TARQUINIA
MOMENTI DI MODERNITÀ
Architettura del secolo XX
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Postfazione
di Antonello Ricci

Aveva ragione Alberto Mario Cirese – maestro dell’antropologia italiana di secondo Novecento – quando ripeteva che la vita di certi uomini sembra destinata a fecondarsi e svolgersi sotto le insegne di una doppia appartenenza.
Una patria ricevuta in eredità, per via di ghenos e dunque sorteggiata dalla vita per nostro conto.
L’altra invece quale frutto di agnizione improvvisa (inaspettata, dunque): riconosciuta-desiderata e infine scelta da (e per) sé stessi.
Così dev’essere successo a quel figlio di Sicilia che risponde al nome di Luciano Marziano: il quale per oscuro principio di mutua selezione ha amorevolmente preteso Tarquinia come una seconda Itaca.
Un giorno di anni infiniti fa (ma vite intere, vorrei dire, ché queste cose si dettano su cronologie altre dalle consuete) egli giunse nel bello e civile paese maremmano (Cardarelli dixit): dovette udirne il sussurro di pietra, polvere e vento. Così che volle poi scriverne a 360°. Con l’entusiasmo e la curiosità del localista di razza ma al contempo con lo squisito concetto e la universalità di dettato tipici dei più colti grantouristi del passato. Fino a conquistarsi il meritato status di genius loci cornetano adottivo. Dalle cose di archeologia a storie e tradizioni di campanile, dai topoi cardarelliani e dalle presenze artistiche di rilievo nella stagione del contemporaneo (Matta su tutti) alla tradizione della ceramica, dalla fotografia nei giorni del neorealismo al ruolo della donna nell’ambito del diritto etrusco.
Alla città stessa, infine. A quel suo sempre rinnovato definirsi come “gesto” antropico per eccellenza nel (e dal) paesaggio. Alla sua forma come fondazione di identità civica e come misura civile. Alle sue metamorfosi nel tempo. Ai suoi prima e ai suoi dopo. Alle sue contraddizioni, ai traumi, agli sconvolgimenti. Ai suoi attraverso, ai suoi nonostante, ai suoi proprio-per-questo. Architettura e urbanistica. Spazio urbano inteso con fedeltà di amicizia per termine e specchio di civiltà tout court.
Con questa sua nuova (raffinata, elegante) fatica, così sospesa tra accogliente didascalia e incipiente scatto creativo, tra solennità saggistica e doppio passo letterario-fotografico, Luciano Marziano sublima la Tarquinia quotidiana e consueta che tutti riconosciamo (si badi a quel suo nome di donna...) rubricandola secondo il paradigma delle Città invisibili á la Calvino.
Consacrata a una ricognizione critica delle architetture del secolo XX – come recita il sottotitolo del volume – la Tarquinia di Luciano-Marco Polo sembra piuttosto appartenere a quel genere di città discontinue ed eventuali che il viaggiatore incontra/raggiunge solo manovrando sulla macchina del tempo: di momento in momento. Momenti cioè quali epifanie disseminate, qua e là, nel discretum spaziale secondo logiche sfuggenti (suadenti) che contrassegnano il campo della eccentrica avventura di appunti e note a margine, di citazioni colte e divertenti bagattelle che costituisce la vera forza e il fascino ultimo di questo libro.
Secondo una idea di Modernità (fortunatamente) priva di iattanza e ideologismi: morbidamente modulata invece secondo il buon senso di un approccio sensibile alla lunga durata dell’insediamento. Così che dal dispotismo illuminato contrassegnato dai resti di un acquedotto pontificio il lettore finirà per scivolare con savia naturalezza fino alle eccentriche “ruine” delle canalette per l’approvvigionamento idrico volute da una riforma agraria giunta –ahimé– fuori tempo massimo.
Ma in mezzo?
Palazzine di comando per campi di volo ormai cancellati dalle bombe e smisurate stranianti torri metalliche (scomparse anch’esse dallo skyline) destinate (in un tempo non troppo lontano) ai tuffi ardimentosi del praticantato di allievi paracadutisti.
Eclettismi di provincia fossilizzati in citazioni vernacolari da medioevi e rinascimenti riscontrabili in bottini di acquedotti, torrette di piezometri, facciate ospedaliere che convivono con certi sobri stilemi modernisti (conditi in salsa classicista) testimoniati da frontoni di cinematografo, silos granari e pastifici.
Dove tutto congiura a riconsegnarci una Tarquinia inedita quanto intrigante. Una città del silenzio tutta da scoprire e –perché no? al di là delle molte contraddizioni del suo recente sviluppo– da amare con tenacia di figli.