PASSEGGIATA PIRANDELLO

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Lapide con il testo della poesia pirandelliana "Pian della Britta"
(loc. omonima presso Soriano nel Cimino)


Sabato 18 giugno 2011 – ore 17.00
Soriano nel Cimino

Con il patrocinio del Comune di Soriano nel Cimino e
in collaborazione con Fondazione A.DI.ART e Associazione Culturale Soriano Terzo Millennio ONLUS

Associazione Culturale
Magnitudo

presenta

PASSEGGIATA PIRANDELLO
La Sicilia a Soriano

passeggiata/racconto di e con Antonello Ricci
e
La Banda del Racconto

appuntamento ore 17.00 presso parcheggio comunale “Campetto dei Frati” a Soriano
la passeggiata/racconto si concluderà intorno alle 19.00 presso la chiesa della Madonna del Poggio
a seguire (19.30 circa) aperitivo con gli attori de La Banda del Racconto e de Le Maschere Allegre presso il bar “Chalet del Pino”

Partecipazione a sottoscrizione

La Banda del Racconto: Pietro Benedetti, Olindo Cicchetti, Sara Grimaldi

Un sentito grazie al sindaco di Soriano Fabio Menicacci

L'iniziativa si inserisce nell'ambito della

III Edizione del Festival
PIRANDELLO OLTRE

programma previsto per domenica 19 giugno

parcheggio “Campetto dei frati”
21.15 Consegna premio “Pirandello dell'Anno” 2011
21.30 Spettacolo teatrale Sei personaggi in cerca d'Analista”* * Commedia scritta e diretta da Sergio Urbani messinscena a cura della Compagnia Teatrale “Le Maschere Allegre” di Soriano nel Cimino


Per saperne di più su Pirandello a Soriano (schede di a.r.):
1. Quel fragor di mare...
A Soriano, in villeggiatura. Passeggiare fra i castagni, alti e possenti, su a Pian della Britta, sulla strada per Viterbo. 1908, 1911 e 1912: anni difficili, cruciali, per la vita dello scrittore girgentino. A Soriano, in quel fragor di mare, Pirandello sogna la sua Sicilia. Sente quel vento, rivede la terra-madre. La contrada Caos. Dov’era nato, come una lucciola muore, in una notte di giugno. L’ardente azzurro del cielo, l’altipiano d’argille, il sordo fragorio del suo mare africano. E, forse, quell’olivo saraceno, grande in mezzo alla scena, col quale - la notte prima di morire, sognò di comporre l’ultimo momento dei Giganti - pensava d’aver risolto tutto: poter tirare il telo. Ma il sole, il sole sopra tutto, la luce della remota campagna di Girgenti, tornano a visitare Pirandello: fin nelle visioni della sua agonia. Quel sole e quella luce che tanto gli erano mancati a Bonn, dove i giorni s’estinguono come tramonti continui. 1896, Pirandello traduce le Elegie Romane: “Come lieto mi sento qui in Roma! Ripenso quel tempo, in cui laggiù, nel norte, grigio opprimeami il giorno. Torbido il cielo e grave sul capo pesavami, e muto di colore e di forma stendeasi intorno il mondo. Ed io su me spiando de l’animo ognora scontento la fosca via, cadevo muto sui miei pensieri”: il grande tedesco in viaggio, verso una raggiante, a lungo sognata classicità.


2. Come da un’infinita lontananza...
Non aver più coscienza d’essere, come una pietra, come una pianta: non ricordarsi più neanche del proprio nome: vivere per vivere, senza saper di vivere...

“Si tratta di un passo che Pirandello ha utilizzato più volte, quasi senza cambiar parola. E’ nato con tutta probabilità da un foglietto, o da un appunto forse scritto in una delle sue villeggiature alle falde del Cimino.” (Giovanni Macchia, “Luigi Pirandello” in Storia della letteratura italiana IX, Il Novecento, Garzanti, Milano 1969, p. 449). Pirandello, e quel suo sogno di fuga dalla coscienza, dal rito funebre del nome, dalla vita che conclude. Un inno alla gioiosa insensatezza delle cose, un languido invito a smemorarsi in esse: morire ogni attimo e rinascere, nuovo e senza ricordi, non più in sé ma in ogni cosa fuori. Da questa novella d’ambientazione sorianese (Canta l'epistola), un fascio d’immagini, quasi un arcaico formulario di propiziazione, irradia su non poca parte dell’opera pirandelliana. Riaffiora puntuale, qua e là, torna come una mnemotecnica d’affetti; e come un repertorio di temi musicali, viaggia divorzia si ritrova. Profilando un vero e proprio viaggio critico - segreto - nell’arte dell’autore girgentino. Quel come da un’infinita lontananza, ad esempio, a cospetto “della grazia e della soavità della campagna umbra”, rintoccherà ipnotico in mente al protagonista de La carriola (1917), di ritorno in treno da Perugia a Roma. Oppure, il fragor di mare di cui s’è già accennato per Pian della Britta: dopo Canta l’Epistola, con leggera variazione, diventerà il sordo fragorio del mare che chiude la novella Colloquii coi personaggi (1915): Pirandello, quasi in un sogno di luttuosa solarità, rivede e parla con la madre morta. Non ha granché rilievo che qui, al posto dei castagni sorianesi, siano le acacie del suo giardino a Roma, a ricondurlo in Sicilia (anzi). E quel fruscio lungo, continuo, che contrappunta l’ombra lenta e stanca della stanza - ombra che brulica: presenze fantasmatiche premono ai bordi della scena, invocano, per essere evocate - ci guida dritti alla Figliastra dei Sei Personaggi: “... anch’io, signore, per tentarlo, tante volte, nella malinconia di quel suo scrittojo, all’ora del crepuscolo, quand’egli, abbandonato su una poltrona, non sapeva risolversi a girar la chiavetta della luce e lasciava che l’ombra gli invadesse la stanza e che quell’ombra brulicasse di noi...” Poi: come non divinare, in quei picchi d’accetta su nel bosco dei castagni (e picchi di piccone giù nella cava), almeno un pronostico della trionfale alacrità de I Giganti (1931)? Di quegli scavi e fondazioni, deduzioni d’acque, fabbriche, strade, colture agricole, con cui essi hanno sconvolto il mondo, convinti di poterne domare (e redimere) la sfuggente natura. A poca distanza dalle falde boscose della loro montagna, presso la villa della Scalogna, tra una calata d’angeli e magiche apparizioni di lucciole, l’incompiuto dramma di Pirandello si svolgerà nel segno di Cotrone e delle sue perenni, inarrestabili metamorfosi. Tutte queste immagini, inoltre, ed altre ancora (la sterminata azzurra vacuità; la vanità dello spazio, e d’ogni cosa; gli alti monti di là dalla valle, lontani lontani), si dànno, non a caso, appuntamento in Uno nessuno e centomila (1915-1926), vero e proprio romanzo-laboratorio pirandelliano. E’ sorianese dunque, e senza dubbio, quella passeggiata in montagna, ai paragrafi VIII-X del Libro secondo (per il IX in particolare, Nuvole e vento, si rilegga la nota di Macchia), compreso il monologo interiore di Vitangelo Moscarda (ripescato, passo passo, dai pensieri del Tommasino Unzio di Canta l’Epistola). Ma sorianese è pure - qualcuno l’aveva già notato - il luogo amenissimo dell’ospizio, dove il protagonista si ritira per il resto dei suoi giorni. E quella frescura d’alba, proprio a congedo di romanzo, quella luce che non acceca ancora, che non brucia le cose nella prigione della loro forma: scusate, ma io ci rivedo gli azzurri, ed il verde dei Cimini.