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FIN DOVE RIUSCIAMO A LEGGERE
Enrico Guidoni


Tra le voci della poesia italiana nell’ultimo quarto del ’900 e appena oltre il varco del secolo XXI c’è anche quella, singolare, appartata, costante, di Enrico Guidoni. L’esordio dell’opera edita è del 1961, con Paesaggi Interni; prosegue, tra il 1967 e il 1968 con L’escalation e Medium power, e si conclude nel 2006, con Diva Cassia. La casa – o la città – aveva, però, tutta una sua parte sotterranea e segreta, forse destinata a venire allo scoperto, o forse no: l’opera inedita.

dalla prefazione di Monica Ferrando

ISBN
978 88-85261-14-3




Prefazione di Monica Ferrando

 

Tra le voci della poesia italiana nell’ultimo quarto del ’900 e appena oltre il varco del secolo XXI c’è anche quella, singolare, appartata, costante, di Enrico Guidoni. L’esordio dell’opera edita è del 1961, con Paesaggi Interni; prosegue, tra il 1967 e il 1968 con L’escalation e Medium power, e si conclude nel 2006, con Diva Cassia(1). La casa – o la città – aveva, però, tutta una sua parte sotterranea e segreta, forse destinata a venire allo scoperto, o forse no: l’opera inedita.
Non credevo ai miei occhi alla vista della mole di fogli trattenuti a fatica da una cartellina gialla trasparente che Elisabetta De Minicis un giorno di novembre del 2007 mi affidava. Erano le poesie inedite di Enrico. Quelle che oggi, a dieci anni dalla scomparsa, l’editore Davide Ghaleb pubblica qui per la prima volta, ne formano un’ampia scelta, operata privilegiando i temi della natura, dell’amore e della memoria(2). Enrico Guidoni, lo storico dell’urbanistica e dell’arte di cui Joseph Ryckwert parla con ammirazione. Lo studioso della città italiana, ma anche del suo territorio incomparabile. Dell’abitazione, ma anche di quei suoi materiali locali utilizzati con innata eleganza da ogni cultura tradizionale. Sappiamo che queste ricerche pionieristiche avrebbero aperto prospettive prima inimmaginabili all’architettura contemporanea, divenuta da allora più attenta dell’ambiente e al suo retaggio storico. Ma in questi versi sentiremo anche il fervente botanico. Come i precursori dell’accademia dei Lincei Giovan Battista Ferrari e Cassiano Dal Pozzo, egli coltivava infatti il fatato giardino delle Esperidi. Per questo di ogni territorio italiano leggeva a prima vista le specie autoctone estirpando virtualmente quelle introdotte a caso. E il botanico era al tempo stesso il  paesaggista che nella campagna appena fuori Vetralla conservava un terreno allo stato incolto per osservarvi, come poi avrebbe teorizzato Gilles Clément, lo spontaneo disporsi e convivere delle specie arboree ed erbacee. Era un modo di mettersi alla scuola delle piante per imparare la dispositio degli spazi umani in vista di una mai finora raggiunta convivenza armoniosa? Certo: la cultura e la natura. Che non erano, per una volta, evocati come termini di un’opposizione ritenuta ovvia e quindi  destinata a riprodursi, con i disastri mentali e ambientali che questo partito preso comporta. No. Nella sua visione non vi era alcuna opposizione ideologica di tipo sofistico e modernista tra nomos e physis. Piuttosto l’idea, platonica, di un’umanità che sempre deve scavare, dentro la natura, la via per giungere a se stessa. Incessantemente, perché il nomos, che prima di tutto è stata legge musicale e quindi pura e irriducibile originalità umana, è fragile. E la natura è sempre pronta, anche nella forma sofisticata e insospettabile della tecnologia – natura irriflessa che si riproduce nelle forme artificiali della politica o dei contemporanei mezzi di trasporto – a riassorbirlo in sé, come sa ogni archeologo, della storia ma anche del pensiero. Compagno di una archeologa, Enrico Guidoni questo lo sapeva, anzi, lo poetava. Pare di capire, leggendo i fogli accuratamente pinzati in piccoli gruppi distinti per sigle numeriche che rimandano a mesi e a giorni e mai all’anno – sono infatti i mesi di una vicissitudine poetica e amorosa – che scrivere versi fosse proprio una sorta di nomos interiore. Il modo originario che l’essere umano ha ricevuto dalla parte migliore di sé a un certo punto del suo cammino per costituirsi linguaggio, parola, canto, espressione: legge a se stesso in una appagante ma instabile e mutevole armonia discors con l’ambiente che doveva ospitarlo. 
Chi veglia sulla tua eternità, l’ultimo verso di Convincimento, mostra il pensiero amoroso sfilarsi dalla storia degli atti quotidiani solo per entrarvi come un ago che la rammenda saggiandone la tenuta. Proviamo allora a penetrare in questa poesia passando dal poema che lo precede, Venere di pietra: troveremo l’inizio della insospettatanervatura di una vita di studioso. Trenta stanze ciascuna con un titolo – Archeologia, Sera, Relatività, L’anima del mondo, Invasione, Radiografia, La stessa tribù, Materia, Gli incontri, Gelosia, Cattura, Il tesoro, Sapere, La sostanza, Al di fuori, La cattedrale, Pericolo, Unità di tempo, Unità di luogo, Giano bifronte, Gemelli, Programma, Realismo, Libertà, Tranquillità, Malizia, Venere di Pietra, Risalita, Perfetta, Commiato – composte in versi sciolti, in numero che varia per ciascuna di esse. Ecco già la vertiginosa distanza a cui occorre spingere l’immaginazione per trattenere, almeno nelle fibre dell’ esistenza, la logica del tempo e tentare di leggervi, fin dove questo è possibile, l’elusiva figura di eros. Una operazione di archeologia. Letterale e metaforica insieme, essa muove dalla prossimità alla disciplina per estendersi all’esigenza, avvertita secondo una precisa erotica della ricerca, di non separarsi dai legami, materiali e morali, con la tradizione millenaria della razza umana come errabonda abitante della terra. Solo in questo modo essa sarà salva e salvata dalla corrosione del mito del nuovo a tutti i costi e potrà accordarsi al ritmo vitale di una ripetizione sempre novissima. Quando, come qui, l’attenzione si mantiene così desta da non lasciarsi sfuggire la minima variazione dell’essere, basta l’inesorabile scorrimento del tempo a garantire il rinnovarsi dell’anima. L’archeologia, la logica dell’origine che pone l’arcaico e il pregresso come misura del faticoso ed errante avanzamento umano, è un pensiero ma anche una forma di vita amorosa che non si separa mai dall’ambiente in cui ha ricavato il suo alveo di sussistenza e di cui ha ri-conosciuto le sepolte dinamiche.
Nel pensiero poetico, l’unico specchio in cui questa erranza può arrestarsi e riconoscersi, eros è figura permanente e cangiante. L’umano si costituisce nell’amore come materia sensible infinita: per questo esige la poesia come quell’unico gesto mentale capace di afferrarlo nel suo vano ma travolgente dispiegarsi.

Miliardi di anni fa
eravamo frammenti di una stessa roccia
poi siamo stati molte altre cose
di cui si potrebbe
misurare scientificamente il grado di affinità
e calcolare l’equilibrio delle valenze
fino a quando una dea (la medesima terra)
ha celebrato le nostre nozze
fratello e sorella
in un verde scenario pagano. (7. La stessa tribù)

Decade l’empietà del soggetto in cui l’occidente bellicoso e belluino della forza ha edificato le sue roccaforti a spese di un altro occidente, quello pacifico della Dea. In questi versi, infatti, Eros non viene deviato ad esaltare, come quasi sempre è accaduto, le frange impazzite dell’ego maschile, ma riesce a farsi parola restituente e ricostituente. A divenire poesia della materia avvertita di nuovo come mater. Una matrifocale civiltà, come la chiamava Maria Gimbutas, si risveglia e ci risveglia da limpide profondità in cui si accetta finalmente di guardare. In cui si accetta, dando prova di coraggioso abbandono, di lasciarsi cadere:

la luce trasuda dall’interno
in gocce di colore, che generando
le forme, fioriscono in iridescenze senza peso,
indifferenti ad ogni sistema di pensiero. (8. Materia)

Nell’habitus mai dismesso della poesia, indossato prima ancora di divenire giovanissimo cattedratico, possiamo certo anche scorgere una sorta di feritoia strategica praticata nella muraglia dell’accademia. E non per renderla ancor più sicura e inattaccabile, ma piuttosto per ‘ferirne’ l’arroccata solidità e lasciar finalmente filtrare una luce altrimenti negata. Solo così, infatti, il possesso di una scienza solitamente intesa come produzione ed esercizio cognitivo riusciva a essere anche altro e trasformarsi nella naturale trasmissione di una sapienza pronta ad aderire con profonda umiltà all’attonita maestà di luoghi dimentichi e dimenticati. I luoghi italici: Il frutto dell’italica erba / del crudo sasso intra Tevere ed Arno del Canto XI del Paradiso dove, secondo Guidoni, era raccolto in anagramma il codice genetico della civiltà italiana: ARTE, dalle iniziali dei nomi dei due fiumi appenninici. Si trattava evidentemente di raggiungere una comprensione della cultura artistica procedendo dal suo interno geografico-poetico. Era l’attenzione, intimamente francescana, per la vita segreta delle cose umili e per i loro umili materiali: legno, ferro, bronzo, ceramica. Tornando a concepire l’insegnamento come limpida trasmissione non solo di conoscenze e di tecniche ma di inesauribile pietas, si era potuta formare intorno al maestro una scuola di allievi. Che fosse proprio l’habitus poetico a infondere alla ricerca questa prodigiosa trasmissibilità e a rendere così rigoroso il suo procedere? Che proprio il mestiere quotidiano della poesia fosse il cuore pulsante della ricerca storica e progettuale? Non era infatti affidata ad esso la sottile operazione di riportare, a dispetto di un adombrato affiorare del suo culto, la dea Ragione alle sue innegabili radici religiose e quindi ai suoi innegabili limiti? Sarebbe certo fuorviante scorgervi una sorta di romanticismo in chiave pre- o post-moderna. L’orizzonte riguadagnato e divenuto stile di pensiero era molto più ampio e antico, al punto tale da includere possibilità rimaste tali. Lo si potrebbe riportare a una certa visione umanista radicata nel rinascimento italiano e maturata criticamente in Giovan Pietro Bellori, secondo cui ciò che “origina” dalla natura diviene “originale” nell’arte. In Italia, e forse in Italia soltanto, sulle orme di Francesco e di Dante, osservazione e inno, poesia e immagine, parola e figura avevano festeggiato il loro incontro e il loro congiungimento dopo la lunga separazione. Come avrebbe fatto Giorgione, da Guidoni studiato in modo tanto simpatetico, a dipingere liberamente le sue favole antiche senza la presenza serissima e giocosa di tutta una sapienza poetica e musicale sprigionata nella Venezia che lumeggiava intorno e dentro di lui? E come avrebbe fatto Michelangelo a estorcere l’anima al marmo di Carrara senza che questa ossessione non si duplicasse anche in quella puramente grafica per le lettere dell’alfabeto, che il carrarese Guidoni gli attribuiva con empatica convinzione, perché di lettere è fatta la misteriosa parola del nome proprio, da cui l’anima deve, come dal marmo, riuscire a sprigionarsi? Con questo non si poteva certo parlare di un procedere iconologico. Piuttosto di uno scavo nella materia dell’immagine per trarne i frammenti di una parola già sempre spezzata e bisognosa di lettura.  Forse il ruolo della Musa stava proprio nella pro-vocazione, anche nell’esercizio della ricerca storica, a una conoscenza ulteriore, fusa con la non-conoscenza e capace di rappresentare la soglia a un impensato.

Questa conoscenza superiore all’esperienza
individuale non si può
descrivere se non per metafore,
neppure a chi ne è compartecipe,
perché è al di fuori delle codificazioni 
della lingua, degli orizzonti, delle arti
e di ogni altra espressione, da ogni logica
della ragione e da ogni storicità (15. Al di fuori)

Davvero lo  spazio che questa poesia scava nella lingua è retto da un eros instancabile, in cui decadono i compartimenti stagni vergati dalle gerarchie della storia e cristallizzati da quelle della cultura. Esso coincide con il paradiso terrestre di una innocenza impossibile da dimenticare, ma anche rischiosa da ricordare. La prova, poetica, di una eterna e imprevedibile presenza, nelle insanguinate fibre della storia, dell’idea di paradiso:

Basta attendere
che il senso di colpa svanisca
con il peccato originale, e che i baci
divenuti solo nostri,
cospargano di tiepido miele
ogni reazione, ogni ricordo, ogni segno
di vite precedentemente vissute.
Un liquido amniotico riempie uno dopo l’altro
compartimenti non più stagni
entrando nelle paratie
di vecchie navi che devono affondare,
essere allagate all’interno
perché ogni far fronte produrrebbe
un’inevitabile perdita di intimità.
Per aiutare a dimenticare
sono già state inventate carezze
che possiamo usare con gradualità, in questa
incubazione che ci fa nascere
a una vita più reale, terra promessa a cui
conviene arrivare senza fretta, contemplando
la reintegrazione di una innocenza
selvatica e di una cruda spontaneità:
uno spettacolo del tempo che corre all’indietro
e di bellezza che torna intatta e primordiale,
di una ricomposizione fisica
cellula per cellula
della membrana della verginità. (Risanamento, 14 febbraio).

Alla poesia è riservato evidentemente il compito di guidare di nascosto, ma con voce instancabile, lo stile della ricerca: di animarla e riempirla di quella cura materna e lungimirante altrimenti estranea alle modalità fredde e distaccate della prassi accademica.  Cosa spinge, infatti, a far rilucere l’arcaico contadino e pastorale nei materiali e nelle forme dei suoi strumenti archetipici come possiamo vedere dalle teche del Museo della Città e del Territorio di Vetralla? Non si trattava certo di assecondare la retorica museale di questi anni, in cui i beni culturali sembrano esporsi in vetrina alla stregua di ogni altra merce. Piuttosto di una poesia visiva che, accanto a quella dattiloscritta, forma il tessuto meditativo del rapporto col passato. E del rapporto che questo passato silenzioso e artigianale, vivo ovunque in Italia, dalla cultura Walser tra la Val d’Aosta e la Svizzera all’Appennino Tosco-Emiliano e Umbro-Laziale, sapeva intrattenere con la natura. Nel silenzio interlocutorio degli antichi utensili avvertiamo posta tacitamente ma inesorabilmente in questione una certa storia dell’occidente giunto a rinnegare le sue origini e, con esse, la natura e l’ambiente in cui l’abitare umano aveva preso faticosamente e gloriosamente forma. La poesia, dei materiali e delle parole, idealmente ripristina quell’equilibrio perduto e spalanca ogni volta e per ciascuno un nuovo possibile accesso alla sillabante lettura del mondo e della propria stessa vita:
 
Ogni volta apriamo il Libro
dove ogni cosa è già scritta

e viviamo esattamente fin dove riusciamo a leggere.

1   Enrico Guidoni, Paesaggi interni, Morara, Roma, 1967; ID, L’escalation, Morara, Roma, 1967; ID, Medium power, Morara, Roma, 1968; ID, Diva Cassia, Davide Ghaleb Editore, Vetralla, 2006.

2    Un breve studio dell’A., ‘Enrico Guidoni e la poesia del tempo nelle cose’ in: Aldo Casamento e Maurizio Vesco (a cura di), Storia Citta Arte Architettura. Studi in onore di Enrico Guidoni, Palermo, Edizioni Kappa, 2008) prende in esame sia la produzione edita giovanile di Enrico Guidoni che la raccolta Diva Cassia (Davide Ghaleb, Vetralla, 2006).

Enrico Guidoni (Carrara 1939- Roma 2007) e la poesia.
I versi giovanili sono stati stampati privatamente a Roma: Paesaggi interni, 1961-1965 (70 poesie);  L’Escalation, agosto-settembre 1967 (46 poesie), 1968; Medium power, 1967-1968 (45 poesie), 1969.
Ha curato per Davide Ghaleb Editore la prima densa raccolta di poesie dedicate a Vetralla: Vetralla nella poesia. Un patrimonio di armonie e di contrasti, 2003, che ha aperto la strada anche a questa collana, dove, nel 2006, pubblica Diva Cassia, un poemetto in decadi di versi liberi sulla via Cassia, nella città di Vetralla.
Esce postuma questa raccolta di poesie, scelte da Monica Ferrando, da una serie, rimasta manoscritta, composta in un breve periodo di tempo, febbraio-agosto 1989.