In quest’opera l’autrice racconta la sua esperienza, quasi ventennale, in una casa di riposo femminile religiosa, offrendo una profonda riflessione sul significato della cura come relazione reciproca e non come semplice assistenza.
Attraverso i “giardini che nessuno sa”, metafora del femminile e della terza e quarta età, l’autrice esplora il valore dello sguardo, dell’ascolto e della presenza nel dare senso al dolore.
L’arte, e in particolare la scrittura, emerge come strumento di inclusione, benessere e trasformazione, capace di restituire dignità, tempo e voce alle persone fragili.
Un’opera intensa che propone un nuovo linguaggio della cura fondato sulla relazione e sulla libertà. |