore del nostro patrimonio naturale.
Un verde abito di foglie che metto ogni mattina al risveglio perché niuna forza ormai lo può svellere e che fa del mio tempo una eterna passeggiata all’alba in Natura.

Perché un diario
Mi piacciono i diari, da sempre.
Anche dei grandi scrittori di ogni letteratura, dopo averne letto e studiato le opere, amo «ascoltare» la loro voce più intima nelle annotazioni diaristiche. A volte, faccio il contrario. In ogni caso, è nel diario che spesso si trova la chiave per analizzare e comprendere a fondo ogni scrittura e chi ne è autore. Sempre che si consideri il diario «un barometro dell’anima» secondo quanto sosteneva Jean Jacques Rousseau nelle sue Rêveries d’un promeneur solitaire. In sostanza un journal intime. E come tale, destinato soprattutto a chi lo scrive, che lo rileggerà per rendersi conto del cammino percorso e dei mutamenti della propria identità in fieri.
Questo è il mio caso, almeno nelle intenzioni iniziali. Le mie registrazioni dell’umore e delle sue variazioni, così come i resoconti delle mie giornate sono iniziati parecchi anni fa. I brani di carattere descrittivo e paesaggistico della campagna in cui vivo si sono aggiunti via via che il diario prendeva sempre più forma; le albe, i tramonti, il variare delle luci e, soprattutto il fluttuare delle stagioni e della vegetazione intorno hanno poi preso il posto principale ribaltando le intenzioni iniziali: le piante spontanee del mio giornaliero peregrinare sono diventate, infine e per sempre, le assolute e indiscusse protagoniste. Cosciente ormai della mia «ossessione botanica» – e del mio ribaltamento di priorità- ho dato consapevolmente inizio ad un diario di una cercatrice di piante.
La forma è data da una sequenza di annotazioni cronologicamente ordinate, perché cronologico – ma non sempre ordinato- è l’avvicendarsi del fiorire delle spontanee. La data indica quindi sia un momento della mia vita sia un momento della vita di ogni pianta incontrata.
Pur non essendo un testo scientifico (ma tale del resto non voleva essere), spero che le mie riflessioni botaniche possano far nascere in chi legge l’amore per la natura e approfondire la conoscenza del mondo vegetale, dal quale, va sempre ricordato, dipende il nostro essere su questo pianeta.
L’unico pianeta in cui c’è vita perché ci sono le piante.
Del journal intime rimangono soprattutto le annotazioni in fondo ad ogni giornata passata tra le mie piante.

P.S. Sta infatti per «pensiero serale».