TARQUINIA
MOMENTI DI MODERNITÀ
Architettura del secolo XX
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Recensendo un libro sulle opere d’ingegneria e architettura di Tarquinia a cavallo dell’anno 1900, Luciano Marziano osserva che il suo giovane autore, Tommaso Dore, venuto nella città alla ricerca delle sue radici, “si è trovato nella tipica situazione del forestiero che, per orientarsi in luogo per molti versi sconosciuto, individua quei punti di riferimento che si rivelano esplicativi e rivelatori della sostanza del sito”. Non è certo questo il caso dell’autore dei “Momenti di modernità”: egli, fin da quando ha scelto di risiedere a Tarquinia, non vi è mai stato un “forestiero”; al contrario, fin dall’inizio ha dato un notevole contributo alla vita culturale della città, con idee e iniziative sempre di ampio respiro.
Luciano Marziano, membro della Associazione Internazionale dei Critici d’Arte, siciliano d’origine, romano per studi ed esercizio della professione (Ispettore generale nel Ministero per i Beni e le Attività Culturali), fin dalla metà degli anni Novanta ha tenuto a Tarquinia cicli di conversazioni sull’arte, ha curato importanti mostre – una per tutte, “Matta a Tarquinia” –, ha collaborato al catalogo dei lavori creativi dei ragazzi del centro socio-riabilitativo L. Capotorti, ha organizzato esposizioni e laboratori di ceramica, ha contribuito a restituire dignità al Premio Cardarelli, fa parte del comitato di redazione del Bollettino della Società Tarquiniense di Arte e Storia nonché del Comitato tecnico-consultivo delle riviste specializzate D’A (Design e Artigianato) e Ceramica moderna e antica.
Ora, il critico d’arte, abituato a dialogare con le diverse opere dell’ingegno, in particolare con quelle delle arti visive, si è sentito “interrogato” da molte, recenti attestazioni architettoniche della città: incuriosito, appassionato, ne ha voluto indagare il livello di progettazione, le ascendenze, le qualità strutturali, quelle funzionali e quelle estetiche.
Dunque “Architettura del secolo XX”: non una generica indagine sull’attività edilizia a Tarquinia, ma una attenta descrizione delle costruzioni in cui è ravvisabile un concetto formale, un’idea progettuale di una qualche originalità, un rapporto per qualche verso interessante tra la forma e la funzione. Marziano è attento soprattutto a quest’ultima: le connotazioni che prende in considerazione per prime sono quelle civili o sociali. “L’architettura è l’arte di accomodare l’opera all’uso degli uomini”, dice Leon Battista Alberti. Ed ecco che in questi “Momenti di modernità” l’autore prende in esame l’Ospedale, le Scuole materne, alcune case significative, i Borghi delle Saline e dell’Argento, ecc., e ne indaga anzitutto il grado di adeguatezza alle specifiche finalità.
Ma la città non vive di soli edifici. Come scrive Giulio Carlo Argan, “esistono in tutti i tempi alcune microstrutture che valgono a caratterizzare una via, tutto un aggregato urbano. Può essere una fontana… può essere una torre…; sono i nuclei di coagulazione ottica dei valori che si vogliono attribuire a una certa struttura della vita urbana.” E Marziano la stessa attenzione che ha per gli edifici la dedica all’Acquedotto settecentesco come al Silos granario, alla Fontana di Piazza come alla Botte dell’acqua di San Savino.
Ogni opera architettonica, piccola o grande, egli la “legge” con quella capacità di analisi, accurata e penetrante, che gli riconosceva proprio Argan quando lo aveva, a Roma, tra gli allievi dei suoi corsi di Storia dell’arte moderna e contemporanea. Marziano è attento alla qualità delle soluzioni formali dell’edificio, all’organizzazione degli spazi interni, alla funzionalità o meno della costruzione. Altrettanta attenzione la dedica al rapporto tra l’opera architettonica e la percezione che ne possono avere i suoi utenti. Analizzando le strutture, ad esempio, dell’Ospedale (quelle originarie, fortemente alterate dai rifacimenti e dalle aggiunte più recenti), ne coglie l’“intenzionalità rassicurante”, tale da “consentire agli ospiti il senso di un’accoglienza familiare”. Analogamente, nella Scuola materna di Via Muzio Polidori (Scuola per l’infanzia T. Valdi) nota che il portico d’ingresso, con il suo cromatismo e la sua leggerezza, “attenua il minitrauma quotidiano dello spaesamento vissuto dai bambini a seguito del distacco genitoriale”.
Ma il dato forse più interessante di questi “Momenti di modernità” è la continua, radicale sprovincializzazione.
Il sociologo Zygmunt Bauman ha da tempo elaborato il suggestivo concetto di glocal: il globale che non può essere disgiunto dal locale, e viceversa. Le due realtà sono interconnesse, in un processo di reciproca inclusione: il patrimonio materiale e immateriale locale va inserito nell’orizzonte della globalizzazione. Dal canto suo, Edgar Morin definisce “glocali” una sensibilità e un pensiero “capaci di non rinchiudersi nel locale e nel particolare, ma, al contrario, di concepire gli insiemi”.
Luciano Marziano, abituato dalla lunga militanza nel campo della critica a prestare attenzione alla circolazione internazionale delle idee architettoniche e artistiche in generale, ha acquisito, appunto, una “sensibilità glocale”, e questa lo porta a vedere immediatamente, nelle diverse opere, rinvii, ascendenze, analogie, debiti culturali nei confronti della produzione europea ed extra-europea. Egli ci fa capire che le strutture che sostanziano un determinato luogo non sono mai puramente locali e, parallelamente, la “cittadinanza” – l’appartenenza ad una comunità – è sempre assai più vasta di quella anagrafica.
Infatti, nelle case dell’Enel, progettate da Paolo Portoghesi, l’autore di questi “Momenti di modernità” riconosce subito l’influsso di quelle costruite a Vienna negli anni Trenta del Novecento; vede che Palazzo Massi – da sempre adibito a cinema – “rimanda ad Art Nouveau nella variante della Secessione viennese allorché la morbidezza dello stile Liberty volge verso una linearità prerazionalista”, mentre il suo frontone richiama quello di un grattacielo di Philip Johnson a New York. Nell’Ospedale ravvisa evidenti rimandi “a talune risonanze decò” e, nel cancello d’ingresso, una “ascendenza ancora liberty”. Nel Top 16 segnala indubbie rimembranze delle Gallerie di Milano e di Napoli.
L’internazionalizzazione del discorso critico trova la sua acme, ovviamente, nella citazione della presenza a Tarquinia di Sebastian Matta: la valorizzazione dell’artigianato locale, effettuata dal grande artista cileno con la creazione dell’ «Etrusculudens», per Luciano Marziano è “da ricollegare alle esperienze europee che risalivano ad Arts and Crafts passando per Bauhaus”.
Del resto, tutte le analisi fatte in questi “Momenti di modernità” sono di non corto respiro. Ancora nell’Ospedale, l’autore coglie “uno storicismo che fa riferimento a tipologie architettoniche filtrate da lontane memorie neoclassiche”; presentando la Scuola materna progettata dagli architetti Massimiliano Fuksas e Anna Maria Sacconi, fa notare che per i bambini “i progettisti hanno voluto creare un affabulante percorso”, hanno voluto immettere molte “presenze ludiche” e creare “una sorta di specchio nel quale Alice si immerge per entrare nel paese delle meraviglie”.
La lettura che Marziano fa delle opere, se da un lato è attenta alle minime sfumature (la tessitura edilizia prospicente Palazzo Massi “vira verso l’ocra dell’impianto ottocentesco della vicina caserma”), dall’altro lato non si esime dal denunciare deplorevoli stati di abbandono (gli edifici della Cartiera, quelli del Borgo dell’Argento…) o restauri e/o interventi malaccorti (al Borgo delle Saline, ecc.).
In definitiva, sembra proprio che questi “Momenti di modernità” abbiano ben poco di momentaneo. Quanto alla modernità, c’è tutta. Nel contenuto: un libro su Tarquinia che non è, una volta tanto, sugli Etruschi, ma addirittura sull’architettura più recente! Nella forma: perché le opere sono presentate con un’agile, efficacissima successione di schede ed immagini, le une a supporto delle altre. Le foto del libro, accuratamente selezionate, sono “significanti” non meno dei testi, spesso di più. Un esempio per tutti: il sapiente abbinamento fotografico delle “torri” delle case dell’Enel e di quelle medioevali mostra che oggi, in piena “èra iconica“, un uso funzionale delle immagini può essere più eloquente di mille discorsi.