Quando Viterbo era un paese...

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In occasione dell'uscita della guida della città (Saper guardare Viterbo, Settecittà, Viterbo 2011)

Caffeina 2011
VITERBO INVISIBILE 2
Chiacchiere, storie, canzonette

di e con Antonello Ricci e Silvio Ciapica
e
Ciapica's Confidential Big Band + Banda del Racconto


Quando Viterbo era un paese...
(Maremme a Viterbo & altre storiette di provincia)

Appuntamento
mercoledì 13 luglio, ore 21.00
in piazza Sant'Andrea a Piascarano
(davanti alla chiesa...
cercando di sfuggire Paolo Rossi...)

al termine, mini-concerto all'Arena Gonfalone
con le canzoni di Ciapica-Ricci-Ciapica


Percorso: Da Sant'Andrea si prende per piazza Fontana di Piano
poi tutti su per le Piaggiarelle
fino a Santa Maria Nuova

Terzo appuntamento
Parole sante, Dante! (una Città di Notte e di Note)
Giovedì 14 luglio, ore 21.00, ritrovo sugli scalini di palazzo dei Papi


Viterbo Invisibile
Ogni passeggiata/concerto canta canzoni e racconta racconti ogni volta diversi
Ogni passeggiata/concerto parte alle ore 21.00 da un luogo ogni volta diverso

Banda del Racconto
Michela Benedetti, Pietro Benedetti, Olindo Cicchetti, Sara Grimaldi

Ciapica's Confidential Big Band
Silvio Ciapica: voce, chitarra acustica e piano
Enrico Ciapica: piano, organo e voce
Francesco Ciapica: chitarra e voce
Enrico Carotenuto: voce, tamburello
Martin Grice: flauto e sax
Paolo Paternesi: sax
Gionata Giardina (Gomez): percussioni e voce
Roberto Pecci: percussioni & variazioni
Antonello Ricci: armonica e voce


Da Saper Guardare Viterbo:

Quanto alle donne di Viterbo, non vorrei te ne facessi un'idea troppo angelicata. Da Galiana a Rosa, alla cantante e attrice Lina Cavalieri, la più bella del mondo. Le nostre femmine sapevano e sanno anche graffiare. Te lo dimostrerò a breve. Decidi intanto cosa fare: ti suggerisco di risalire verso piazza Sant'Andrea, per ammirare la chiesa , di nuda e affascinante architettura popolare (XII secolo).

Da qui, lungo via Sant'Andrea, raggiungi piazza Fontana di Piano.

E' bella lo so. Lo so. Ma non è quella originale. Si tratta di un rifacimento trecentesco. Senti perché. Settembre 1367. Da mesi in città è di stanza la corte di Urbano V, sbarcata a Corneto-Tarquinia sulla strada del ritorno da Avignone a Roma. Ma questi francesi devono avere la puzza sotto il naso. I viterbesi sono gente semplice, non è che li sopportino granché. Finché un giorno, certi famigli di un cardinal d'oltralpe hanno la sciagurata idea di lavare nella fontana di Pianoil cagnolino del porporato. Apriti cielo! Da secoli statuti comunali e prassi popolare regolano dettagliatamente la pubblica gestione delle acque. Esse rappresentano al contempo risorsa economica e simbolo di decoro urbano. Fontane e acquedotti sono per i viterbesi orgoglio e motivo di vanto. La fontana Grande, per esempio, è già da tempo immortalata, insieme con il Duomo di Orvieto, negli endecasillabi di uno stornello. Gerarchie inflessibili e minacce di severa pena per gli inadempienti stabiliscono diritti di ricasco e la possibilità, tramite fistulae, di condurre l'acqua in casa. Ma anche doveri di manutenzione e di uso distinto (estetico, idrico, igienico, animale: vasche monumentali, fontanelle, lavatoi, fontanili). Senti che roba? E quelli ci vanno a lavare il cane! Le prime a uscire di casa sono proprio le comari. Mani sui fianchi, capelli arruffati, strillano inviperite, coprono d'insulti i servitori: “Adesso vène 'l mi' marito!”(te l'avevo promesso, caro mio: è l'altra faccia di Galiana!). Cosicché, convinti giocoforza dallo strepito, ecco i mariti. Imprecano già, alzandosi da tavola, rigorosamente in canottiera. Volano subito parole grosse. Si corre alle mani. Qualche sberla. Arrivano altri francesi a dar manforte. Finché il tafferuglio non si estende e disordini senza quartiere sconvolgono strade e piazze. Il papa è fuori Viterbo. I cardinali se la fanno addosso, cercano rifugio con famiglie e servitori al di là del ponte levatoio della rocca Albornoz, dalla parte opposta della città. Urbano rientra in fretta e furia. Ma siamo impazziti? È rappresaglia: centinaia di arresti, impiccagioni sommarie, Pianoscarano a ferro e fuoco, ordine di demolizione delle mura urbiche sul lato piascaranese, esposto verso Roma. Inevitabilmente, nei giorni successivi, la rabbia del pontefice si smorza. Ci si contenterà che venga raso al suolo il pomo della discordia: la fontana. Ecco così dimostrato perché (ma ripensa anche ai bollori del Conclave) Viterbo non poté mai diventare un'altra Avignone. Varrà la pena ricordare che, con buona probabilità, fra quei francesi impauriti piagnucolava anche un viterbese illustre, emigrato in tanti anni prima: Matteo Giovannetti, pictor papenel magnifico palazzo avignonese. Dopo tanta assenza, chissà che avrà pensato dei suoi concittadini!